José Saramago, Le intermittenze della morte

«[…] La consuetudine è morire, e morire diviene allarmante solo quando le morti si moltiplicano, una guerra, un’epidemia, per esempio, Cioè, quando si esce dalla routine, Si potrebbe dire così, Ma, proprio ora che non si trova nessuno disposto a morire, lei, signor ministro, ci viene a chiedere di non allarmarci, ne converrà con me che è, per lo meno, piuttosto paradossale […]» (J. Saramago, Le intermittenze della morte)

Una sola parola: oltre. José Saramago va oltre. Non si tratta semplicemente di uno sconfinamento nell'(ir)realtà, non è un procedere implacabile verso l’assurdo, il paradossale, l’impossibile. L’iter narrativo che l’autore costruisce, lungi dall’affrontare questioni puramente filosofiche e religiose – sebbene vi si scorgano tracce tangibili, palpabili, concrete -, sembra evidenziare la fragilità dell’essere umano.

Se è vero che l’individuo agisce liberamente sulla base delle sue credenze, se è vero che è padrone del suo destino, è altrettanto vero che la suddetta libertà è tutt’altro che illimitata. Detto altrimenti, l’uomo – ed è forse qui che Saramago riflette e induce a riflettere in modo tanto lucido e disincantato quanto critico – è (in)consapevolmente sotto lo scacco di qualcosa (o qualcuno) che si trova al di sopra di lui: la Chiesa e la politica.

È quanto si percepisce in un paese, del quale non si conosce il nome, in cui nella notte compresa fra il 31 dicembre e il 1° gennaio non si registrano più decessi. Inutile dire che una tale situazione – da taluni salutata come l’inizio di una vita nuova, unica, meravigliosa, senza la paura di non esserci più – provoca grosse preoccupazioni alle imprese funerarie, che nel giro di poco tempo assistono impotenti a un ineluttabile crollo finanziario.

Contemporaneamente, gli ospedali sono al collasso e anche nelle famiglie, con a carico almeno un ammalato, la routine quotidiana si complica al massimo grado.

Eppure, al di là del denaro, degli stress psico-fisici, di morenti che alla fine non muoiono, ma restano sospesi, anzi incastrati, in una vita che non può più definirsi tale, tra i cittadini c’è chi parla di uno “sciopero della morte”, chi crede (o potrebbe credere) che l’azione della volontà, avendo finalmente mostrato la sua forza, abbia reso possibile la realizzazione della vita eterna sulla terra. Onde ne deriva che non è più l’anima ad essere imperitura, bensì il corpo e un tale postulato, quale novità assoluta, di sollievo e sconcertante a un tempo, mina le fondamenta della religione:

«Le religioni […] non hanno altra giustificazione di esistere all’infuori della morte, ne hanno bisogno come il pane per i denti».

Più precisamente, è la massima istituzione religiosa a pagarne le conseguenze più nefaste subendo non un semplice decentramento, bensì una vera e propria disfatta:

«Senza morte, mi ascolti bene, signor primo ministro, senza morte non c’è resurrezione, e senza resurrezione non c’è chiesa».

E non potrebbe essere diversamente, in quanto l’immortalità sarebbe direttamente proporzionale alla sparizione di Dio, o cosa ancora più inaudita e assurda, alla sua inesistenza.

Un mistero, quello della scomparsa della morte, che chiama in causa anche il governo della città, il quale si incarica formalmente di avviare indagini serrate, e i mass-media; persino filosofi e pensatori – cinici e ironici, pessimisti e ottimisti – vengono interpellati, affinché cerchino di capire come sarà la società del futuro e di prescrivere una soluzione ai problemi del domani.

Il quadro che ne emerge è di un paese scisso tra la speranza di vivere per sempre e il timore di non dover morire mai, che lungi dall’essere occasione di gioia, diventa ben presto un tormento, si traduce nella certezza che il futuro non sarà roseo come si tende a credere. Ed ecco che Saramago fa entrare in scena lei, la “maphia” che, pur sporcandosi le mani ottenendo in cambio benefici ciclopici, sembra aprire la strada per un ritorno alla normalità del ciclo della vita: nascita-crescita-morte.

La situazione cambia – ed è qui che la matassa comincia sorprendentemente a sbrogliarsi – a seguito di una missiva indirizzata al direttore generale della televisione, nella quale si legge che la morte, dopo aver offerto una dimostrazione di cosa significhi vivere eternamente – il che non è un bene per tutti – è tornata e che i modi di operare sono diversi rispetto al passato.

Chiunque passerà a miglior vita, infatti, sarà avvisato otto giorni prima mediante la ricezione di una lettera sigillata in una busta viola, di modo che tutti avranno la possibilità di riappacificarsi con se stessi e con gli altri, con la consapevolezza che quella è l’ultima occasione per riportare ordine e pace, laddove si sono creati confusioni e motivi di litigio.

L’alternanza dei dialoghi tra i personaggi romanzeschi e dei riferimenti espliciti e diretti dell’autore ai lettori, lo stile fluido ma originale della penna di Saramago non intende proporre una profonda meditazione filosofica, seguendo le orme di Montaigne (“filosofare è imparare a morire”). Lo scrittore fa molto di più: critica la Chiesa, la realpolitik, il connubio “maphia”-Stato.

Nel mezzo, qualcosa di incommensurabilmente piccolo: la massa, composta da individui che, presi singolarmente, si rivelano tanto nudi e fragili, quanto più sottomessi a qualcosa di indefinitamente grande, qualcosa che pur essendo intangibile, è sempre nascosto lì, dietro l’angolo. Ed è quel qualcosa che trasforma la libertà nell’illusione della libertà.

© Antonietta Florio

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