Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno

«L’uomo porta dentro di sé le sue paure bambine per tutta la vita» (I. Calvino)


“Pin sale per il carrugio, già quasi buio; e si sente solo e sperduto in quella storia di sangue e corpi nudi che è la vita degli uomini”

Prescindendo dalla cornice storica e al di là dell’identificazione, peraltro esplicitamente confessata nella prefazione, tra lo scrittore Calvino e il bambino Pin, ciò che potrebbe rivelarsi altrettanto sorprendente, a livello psichico ed emotivo, è che al termine de Il sentiero dei nidi di ragno, tutti ci sentiamo (o siamo) come Pin.

Orfano dei genitori, Pin vive con la sorella Rina, una prostituta soprannominata la Nera di Carrugio Lungo, che pensa soltanto a se stessa. La mancanza di una figura solida e stabile cui potersi affidare completamente, cui poter riversare le sue paure, è all’origine di un senso d’abbandono che, tuttavia, non mostra (mai) completamente.

Pin, rifiutato dai coetanei, è sempre in compagnia degli adulti, è loro amico, pur nella consapevolezza che «i grandi sono una razza ambigua e traditrice, non hanno quella serietà terribile nei giochi propria dei ragazzi, pure hanno anch’essi i loro giochi, sempre più seri, un gioco dentro l’altro che non si riesce mai a capire qual è il gioco vero».

Fatti di armi e di donne, i giochi degli adulti sono incomprensibili per Pin e i loro atteggiamenti imprevedibili. Incomprensione e imprevedibilità, dunque, quali fattori caratterizzanti i rapporti inter homines. Pin uno di noi, si diceva. Sì, perché è difficile capire l’altro e, prima ancora, è arduo farsi accettare. È una sensazione sgradevolissima quella di sentirsi scoraggiati in tutto e per tutto, non avere fiducia in niente e in nessuno, quando la mente diventa una zona oscura, gremita di interrogativi insolubili, e ogni cosa va (o sembra andare) alla deriva.

Ciononostante, proprio come Pin, che «tra poco si troverà abbandonato da tutti in un mondo sconosciuto, senza sapere più dove andare», non muore il desiderio di trovare un amico, un vero amico, al quale mostrare il posto delle tane dei ragni.

Una voce fuori dal coro, questa, un commento che – relegando al margine il riferimento storico dal quale la storia trae origine e nella quale si svolge – tende ad evidenziare, amplificandolo , che, in un modo o nell’altro, c’è un Pin in ognuno di noi nel sentirci inutili, sbagliati, di troppo, fuori luogo; quando, infine, abbiamo quella dannata sensazione di camminare, di sostare in terra straniera anche quando ci si trova in luoghi e ambiti familiari.

Antonietta Florio

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