John Steinbeck, Uomini e topi

«Un uomo ha bisogno… di qualcuno vicino,” gemette. “Un uomo diventa pazzo se non ha nessuno. Non importa chi è, da quanto è con lui. Te lo dico io,” esclamò, “te lo dico io che a rimanere troppo soli si finisce con l’impazzire» (J. Steinbeck, Uomini e topi)

Tradotto per la prima volta da Cesare Pavese, Uomini e topi è stato celebrato sin da subito come il capolavoro della letteratura americana del Novecento. E non poteva, come non può al giorno d’oggi, essere diversamente. Un romanzo breve, una storia narrata in sole 97 pagine, testimoniando una volta di più che ciò che più conta non è la quantità, bensì la qualità.

Il realismo contestuale che fa da sfondo alla vicenda romanzesca – l’America del dopoguerra – intersecandosi con le esistenze dei personaggi – con il sogno di acquistare un pezzetto di terreno a Hill Country – rende la narrazione tanto maestosa quanto imponente sotto il duplice profilo contenutistico e stilistico.

Effettivamente, ciò che Steinbeck consegna ai suoi lettori, e che resterà impresso anche nella memoria delle generazioni che verranno dopo di lui e che si estenderà oltre i confini nazionali, è una lectio morale, capace di far vibrare le corde più recondite dell’anima di ognuno.

Nella nuova traduzione di Alessandro Mario, questi definisce Uomini e topi un’allegoria della condizione umana”, dove l’imperio del fato (che talvolta si accanisce con efferata crudeltà) vanifica, se non la bontà, la volontà di bontà degli uomini.

Vi è qui l’enucleazione di due fattori inscindibilmente connessi: da un lato la consapevolezza che la vita non è altro che un cammino e dall’altro che questo cammino, questo viaggio si svolge interamente nei confini dell’incertezza, il cui traguardo non è predeterminato, né frutto di un disegno provvisorio.

Due braccianti stagionalo, George Milton e Lennie Small, l’uno “piccolo e scuro in volto” e l’altro “enorme e dal volto senza forma”, sono i protagonisti del romanzo. Le fitte e quasi rasserenanti descrizioni della natura procedono di pari passo con il viaggio dei due uomini da un ranch all’altro della California e «un giorno metteremo insieme dei soldi e avremo una casetta e un paio di acri con una mucca e qualche maiale […]».

“Insieme” potrebbe essere assurta a parola-chiave della storia, o meglio della sua morale. È George a dichiararlo esplicitamente:

«I tipi come noi, che lavorano nei ranch, sono le persone più sole al mondo. Non hanno famiglia, non appartengono a nessun posto. […] Non hanno niente cui aspirare.»

Continua, poi:

«Per noi non è così, noi abbiamo un avvenire. Possiamo parlare con qualcuno al quale importa di noi. Non dobbiamo starcene seduti in un bar a buttar via i soldi solo perché non abbiamo un altro posto dove andare.»

E Lennie conchiude così:

«Noi invece è diverso! E perchè? Perché… perché io ho te che mi stai dietro, e tu hai me per star dietro a te, ecco perché.»

Perciò, in un mondo in cui l’uno ha paura dell’altro, riecheggiando la locutio di primigenia derivazione plautina dell’homo homini lupus, George e Lennie possono essere considerati a pieno titolo come rappresentanti di quella fetta di umanità che ha e sa conservare ciò che c’è ancora di buono: lo stare insieme, guardare e procedere nella stessa direzione, la bellezza di condividere un sogno con la mente proiettata nel futuro.

E come ogni narrazione che si rispetti, George e Lennie godranno dell’appoggio di un aiutante, incarnato dallo scopino Candy, pronto a investire il denaro messo da parte per acquistare la fatidica “casa dei sogni”, per avere qualcosa di proprio, di personale, qualcosa che nessuno mai potrà portare via. In tal modo, Candy enfatizza ciò che nelle coscienze dei due protagonisti è ben sedimentato:

«Un uomo diventa pazzo se non ha nessuno. Non importa chi è, da quanto è con lui. […] te lo dico io che a rimanere troppo soli si finisce con l’impazzire.»

Eppure, al di là del pezzettino di terra, sia all’inizio che alla fine del romanzo, in una sorta di percorso per definizione circolare, l’esserci l’uno per l’altro, la consapevolezza di avere qualcuno accanto, pronto a sostenerci in ogni momento della nostra vita, si configura sia come il pilastro che porta avanti la narrazione, sia come il punto d’arrivo della medesima.

Tuttavia, tale dipinto idilliaco subirà uno sfregio irreparabile, frantumando nel mare del nulla sogni e speranze, ma non sopprimendo l’irresistibile volontà di (ri)alzare la testa e di andare avanti nonostante tutto e tutti. È qui che il titolo Uomini e topi acquista il suo significato più pieno, sulla falsariga dei versi di Robert Burns, da cui Steinbeck trae ispirazione:

«Spesso i progetti anche i più buoni, / che fanno i topi e fanno gli uomini, /finiscono in niente e in luogo della gioia / restano soltanto dolore e stenti.»

© Antonietta Florio

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