Eshkol Nevo, Tre piani

«L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare disperati nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce» (E. Nevo, Tre piani)

Che c’entra Sigmund Freud con una palazzina di tre piani, a sua volta protagonista assoluta del romanzo Tre piani di Eshkol Nevo? Semplice. I tre piani corrispondono alle tre istanze freudiane di Es, Io e Super Io.

Il primo piano corrisponde all’Es, quale locus di pulsioni e istinti; il piano intermedio è abitato dall’Io, una sorta di istanza razionale nel tentativo di conciliare la realtà desiderata con la realtà vera e proprio; il terzo piano, infine, è occupato dal Super-Io, che il padre della psicanalisi definisce quale istanza che regola il comportamento e guida la coscienza morale.

A partire da questo intreccio, Nevo suggerisce, quasi dando una conferma a ciò che ormai è tradizionalmente e universalmente noto, che niente è come sembra, “non è tutto oro ciò che luccica”. E non solo. Effettivamente, in ognuno dei tre capitoli che compongono il romanzo emerge anche qualcos’altro: la legge della sopravvivenza.

Detto in altri termini, i problemi che affliggono i personaggi romanzeschi – intercalati nella realtà di Tel Aviv – rispecchiano difficoltà, pensieri e preoccupazioni che attanagliano, in misura maggiore o minore, l’anima di ciascuno di noi e dinanzi ai quali non bisogna soccombere, mostrando la forza di abbatterli e la volontà di (ri)alzare la testa e (ri)prendere in mano la propria vita. Ma procediamo con ordine.

L’oro che luccica è rappresentato dalla palazzina borghese di tre piani, dotata di un parcheggio ordinato, piante perfettamente curate, il citofono rinnovato. Una palazzina che emana l’odore piacevole della calma, della serenità; non si odono musiche ad alto volume, né litigi che disturbano, come talvolta accade, la tranquillità dei condomini e dei malcapitati passanti.

Tuttavia agli occhi di un osservatore guardingo non sfugge un particolare interessante e che, in quanto tale, non può restare all’ombra: lo sfavillio di quella palazzina non è altro che la sua corazza esteriore, forte sì, ma non del tutto insondabile.

Sì, perché la pace offerta dalla natura è inversamente proporzionale alle tempeste di cui gli esseri umani sono vittime. E all’interno del palazzo, nessuno dei condomini ne resta immune.

Al primo piano scorre in maniera turbolenta la vita di Arnon e Ayelet, con le loro due figlie, Ofri e Yaeli. Di tanto in tanto, accade che Ofri venga affidata ai vicini, Hermann e Ruth, coniugi in pensione, persone affidabili. È proprio questo senso di fiducia che i due trasmettono, a spingere Arnon e la compagna ad affidare di tanto in tanto Ofri alle loro cure.

Più tardi, e dopo aver osservato alcuni atteggiamenti di Hermann che agli occhi di Harnon non paiono innocenti, si fa sempre più potente la sensazione, quasi il sospetto, che l’anziano sempre “in giacca e cravatta” assuma comportamenti indecenti nei confronti di Ofri. A rafforzare quel presentimento è il cambiamento della bambina: occhi sempre più spenti e sempre più priva della vivace e ridente curiosità che la contraddistingue.

Pur di scoprire la verità, con lo scopo di proteggere sua figlia, Arnon è pronto a tutto, ma la strada che intraprende è tanto buia quanto impervia e l’ostacolo principale è rappresentato da una ragazza che, con le sue provocazioni, non farà altro che trascinarlo nel tunnel del tradimento.

Il secondo piano è abitato da Hani, moglie di Assaf e madre di due bambini. Anche in questo caso, la brillantezza dell’esterno non ha nulla a che vedere con l’opacità dell’interno. Non si tratta semplicemente di ciò che accade dentro le mura domestiche, bensì anche all’interno di se stessi, sebbene «la gente nasconde così bene la propria disperazione che nemmeno la percepiamo».

Hani incarna il prototipo della madre che ha lasciato il lavoro dopo il parto, e dal momento che trascorre tutto il tempo in casa da sola con i suoi figli, giacché il marito è spesso (quasi sempre) all’estero per lavoro, comincia ad avvertire il peso della solitudine:

«Nessuno lo ammette, ma passare così tante con dei bambini inaridisce. Magari ci sono mamme che trovano la felicità costruendo modellini con i figli. […] Io no. Non sopporto i modellini. Ne ho le tasche piene di colla, tempere e forbici. […] Non ho la forza di fingere un’allegria che non provo più».

La solitudine, nel caso di Hani drammaticamente prolungata ed esacerbata dal timore di finire in un reparto psichiatrico come sua madre, è la causa e la conseguenza di una processione di pensieri negativi e soffocanti, che stringono e trafiggono tutto il suo essere, lasciandola quasi senza forze, senza una prospettiva (o persino il sogno) di una vita migliore.

Al terzo piano, Dvar, giudice in pensione, fa i conti con la sua vita passata e con le sue scelte in qualità di moglie di Michael e di madre di Adar. Dvar non deve confrontarsi con un marito fedifrago o assente – nonostante sia morto, infatti, la donna gli parla come se fosse lì, accanto a lei).

Tutt’altro. La sua più grande sofferenza, la cui cicatrice è impossibile rimarginare, è il figlio Adar. I rapporti conflittuali con Michael, nei confronti del quale si sente come «una gomma da masticare rimasta appiccicata alla suola delle tue scarpe eleganti», lo porta a rompere tutti i ponti con i genitori. Una decisione fortificata dalla persuasione che la felicità, se esiste, si trova al di fuori della casa paterna. Una scelta non priva di conseguenze ovviamente. E a farne le spese è proprio Dvar.

Dinanzi all’ammonimento del marito, “o me o lui”, sceglie Michael, credendo che la sua perdita sarebbe stato un fardello insopportabile. Debole? Succube? Sciocca? No, non è questo il punto. Se è vero – per stessa ammissione di Dvar – che una persona sensata si sarebbe comportata diversamente, avrebbe speso tutto il suo tempo e denaro nelle ricerche della persona che è sangue del suo sangue, non è meno vero che

«[…] le persone sensate non esistono. E nemmeno le azioni sensate. Esiste solo l’azione che una persona specifica, in un momento specifico, deve compiere».

Dopodiché, per quanto possa far male, non resta che togliersi la maschera, guardare in faccia le proprie scelte e le conseguenze che da queste sono scaturite. Un lavoro introspettivo e inaccessibile a chi si ferma a rimirare solamente il baluginio esteriore, a dimostrazione «che non si può mai sapere che cosa succede dietro una porta blindata».

© Antonietta Florio

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