Aleida Assman – Ricordare: storia, memoria e identità tra presente e passato

Verso la metà del Seicento, il medico e teologo Thomas Brown scriveva: «La conoscenza è fatta di oblio, e per acquisire un chiaro e affidabile corpo di verità dobbiamo dimenticare e separarci da ciò che conosciamo». A dare man forte è Pierre Nora, il quale afferma che «si parla della memoria solo perché non esiste più». E non potrebbe essere diversamente, se è vero che il ricordo emerge allorquando l’esperienza da cui scaturisce è ormai alle spalle. Tuttavia, bisognerebbe supporre che Nora non fa riferimento alla memoria tipica della mnemotecnica, che presiede all’apprendimento, quanto piuttosto alla memoria che si fa strumento e veicolo di una tradizione culturale nel suo insieme. Nel momento in cui la suddetta memoria si perde, quando l’ensemble delle conoscenze comuni si frantuma, la conseguenza è la perdita culturale collettiva, giacché vengono a mancare i presupposti della comprensione e la possibilità per le generazioni di epoche diverse di comunicare adeguatamente. Onde ne deriva una correlazione tra la memoria culturale, laddove i testi canonizzati consentono una trasmissione delle conoscenze da un periodo a un altro, e la memoria comunicativa, che comprende le memorie di tre diverse generazioni.

La consapevolezza della perdita della memoria, sia a livello culturale che comunicativo, spiana la strada per una definizione della medesima memoria come sganciamento da un passato che ormai non è più, una sorta di sradicamento di ciò che si appella(va) alla tradizione, ai costumi. La memoria, dunque, scompare tra le onde della storia.

La memoria come ars e come vis

Le molteplici indagini sul tema della memoria hanno scelto come unico di partenza la mnemotecnica latina, che è arte della memoria, laddove arte è etimologicamente intesa come “tecnica”. Tale questione è affrontata da Aleida Assman nel testo Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale. La definizione della memoria come ars comprende intrinsecamente «ogni processo meccanico che mira all’esatta riproduzione del dato immagazzinato». Ciò sta a significare che il processo della memoria si può definire archiviazione, ossia «una funzione peculiare della memoria umana che viene messa in gioco ogniqualvolta si tratti di mandare a memoria un dato, sia esso un testo liturgico, una poesia, una formula matematica, una data storica».

Per quanto attiene alla memoria come vis, il discorso va in tutt’altra direzione. In primo luogo, il ricordo soggettivo è il presupposto su cui si fonda l’identità personale e il tempo interagisce attivamente. In secondo luogo, la soggettività del ricordo evidenzia una sostanziale differenza tra input e output, si può ricordare o non ricordare affatto e, soprattutto, esso mette in atto una vera e propria ricostruzione: «si origina sempre dal presente e pertanto comporta inevitabilmente una dislocazione, una deformazione, un’alterazione, uno slittamento, un rinnovamento del dato ricordato, che dipendono dalle circostanze temporali in cui esso viene richiamato alla memoria». Ciò sta a significare che la concezione della memoria come vis implica l’esistenza di un potere, di un’energia che la medesima memoria possiede e giunge – per così dire – a una biforcazione. Da un lato, può ostacolare il richiamo del dato alla memoria (si ha, in tal caso, l’oblio); dall’altro può impedirla (si parla allora di rimozione). Bisognerebbe altresì ammettere una terza probabilità, ovverosia l’elaborazione di una nuova definizione del ricordo indotta da un desiderio o da un bisogno. Ad ogni modo, la caratteristica precipua del ricordo soggettivo è che il ricordo e l’oblio siano interconnessi: l’uno rende possibile l’altro. Per paradossale che possa sembrare, «l’oblio è nemico dell’archiviazione ma anche complice del ricordo soggettivo».

In definitiva, la differenza tra la memoria come ars e la memoria intesa come vis risale a due tradizioni di pensiero degli antichi. La prima è parte di uno dei cinque tratti distintivi del discorso retorico: inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio. La seconda è collocata tra le tre facoltà principali dello spirito umano: fantasia, ragione e memoria. A partire da Aristotele e Galeno, passando per Marsilio Ficino, e successivamente trasmessa dagli ebrei e dagli arabi, la teoria dei tre sensi interni si contrappone agli organi sensoriali esterni e sono contenuti in zone distinte del cervello. L’immaginazione, nella zona anteriore, opera una traduzione dei dati sensoriali in immagini mentali; la ragione, collocata al centro della cavità cranica, rielabora i dati sensoriali; nella parte più interna, infine, vi è la memoria, che raccoglie e recupera i dati.

Memoria e identità

Se da una parte storici, filologi e poeti hanno affermato l’interdipendenza di memoria e identità, dall’altro hanno evidenziato uno scarto netto tra la memoria e la storia. Di ciò, si occupa Assman nel sesto capitolo del suddetto volume, partendo dal distinguo nietzschano tra la storia, in cui il presente è dominato dal passato, e la memoria, in cui si assiste al processo inverso.

Di tutt’altro avviso è Maurice Halbwachs, per il quale i ricordi collettivi sono uno strumento di coesione: i ricordi stabilizzano il gruppo e il gruppo stabilizza i ricordi. Onde ne deriva, che se il gruppo si scioglie i ricordi, che permettono loro di identificarsi e riconoscersi, si cancellano. In sostanza, la memoria collettiva consente l’omogeneità del gruppo, mentre la memoria storica è del tutto ininfluente sulla costruzione dell’identità individuale.

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