L’eredità di Agneta: recensione del romanzo di Corina Bomann

Guerre, sopraffazioni, prevaricazioni, è sufficiente volgere il nostro sguardo a ciò che ci circonda, a ciò che ci è immediatamente vicino, per renderci conto che l’essenziale, per citare Shakespeare, è invisibile agli occhi. Che cosa, infatti, conta più dell’amore? Dell’amicizia? Corina Bomann con L’eredità di Agneta (Le signore di Löwenhof) ci mette di fronte a tali questioni, ci induce a una riflessione tanto intensa quanto profonda in una sorta di viaggio all’interno dei sentimenti, laddove sulla libertà di amare e di essere semplicemente se stessi incombe lo spettro delle convenzioni e degli obblighi sociali.

Il cuore o la società, questo è il dilemma

Ambientato negli anni a ridosso della Grande Guerra, Agneta, dopo l’ennesimo litigio con i genitori, abbandona la reggia e appassionata di pittura, si iscrive all’Accademia delle Belle Arti a Stoccolma, sperando di diventare un giorno una pittrice di successo: «sapevo che loro [i genitori] disapprovavano il mio stile di vita. Quando […] mi ero fatta riconoscere la maggiore età giuridica, si erano indispettiti. Loro speravano infatti che mi sarei sposata entro i venticinque anni, ma non era andata così, e nel momento stesso in cui presi in mano la mia vita, dimostrai chiaramente che la mia strada sarebbe stata molto diversa da quella che avevano programmato per me». Il soggiorno nella nuova cittadina è reso gradevole dalla relazione con Michael e dall’amicizia con Marit, due personaggi che si riveleranno importanti nell’avventura di Agneta.

L’esperienza si interrompe quando Agneta riceve la notizia di un gravissimo incidente subito dal padre e dal fratello Hendrik, e a seguito del quale li perderà entrambi, a poca distanza di tempo. Da qui, comincia per la ragazza una nuova vita. Sarà infatti costretta ad aggiornare la lista delle sue priorità, o per meglio dire, dei suoi obblighi e doveri: dovrà tener fede a una promessa fatta al fratello sul letto di morte. Seguire la propria strada e diventare una pittrice (magari di successo) o occuparsi degli affari della tenuta di famiglia? Una decisione ardua per Agneta, pur mettendo sul podio l’amore per il fratello e il desiderio di non tradire la promessa. Ma ogni scelta comporta delle conseguenze, l’assunzione di responsabilità e Agneta dovrà fare i conti con gli obblighi che il suo status sociale comporta.

L’indipendenza femminile

Ciò che unisce Agneta e Marit è il forte desiderio di indipendenza. È per questo che la futura contessa di Löwenhof non è attratta dal matrimonio che, ben lungi dall’essere idilliaco, è il presupposto della perdita della libertà individuale. Da questo momento in poi, il progredire della narrazione s’intreccia fittamente con una tematica, che ancora oggi è molto in voga: l’emancipazione della donna. «Il sospetto che io non volessi la vita che avevano pensato per me non li [i genitori] sfiorava neppure. Io desideravo studiare, viaggiare, frequentare gallerie d’arte. Volevo un’altra finestra sul mondo, avevo sete di sapere, e soprattutto mi interessava farmi nuove idee».

Funge da contraltare, Stella Lejongård, che Agneta definisce la “regina di ghiaccio”, la “strega cattiva”, il cui amore era impossibile conquistare. La diatriba infinita tra madre e figlia occupa gran parte della narrazione: Stella, ligia al dovere, auspica che la figlia segua il percorso ormai perfettamente delineato; Agneta, anticonformista, che segue un solo moto “si vive una volta sola”. «Siamo nel nuovo secolo, tutto cambia così in fretta. Non credo – dice Agneta – che si debba restare immobili. Almeno non quando si è giovani e si ha ancora tutta la vita davanti».

Ma il destino segue imperterrito la sua strada, senza curarsi di nulla, e così Agneta non può far altro che abbassare la testa e tornare sui suoi passi. Lascia Stoccolma, rinuncia al suo sogno di diventare pittrice e fa ritorno a Löwenhof, dove l’attendono gli affari che fino a poco tempo fa erano amministrati dal padre, quei doveri a cui lei avrebbe voluto sempre sottrarsi. Ciò comporta la fine della liaison con Michael, che non intende trasferirsi con lei alla tenuta e rinunciare al sogno di diventare avvocato, e l’inizio di una vita monotona, in cui i giorni si sarebbero succeduti l’uno identico all’altro: «quei paesaggi dipinti sembravano così deformati proprio come la mia anima. Non valevo granché come pittrice. Non lo sarei mai diventata sul serio! […] Ero l’erede di una tenuta, non un’artista. Ed evidentemente non ero neppure degna di essere amata, se un uomo non era disposto a mettere da parte il suo ego per me, o se almeno non permetteva che ci trattassimo da pari a pari». E Michael rincara la dose: «Questa vita non ti appartiene. Tu e il tuo vestito appartenete a un’altra epoca. Hai avuto solo un assaggio di vita moderna, ma questo evidentemente non è bastato a farti emancipare dal mondo retrogrado dei tuoi antenati».

I doveri di una contessa

Divenuta contessa di Löwenhof, Agneta deve fare i conti con il passato, con il ricordo di aver avuto la possibilità di condurre un’esistenza differente, quasi opposta, a quella che i suoi genitori avevano scelto per lei, e con il presente, che non lascia spazio a stati d’animo, sentimenti personali, alla felicità. «Era un peccato che il mondo non girasse secondo i nostri desideri, ma non potevamo farci nulla». Eppure, ogni cosa ha bisogno dei tempi e proprio quando l’attesa cessa, ecco che qualcosa di inaspettato accade. La contessa si innamora del capostalliere, cominciano un’intensa relazione d’amore che terminerà con la scomparsa di lui non appena scoppia la Prima guerra mondiale. Poco tempo dopo, Agneta scopre di essere incinta e, ancora una volta, si trova nella posizione di dover decidere se proseguire con la gravidanza o abortire. Nel mezzo la speranza che, un giorno, la società possa rendersi conto che un figlio, anche se illegittimo, è un essere umano, degno di essere rispettato e che la donna non deve per questo perdere la propria reputazione.

La lentezza del cambiamento impedisce ad Agneta di tener fede ai suoi propri princìpi e il coraggio di non interrompere la gravidanza la conduce verso l’unico uomo che le ha sempre mostrato affetto, amicizia e amore: Lennard. Löwenhof si prepara a celebrare le nozze di Agneta e Lennard, un grande evento destinato a fare la felicità di molti, ma non quella della contessa, ormai rassegnata a una vita coniugale priva di carezze, di tenerezza, di amore.

Ma se è vero che nella vita non bisogna mai dare nulla per scontato, è altrettanto vero che per la protagonista di Corina Bomann tutto è possibile. Un matrimonio arido e basato su di un accordo, un compromesso, può nel tempo far germogliare un sentimento genuino, leale e forte?

Una storia e semplice e coinvolgente a un tempo grazie alla narrazione in prima persona. Effettivamente, la realtà filtrata tramite lo sguardo acuto e attento di Agneta consente di addentrarci nel suo mondo nobile, un mondo in cui l’apparenza è più importante dell’essenza e che proprio per questo necessita di un’analisi tutt’altro che superficiale.

© Antonietta Florio

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