Sandro Veronesi, Il colibrì

«Dovrebbe essere noto – e invece non lo è – che il destino dei rapporti tra le persone viene deciso all’inizio, una volta per tutte, sempre, e che per sapere in anticipo come andranno a finire le cose basta guardare come sono cominciate. In effetti, quando un rapporto nasce c’è sempre un momento di illuminazione nel quale si riesce anche a vederlo crescere, distendersi nel tempo, diventare ciò che diventerà e finire come finirà – tutto insieme.» (Sandro Veronesi, Il colibrì)

Ne Il colobrì, Sandro Veronesi racconta la storia di Marco Carrera, ne ripercorre tutte le tappe: l’adolescenza, le amicizie, il primo amore; e ancora il lavoro come oftalmologo, un matrimonio costruito sull’illusione della felicità e destinato ad andare alla deriva. Ma soprattutto, quella del dottor Carrera sarà una vita segnata da gravi perdite: la sorella, i genitori, la figlia.

E poi c’è lei: Luisa, un amore infinito, sempre presente, ma mai vissuto. Un fiore sbocciato e mai coltivato e, forse, proprio per questo destinato a durare per sempre.

Un’esistenza tutt’altro che idilliaca, dunque, e quei pochi, ma intensi momenti di euforia e di piacere che gli procurano il tennis e soprattutto il gioco d’azzardo, seppure fungono da anfetamine, non compensano il dolore che la vita ha avuto e ha in serbo per lui. Sentendosi “come foglia al vento”, in balìa di un naufragio inarrestabile, si rende conto che non gli importa tanto la vincita al gioco, quanto piuttosto di trovare la ragione e la forza per la quale andare avanti nella vita:

«L’importante – dice lo psicanalista, il dottor Carradori – per carità, è che lei pensi a se stesso. Che si metta la mascherina. Che respiri. Che si tenga vivo».

Vivere, dunque. E se da un lato Marco Carrera desta sentimenti compassionevoli, dall’altro è un personaggio degno di ammirazione. Ai cambiamenti oppone la sua resilienza, la capacità di restare immobile che, ben lungi dall’essere un segno di debolezza, è un atto che richiede coraggio. Luisa gli dice, a tal proposito:

«Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci fermare il mondo e il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all’indietro.»

Tuttavia, la ragione di vita il dottor Carrera ce l’ha: è Miraijin, l’uomo nuovo, l’uomo del futuro. La sua missione sarà quella di dimostrare e testimoniare che il mondo è (o è stato, essendo gli ultimi capitali ambientati in un futuro forse non troppo remoto) un posto meraviglioso, un luogo in cui la cultura, quale bene comune, è al primo posto. Ma non solo. Miraijin è anche colei che dovrà combattere la guerra tra la verità e la libertà di perseguire solo i propri interessi, “di sbagliare sapendo di sbagliare”.

Allo stile che pecca talvolta di proposizioni troppo lunghe, perfino ridondanti, tali da risultare ripetitive e dispersive, fa da contraltare il valore etico-morale della storia narrata. Difatti, attraverso la figura illuminante di Miraijin – la nipotina del dottor Carrera – è ravvisabile un appello alle nuove generazioni, agli adulti di domani, affinché si impegnino nel preservare il mondo in cui vivono, un mondo che sta perdendo la normalità a esso connaturata.

© Antonietta Florio

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