Alberto Moravia, Il conformista

«Così egli era un anormale, non poteva fare a meno di pensare, o meglio di sentire, con una viva, fisica consapevolezza di questa anormalità, un anormale segnato da un destino solitario e minaccioso e ormai avviato per una strada sanguigna sulla quale nessuna forza umana avrebbe potuto fermarlo» (A. Moravia, Il conformista)

Se da un lato il filosofo Umberto Galimberti definisce il conformismo come il vizio della società contemporanea, dall’altro Marcello Clerici, protagonista de Il conformista di Alberto Moravia, non sembra seguire questa linea di pensiero. Anzi, a dirla tutta, Marcello è il conformista. In un periodo di ristrettezze delle libertà individuali, quello del fascismo, Marcello non trova altra via d’uscita che il conformarsi agli altri.

Seguendo il percorso di crescita del ragazzo, Moravia ne mette ben in evidenza il timore di essere diverso e di essere respinto, rifiutato. Ciò lo si evince sin dal prologo, quando ci si imbatte in un tredicenne assetato di violenza: uccide delle lucertole, poi un gatto e, rendendosi conto della crudeltà consentanea alla sua natura è alla perenne ricerca di remissione.

Dapprima confidandosi con l’amico Roberto, poi con la madre, la quale, presa totalmente da se stessa, non dà peso alle parole del figlio, e successivamente lo confessa al parroco poco prima del matrimonio, avvertendolo però che la remissione dei peccati può esserci solo a seguito di un pentimento sincero.

Essere uguale agli altri significa, per Marcello, possedere un’arma, un desiderio che si concretizza in tutta la sua drammaticità quando conosce Lino, il quale, con la promessa di regalargli la rivoltella, lo conduce nella sua casa in cui manifesta la propria pederastia. È nel tentativo di difendersi che Marcello fa partire un colpo e credendolo morto scappa via.

Gli anni passano e il piccolo Clerici cresce. Sulla soglia dei trent’anni e impiegato come funzionario di stato, Marcello è lo stesso ragazzo di allora: impassibile e indifferente, senza mai sfociare nel cinismo più crudo e gelido, a tutto ciò che fa o dice. I suoi pensieri oscillano tra il timore che qualcuno possa scoprire l’omicidio che ha commesso, ragion per cui sfoglierà innumerevoli giornali per accertarsi del contrario, e la paura mai sopita di essere diverso.

Anche quando sposerà Giulia, così diversa da lui – tanto da definirlo strano perché «tutti vorrebbero essere diversi da tutto… e tu invece si direbbe che ci tieni ad essere come tutti» -, l’ossessione della sua anormalità non lo abbandona. Alla moglie che gli dice di essere una persona buona, egli si chiede se la sua bontà non è altro che il risultato dell’essere anormale, cioè distaccato e indifferente alla vita:

«Gli uomini normali non erano buoni […], perché la normalità veniva sempre pagata, consapevolmente o no, a caro prezzo, con complicità varie ma tutte negative, di insensibilità, di stupidità, di viltà quando addirittura non di criminalità».

Nemmeno i rimbrotti della madre («talvolta penso che tu abbia preso tutto da tuo padre… anche lui […] non amava nulla…le cose belle non gli dicevano nulla») non sembrano destarlo più di tanto dal suo stato di indifferente torpore.

Al di là delle questioni strettamente politiche, a prescindere altresì dalla missione a Parigi di uccidere Quadri, un suo professore che ha abbandonato la cattedra universitaria per diventare militante antifascista all’estero, il lavoro principale Marcello deve compierlo su se stesso. Siffatto lavoro consiste nel prendere piena consapevolezza della sua realtà, nell’accettare il mondo in cui si trova a vivere e nel quale la normalità “era altrove, o forse ancora non esisteva o, ancora, c’era stata, ma adesso necessitava di essere ricostruita”.

Pertanto, si persuade che il matrimonio sia il punto di partenza della suddetta (ri)costruzione, per poi rendersi conto che la normalità non è un cammino con gli occhi fissi e fermi nella stessa direzione; al contrario, essa consiste nel modo in cui e attraverso cui si valuta qualsivoglia esperienza, positiva o negativa che sia. Onde ne deriva in Marcello un senso di malinconia che «aveva addosso, come una seconda pelle, più sensibile di quella vera», la certezza stavolta di essere diverso da Giulia.

Se quest’ultima ha della felicità un’idea genuina, seppure non concretizzabile per via della guerra, («Ho tanto bisogno di essere felice […] mi sembra che ho bisogno di essere felice da quando sono nata»), il conformista Clerici è consapevole di non poter assaporare quella felicità, di non poterne godere.

La scoperta che Lino non è morto, ma che da autista è diventato guardiano notturno, scatena in Marcello un turbinio di pensieri incandescenti, fino ad approdare che, fra tutti gli errori commessi, il peggiore

«era stato quello di uscire dalla propria anormalità, di cercare una normalità purchessia attraverso la quale comunicare con gli altri. Quest’errore era nato da un istinto potente; disgraziatamente la normalità in cui quest’istinto si era imbattuto, non era che una forma vuota dentro la quale tutto era anormale e gratuito».

Dunque, ciò che si suole definire normale è “la perdita dell’innocenza”, la vita – quella vera – non è il lasciarsi trasportare dalle onde godendo della pace assoluta offerta dalla natura; è, al contrario, lotta e agitazione, la risoluzione dei piccoli problemi (la quotidianità) contenuti in un problema molto più grande e complesso (la vita, appunto).

© Antonietta Florio

Pubblicità

2 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...