Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

«Rinunciare alle cose è meno difficile di quel che si crede: tutto sta a cominciare. Una volta che sei riuscito a prescindere da qualcosa che credevi essenziale, t’accorgi che puoi fare a meno anche di qualcos’altro, poi ancora di molte altre cose.» (I. Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore)

“[…] la lettura è un’operazione discontinua e frammentaria. O meglio: l’oggetto della lettura è un materia puntiforme e pulviscolare”

Protagonista è il Lettore-Viaggiatore che, con la Lettrice Ludmilla, intraprende la lettura di dieci romanzi senza mai giungere alla fine. L’omissione (volontaria) del finale non coincide affatto con il “non finito”, con ciò che Paul Valéry definisce, in ambito artistico: “un’opera non è mai completata, ma semplicemente abbandonata”. Piuttosto – precisa Calvino – si tratta di un “finito interrotto”, di «un finale la cui fine è nascosta o illeggibile» nel duplice senso letterario e metaforico.

Nelle ultime pagine del romanzo aleggia lo spettro pessimistico di Schopenhauer, laddove la superficie del mondo, che appare sempre più vuota e sterile, determina nel Lettore-Viaggiatore l’esigenza di cercare un libro

«che dia il senso del mondo dopo la fine del mondo, il senso che il mondo sia la fonte di tutto ciò che c’è al mondo, che la sola cosa che ci sia al mondo è la fine del mondo

Insomma, Calvino scrive l’incipit di dieci romanzi desunti da autori immaginari e differenti tanto fra loro quanto da Calvino stesso, il quale innesca un processo di identificazione con il Lettore.

La tesi che egli vuole dimostrare è che ogni libro, ogni storia romanzesca non nasce improvvisamente dal nulla o per un caso fortuito, ma necessita di un sostrato: il rapporto e il confronto continuo con altri libri.

Emozionante, in tal senso, è il disvelamento conclusivo, l’approdo nel porto sicuro della biblioteca, dove il Lettore intesse un dialogo con altri lettori polarizzato, per l’appunto, sulla riflessione della funzione della lettura. Ogni romanzo – o meglio – ogni principio di romanzo trova a questo punto, per così dire, la sua ragione d’essere in un mondo in cui – a detta di Calvino – le storie cominciano, ma non finiscono.

Antonietta Florio

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