George Orwell, 1984

«Controlliamo la materia perché controlliamo la mente. La realtà è all’interno del cranio. Imparerai per gradi, Winston. Non c’è nulla che non possiamo ottenere. L’invisibilità, la levitazione – qualunque cosa. Se volessi, potrei sollevarmi da questo pavimento come una bolla di sapone» (G. Orwell, 1984)

Romanzo distopico, romanzo di un visionario fatalista, romanzo attuale, romanzo che descrive la società del futuro: quella del 2050, per citare la data che Orwell non lascia in sordina nel testo. Questo e molto altro, a partire dal titolo, 1984, è stato detto a proposito di questo formidabile romanzo. Non si tratta tanto dell’atteggiamento col quale ci si approccia alla narrazione, quanto piuttosto della prospettiva che si adotta nell’operazione esegetica, la quale non può essere circoscritta alle sole pagine scaturite dalla penna orwelliana.

Sin dal principio, il lettore viene catapultato in un conflitto che vede la contrapposizione fra tre blocchi: l’Oceania (continente in cui è ambientata la vicenda), l’Eurasia e l’Eustasia. La popolazione vive sotto il controllo del Grande Fratello, capo e custode della Rivoluzione, che tramite microfoni e microspie vede e sente ogni cosa. Tre sono i dogmi:

  1. La guerra è pace;
  2. La libertà è schiavitù;
  3. L’ignoranza è forza.

A primo impatto, dunque, sembra comprendersi che l’intento dello scrittore sia quello di evidenziare, in una maniera nuda e cruda, il potere assolutistico del Grande Fratello e, per estensione, il male inferto dai regimi repressivi. Il G.F. non si limita a regolare o, per meglio dire, ad evitare che gli uomini abbiano fra loro rapporti sociali (la communitas tanto cara a Cicerone), non solo la fratellanza diventa un concetto astruso, pura mitologia, ma si spinge oltre. Invade l’aspetto più intimo delle loro esistenze, scivola nelle loro case, nei loro sentimenti, s’insinua caparbiamente nelle loro menti.

Un esempio è il governo sulla vita coniugale: la riproduzione era necessaria per l’accrescimento del Partito. Ancora più drammatica e aberrante è la manomissione del passato, la quale cosa «non era forse più agghiacciante della tortura e della morte?». Una tale condotta non avrebbe fatto altro che incutere paura, intensificare l’odio e il dolore, a discapito della purezza, della complessità, della genuinità delle emozioni.

Controllare il passato significava, di conseguenza, controllare anche ciò che non si è ancora verificato, e controllare il presente, inevitabilmente, equivaleva ad assumere il controllo del e sul passato. Così, una menzogna universalmente riconosciuta finiva col diventarne il suo esatto opposto. È ciò che in Novalingua si chiama “bipensare”, ovvero il controllo della realtà:

«Tutto sfumava in un mondo d’ombre dove, alla fine, non sapevi più con certezza neppure che anno fosse.»

Ecco la parola chiave: Novalingua, in antitesi con la Veterolingua. Tutto, infatti e a ben vedere, ruota intorno alla lingua. Nella fattispecie, il centro gravitazionale è la creazione dell’Undicesima Edizione del Dizionario, il cui intento di base non è la coniazione di neologismi, quanto piuttosto la distruzione delle parole, ridurre la lingua all’osso:

«La demolizione più grande riguarda verbi e aggettivi, ma ci sono anche centinaia di sostantivi di cui possiamo fare a meno. Non solo i sinonimi, anche i contrari. In fondo, che necessità può esserci di un vocabolo che sia semplicemente il contrario di un altro? Un vocabolo ha già in sé il suo contrario.»

In definitiva, come asserisce Nicola Gardini nella post-fazione, Orwell vuole mettere in risalto la rovina linguistica, l’aberrazione della lingua, il degrado della significazione; ed è in tal senso che «1984 è la tragedia della parola».

Il punto di partenza è la chiara consapevolezza che le parole posseggono dei sensi segreti, che sfuggono alla cristallizzazione dei significati; una stessa parola può voler dire molte cose, e tutte diverse, a seconda dei contesti situazionali entro i quali viene impiegata.

Pertanto, lungi dall’utopia, dalla storia dei regimi dittatoriali, dai totalitarismi o da una favola dell’orrore, la riflessione orwelliana riguarda la disciplina verbale, con particolare attenzione all’aspetto stilistico. La chiarezza e la sincerità germinano dalla congruenza tra le intenzioni reali e quelle dichiarate, ragion per cui non è necessario ricorrere a frasi fatte e smodatamente lunghe.

“Bipensare” si è detto poc’anzi. Siffatto concetto, che ad una prima lettura sembra avere un rapporto diretto ed esclusivo con le questioni politiche, con il Partito animato dal desiderio di sovrastare il mondo intero, convincendo che 2+2=5, in realtà, ha a che vedere con il linguaggio. La pratica del bipensare, che è una sorta di imposizione della realtà, per la quale non è possibile formulare tesi ulteriori, specie se in contraddizione con la visione – in certo senso primeva – del Partito, porta con sé l’abolizione della duplicità dei significati.

Il bipensiero è l’uccisore di quella polisemia, di quella libertà del dire (con le parole più varie, con espressioni allegoriche e metaforizzate) che Winston Smith tenta e spera di continuare a far riverberare nel suo diario segreto.

© Antonietta Florio

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