Georges Simenon, Luci nella notte

«Per trentadue anni, quasi trentatré, era stato un uomo onesto. Aveva seguito i binari, come aveva proclamato con tanta veemenza quella notte: bravo figlio, scolaro diligente, impiegato, marito, padre di famiglia, proprietario di una casa a Long Island. Non aveva mai infranto la legge, non era mai comparso dinanzi a un tribunale e tutte le domeniche mattina andava a messa con la famiglia. Era un uomo felice. Non gli mancava niente» (G. Simenon, Luci nella notte)

«Entrare nel tunnel» è l’espressione che apre questo romanzo di Simenon, Luci nella notte. Un noir che, si potrebbe dire, racconta due storie, la cui progressione procede parallela. Sì, perché l’enigma su cui s’innesta la trama riguarda primariamente l’interiorità dei personaggi, in particolare Steve Hogan.

In secondo luogo, a mano a mano che ci si addentra nella narrazione e si prende confidenza con i personaggi, talvolta mettendo in atto un profondo meccanismo di identificazione, ci si scopre pezzi di uno stesso puzzle, da ricostruire prima e divulgare poi, se è vero che ogni storia contiene una morale, una lezione di vita, una verità inalienabile. E la penna di Simenon ne è la dimostrazione più concreta.

Le riflessioni di Steve, che lo portano ad entrare in quel tunnel fatto di bar e alcool, si focalizzano sulla sua vita coniugale, che alterna momenti di estasi e soddisfazione, – brevi istanti che, analizzati oggettivamente, con lo sguardo dello spettatore, testimoniano come e quanto l’uno si prende cura dell’altra – a momenti di vuoto tanto insopportabile quanto incomunicabile. Quel vuoto incrementa le distanze tra lui e Nancy a tal punto da sentirsi due estranei, seppure inconsciamente e, come si vedrà, apparentemente.

La disamina su ciò che non va bene, su ciò che non sembra funzionare è una necessità che richiede di essere fronteggiata, di essere guardata in faccia, poiché non basta volgere lo sguardo da un’altra parte e vivere nel fitto reticolo di illusioni tanto triviali.

Vivere consapevolmente significa scendere a compromessi ed ecco che, all’improvviso, come un lampo che rischiara un cielo tetro e oscuro, Steve trova “il sassolino nella scarpa”. Si rende conto, infatti, dell’ingrediente mancante: la fantasia. Il tutto viene a galla durante il viaggio in autostrada:

«Ma sicuro, guarderò la strada, guiderò con calma e con prudenza, così non rischieremo di uscire dai binari. Capisci di quali binari sto parlando?» Di colpo quel che aveva detto gli sembrò acutissimo, di una verità lampante. Anzi, quasi una scoperta: ecco che cosa non andava in Nancy, il fatto che seguiva i binari, senza mai un pizzico di fantasia.

E aggiunge: «Che cosa c’è di più stupido di un treno che segue sempre lo stesso percorso, gli stessi binari all’infinito?» Ecco, dunque, che Steve perviene finalmente alla radice del problema, laddove l’entrata nel tunnel indica e implica un’uscita dall’ordinario, da quella routine da cui non ci si riesce a staccare.

Il pezzo mancante, appunto rappresentato dal percorrere sempre la medesima strada, senza alcuna deviazione, è quindi la fantasia; o, si potrebbe forse dire, la volontà di allontanarsi dal tedio della quotidianità per rinvigorire l’esistenza sia individuale e interiore, sia di coppia.

Perciò, desideroso di dare una lezione a Nancy, deciso a non rinunciare a quel pizzico di follia, quel brivido che dà una scossa alla vita, quel poco che basta per sentirsi vivi, Steve va oscuramente incontro al suo Destino, il quale destino veste i panni dell’evaso di prigione Sid Halligan.

Se da un lato, la moglie lo abbandona per proseguire il viaggio in pullman, dall’altro Steve – dopo un iniziale senso di colpa che lo induce a mettersi sulle sue tracce – preferisce non alzare bandiera bianca. Si comporta in tutt’altro modo. Semplicemente vuole “vivere la sua grande notte”, assaporare ogni secondo, il più piccolo istante di quelle ore notturne, così lontane, e addirittura opposte, da quella che ormai era la sua vita da undici anni.

Ma come ogni cosa, per quel desiderio dovrà pagarne un prezzo. Infatti, quando Nancy scompare e il suo cuore batte freneticamente in assenza di notizie, mentre il panico s’impossessa del suo essere, Steve prende una nuova, lucida consapevolezza: l’amore incondizionato per sua moglie, senza della quale il suo mondo si riduce a nulla.

È a quel punto che tutto il resto passa in secondo piano ed è a questo punto della narrazione che Simenon dà quella lezione di vita, cui si è fatto riferimento in apertura: perché pur avendo tutto ciò che si desidera, perché – nonostante l’appagamento di tutti (o della maggior parte) dei desideri – ci si ritrova in uno stato di perenne ribellione che finisce ineluttabilmente per coinvolgere il mondo intero? Perché provare l’ebbrezza di uscire dai binari e ritrovarsi a fare i conti con qualcosa che potrebbe essere molto più grande e che potrebbe finire per infliggere una pesante sconfitta? La risposta, unica e definitiva, arriva da Nancy:

«È stupido, vero? Capiamo solo quando è troppo tardi. Quando siamo felici non ci facciamo caso, commettiamo delle imprudenze, a volte addirittura ci ribelliamo».

La felicità è fatta di piccole cose, piccoli momenti che si rivelano grandi per quel che lasciano dentro, per le persone che, giorno dopo giorno, decidono di restarci accanto, come angeli custodi pronti a proteggerci, a metterci in guardia, anche e persino da noi stessi. Del resto, “L’essenziale è invisibile agli occhi”.

© Antonietta Florio

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