Aldo Cazzullo, Dante, Il poeta che inventò le stelle

«Sentiamo Dante talmente vicino che non lo chiamiamo per cognome, come tutti gli altri scrittori, ma per nome, anzi per diminutivo (si chiamava in realtà Durante, forse come il nonno materno). Il suo è un viaggio nella profondità di noi stessi. È la storia di tutti coloro che hanno letto, leggono e leggeranno la Divina Commedia» (A. Cazzullo, A riveder le stelle. Dante, il poeta che inventò l’Italia)

Lo sfondo blu della copertina e le stelle che lo arricchiscono sono il primo indizio del viaggio dantesco che Aldo Cazzullo, prendendoci per mano, disegna e ripropone. Una nuova voce, una nuova interpretazione, una nuova luce illumina il “poeta che inventò l’Italia”.

Instancabile ed eternamente giovane, la Divina Commedia è una delle opere più lette, studiate e fervidamente discusse di tutti i tempi, avocando a sé non soltanto una ristretta cerchia di intellettuali, esperti dell’argomento, bensì anche gli iniziati.

In questo percorso che va dalla discesa agli inferi sino alla contemplatio divinorum, Cazzullo evidenzia come Dante non affronti in solitudine un viaggio doloroso nelle viscere della Terra. Collettività può essere assurta a parola-chiave del romanzo. Difatti, si tratta di un viaggio collettivo, un viaggio che Dante compie non tanto (o non solo) con le sue guide (Virgilio, Beatrice e San Bernardo), ma con ciascuno di noi, con i lettori suoi contemporanei e futuri.

È per questo che Cazzullo definisce la “Comedìa” (fu Boccaccio a darle il titolo definitivo di Divina Commedia) un’opera ancora e per sempre giovane, intramontabile. Un’opera, insomma, che vince la forza corrosiva del tempo.

La discesa nella profondità terrestre, la visione di Lucifero sono l’emblema del viaggio nei meandri della nostra interiorità, laddove scorrono taciti, ma tutt’altro che sopiti, impulsi e pulsioni che esteriormente tendiamo a non mostrare. Anzi, ci sforziamo affinché non vengano alla luce. Eppure, l’eterna giovinezza dell’opera dantesca non si esaurisce su questo punto. Va oltre.

Gli incontri di Dante che riprendono, mettono a nudo, chiariscono fatti, problemi e difficoltà dell’Italia di allora rispecchiano appieno l’Italia di oggi. Ma è anche un ripercorrere le bellezze del nostro Paese dall’arte alla moda, dalla cultura medievale debitrice della classicità alla grandiosità dell’epoca rinascimentale, alla fede cristiana:

«Roma è un luogo fatale, perché ha conquistato il mondo allora conosciuto, gli ha dato una lingua e una legge; e Roma è un luogo santo, perché vi siede il successore di Pietro. La civiltà cristiana rappresenta la prosecuzione e l’arricchimento della civiltà latina. Qui sta per Dante la missione e l’importanza dell’Italia».

Un voyage tanto intenso ed emozionante quanto più non lascia da parte la mitologia greca, dalla quale hanno preso spunto innumerevoli penne illustri. Restando nell’ambito della Divina Commedia, il podio spetta a Ulisse, il quale «incarna la sete di sapere in cui Dante si riconosce», ma a differenza del primo, il fiorentino raggiungerà il Paradiso, avrà accesso alla visione di Dio.

È qui ravvisabile la differenza tra l’homo medievale e l’uomo rinascimentale: il primo è convinto di sapere tutto, perché la Bibbia contiene tutto lo scibile, il secondo, persuaso della sua propria ebetudine, sperimenta, esplora, si lancia affannosamente nella ricerca per poter raggiungere la completezza di tutto il suo essere, la salvezza immortale.

Sulla base di questa differenziazione si può prendere atto dell’allegoria precipua che connota l’opera dantesta: l’uomo che rifuggendo le passioni terrene, facendo sì che la ratio eserciti finalmente il suo proprio dominio sugli istinti, perviene alla coscienza della verità.

L’approccio analitico a una tale questione potrebbe chiarificare il motivo per il quale Dante concepisca il Cocito, in cui è confitto Lucifero che con le sue tre teste, simboleggianti l’odio, l’impotenza e l’ignoranza, tormenta Bruto, Cassio e Giuda – che l’Alighieri considera come i tre peggiori traditori dell’umanità (i primi due schierati contro Cesare, l’ultimo contro Gesù) – come un’enorme distesa ghiacciata.

Il nucleo dell’inferno, contrariamente al pensiero comune, non è infuocato, ma attraversato da un vento gelido a tal punto da congelare le lacrime e trasformare il dolore in un’angoscia insopportabile. Viceversa, nel Paradiso è la fiamma dell’amore divino a scaldare i cuori e tenere unite tutte le anime.

Ciò sta a significare che prima di “riveder le stelle” – appunto la locuzione che chiude la cantica dell’Inferno – è necessario sprofondare nell’abisso, conoscere l’odio e l’aberrazione per poter apprezzare l’amore in tutte le sue sfaccettature, per poter amare e riamare: «l’amor che move il sole e le altre stelle». Quelle stelle che «sono il segno del vero destino dell’uomo, del suo slancio verso l’alto, della sua aspirazione all’ascesa».

Cazzullo definisce Dante come il “poeta dell’umanità”. E forse non potrebbero esserci parole più giuste, in quanto Dante si rivolge sì a noi italiani, ma ampliando il suo pubblico, giunge a coinvolgere tutti i popoli, ogni singolo essere umano abitante del pianeta Terra, convincendolo che le turpitudini esistono, che forse il peggio è alle spalle, ma l’orizzonte che si profila dinanzi ai nostri occhi potrebbe essere migliore. Dopotutto come ha detto qualcuno: “domani è un altro giorno”.

© Antonietta Florio

4 commenti

  1. […] Del resto, creare significa lasciare libero corso ai desideri, “viaggiare sulle ali del sogno” nella perfetta simbiosi di ratio e imaginatio, allontanarsi dalla sgradevolezza e durezza di questo mondo reale. Un modus vivendi, quello della creazione, che rende piacevole la vita, lenisce le ferite sanguinanti dell’anima e consente dantescamente di “riveder le stelle”. […]

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