Jean-Paul Sartre, L’età della ragione

«Ancora oggi, i più antichi giorni della sua infanzia, quel giorno in cui aveva detto: sarà libero, il giorno in cui aveva detto: sarò grande, gli apparivano con il loro particolare avvenire, come un piccolo cielo personale tondo sopra di essi, e quell’avvenire era lui, “lui” così come era adesso, stanco e maturo, […] e lui provava spesso schiaccianti rimorsi perché il suo presente svogliato e scettico, era il vecchio avvenire di quei giorni passati» (J.-P. Sartre, L’età della ragione)

Insoddisfazione, ricerca della libertà, assunzione di responsabilità e, ancora, il confronto tra passato e presente, la contrapposizione tra il mondo desiderato e la realtà che si presenta nella sua nudità sono le tematiche che percorrono il romanzo di Jean-Paul Sartre, L’età della ragione.

Com’è noto, l’autore francese appartiene alla corrente filosofica dell’esistenzialismo, pur essendo tale etichetta non il frutto di una scelta volontaria e personale, bensì affibbiata dai giornalisti.

Se l’essere esistenzialista di Sartre non è altro che la filosofia della libertà, libertà dell’uomo di costruire la propria vita e i propri valori, i personaggi che popolano L’età della ragione procedono incessantemente in tale direzione.

Mathieu, Boris, Marcelle, Lola, Ivich, Daniel, ognuno di essi è chiamato ad affrontare le sfide quotidiane dell’esistenza, a combattere per l’affermazione del sé in una città come Parigi e in un’epoca travagliata.

La storia è ambientata, infatti, nell’immediato dopoguerra e il processo di ricostruzione finisce per intaccare, ineluttabilmente, anche la dimensione morale: «era spaventoso sentirsi una mollica di pane in questo vecchio mondo rosolato». Tutti, in un modo o nell’altro e in qualsivoglia contesto, avvertono la sensazione di non essere altro che l’ombra di se medesimi.

È soprattutto Mathieu Delarue a incarnare la disgregazione prima e la ricostruzione poi del suo mondo personale, di un’interiorità tanto più frammentata e destabilizzata quanto più spinge il rimpianto «della vita che avrei potuto avere», delle occasioni mancate:

«[…] si vede troppo che è istruito, ma che non ama niente con semplicità, né bere, né mangiare, né fare l’amore; ha bisogno di riflettere su tutto, è come la sua voce, una voce tagliente da padrone che non sbaglia mai».

Persino la relazione amorosa con Marcelle diventa un peso, in quanto entra in contrasto con il suo ideale di vivere pienamente la propria libertà, di essere indipendente, anche a costo di una vita solitaria.

Ciò si evince maggiormente quando la ragazza scopre di aspettare un bambino e, per non sposarla, per non rinunciare alla sua sfida – appunto quella di essere libero – costringe entrambi a prendere un’unica decisione possibile: l’aborto, che Mathieu definisce  «assassinio “metafisico”».

Ed è qui che si concretizza – per così dire – il conflitto tra la libertà vera e propria e l’illusione di libertà, che Sartre affida a Jacques, il fratello di Mathieu:

«Io credevo che la libertà consistesse nel guardare in faccia le situazioni in cui uno s’è cacciato di sua volontà e nell’accettare ogni responsabilità».

Dunque, se Mathieu Delarue rinuncia a tutto in nome della libertà, rendendosi poi conto del vuoto che lo circonda, la libertà cui aspira Boris è – parafrasando, in maniera forse troppo amplificata, Montesquieu – “fare tutto ciò che le leggi permettono”.

Più precisamente, però, essere liberi implica il dovere di fare e pensare ciò che si vuole, di assumersi le responsabilità soltanto verso se stessi e, contemporaneamente, di mettere in discussione tutto e tutti.

Ed ecco che, mentre la vita annaspa nell’incertezza e procede implacabile verso il nulla, mentre il tempo (tra)scorre senza alcuna possibilità di fermarlo, mentre i sogni restano lì, sospesi, a ricordare in ogni momento quale sia la mèta ultima, l’unica forma libertà da preservare e custodire gelosamente è la libertà di essere e di voler essere ciò che si è.

Una sorta di eco al monito nicciano: “La chiave al vivere bene è prima di tutto volere ciò che è necessario e poi amare ciò che si è voluto”. Questo non comporta la rinuncia ai sentimenti, all’amore e, in definitiva, a tutto ciò che la vita ha da offrire; al contrario, presuppone di perdersi e disperdersi tra la folla, guardare gli altri, magari seguirli, ma senza omologarsi.

© Antonietta Florio

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...