Epicuro, il magister che insegna la felicità all’uomo

In età ellenistica e romana, se da un punto di vista politico la Grecia perde pian piano la propria indipendenza, da un punto di vista culturale conosce una grande espansione. Tuttavia, la filosofia appare sterile, in quanto priva della forza e della genialità che aveva caratterizzato la speculazione delle età precedenti. La volontà di soddisfare i bisogni presenti spinge la filosofia ellenica a unificare teoretica e prassi; ciò che conta non è tanto il sapere in sé, ma regolare la propria condotta in virtù delle conoscenze acquisite. In tal senso, «la filosofia vuol essere regolatrice della vita, dar forza e direzione alla vita morale, diventa la religione delle persone colte». L’individuo osserva e s’interroga sulla vita, sul rapporto con essa e sul destino, coadiuvato in ciò dalle maggiori scuole dell’epoca: l’Accademia platonica e quella peripatetica, l’epicureismo e lo stoicismo (l’incrocio di queste ultime dà vita al filone dello scetticismo). Giuseppe Melli affronta tale questione nel volume La filosofia greca da Epicuro ai Neoplatonici (Firenze, Sansoni Editore, 1922). Secondo Epicuro, l’attività filosofica, coadiuvata dal sapere scientifico, spiana il percorso per giungere alla beatitudine:

E dice che non bisogna darsi l’aria, l’apparenza di filosofare, ma bisogna essere filosofi realmente, a quel modo che noi non abbiamo bisogno di parere star bene in salute, ma di essere sani veramente. E come non giova a nulla una medicina che non scacci le malattie dai corpi, così è inutile ogni filosofia che non guarisca le passioni dell’animo. È dunque una scienza salutare la filosofia. Per questo non è mai né troppo presto né troppo tardi per studiarla: essa conviene così ai giovani come ai vecchi: nessuno può dire che non è ancora giunto il tempo o non v’è più tempo per cercare la salute dell’anima e meditare in che consista la felicità.

Ecco, dunque, che la scienza fa la sua apparizione sotto forma di Fisica e di Etica, giacché, avverte Epicuro, non è sufficiente filosofare, ma è opportuno conoscere la realtà per poter poi regolare la propria condotta di vita, scegliendo ciò che è bene e lasciando andare ciò che invece è causa di dolore e sofferenza. La Canonica (o teoria della conoscenza) di Epicuro sintetizza un dilemma che, ancora oggi, non conosce una risoluzione:

quando noi diciamo di conoscere, conosciamo qualche cosa di vero e di certo, che corrisponde alla realtà, o viviamo in un mondo di apparenze e dobbiamo contentarci di una conoscenza puramente probabile, oppure dobbiamo astenerci da ogni affermazione intorno a quello ch’è o può essere la realtà delle cose in se stesse?

Il filosofo stabilisce, dunque, il primato della sensazione e della percezione, il senso è il fondamento della conoscenza; per cui, la sensazione corrisponde al vero, a qualcosa di reale, di certo. In caso contrario, se cioè non si ammettesse che la certezza sia insita nella sensazione, allora non potrebbe e non ci sarebbe conoscenza alcuna, ogni cosa si sfalderebbe. La vita umana ha bisogno della verità della conoscenza sensibile. Contemporaneamente, egli ipotizza che i sensi possano trarre in inganno, dovendo però scindere tra la percezione sensibile e lo iiudicium che, essendo un’operazione mentale, è ad essa sovrapposta.

È, pertanto, nel giudizio che si cela la possibilità dell’errore, poiché i sensi rivelano un dato di fatto, non qualcosa di arbitrario e soggetto alla manipolazione; inoltre, non si confutano a vicenda né sono confutati dalla ragione, che si basa sulla conoscenza sensibile. Va precisato, tuttavia, che sebbene il fondamento della conoscenza sia la sensazione, siffatta conoscenza non si compone solo di impressioni sensibili, ma anche di nozioni, di pensieri (le prolessi). Questi elementi originano dalle sensazioni e si formano mediante un processo mentale che comprende la coincidenza, l’analogia, la somiglianza, la sintesi (o confronto) dei dati sensibili e, ovviamente, la ragione.

Ma la mente fa molto di più; ricerca anche le cause dei fatti procedendo dal noto all’ignoto: nascono le opinioni, ovvero le supposizioni, le ipotesi, i giudizi che possono acquistare il sapore del vero, quando ottengono conferma dall’esperienza sensibile. Se, invece, il rapporto, per così dire, fra questi due elementi, è antinomico, allora il giudizio è fallace e ciò può riguardare oggetti di un’esperienza futura o cose non percepibili.

Il proposito del maestro di Samo, spietato nella sua battaglia contro gli scettici, è di insegnare all’uomo ad essere felice, e può essere tale solo se acquista la certezza che il mondo in cui vive non è illusorio. Una volta di più, dunque, egli attesta il primato della sensazione, quale mezzo attraverso il quale conoscere la realtà delle cose. Vi rientra a pieno titolo anche la ratio, che ben lungi dall’essere considerata contrapposta ai sensi, guida l’uomo a raggiungere il suo obiettivo, appunto la felicità.


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