David Herbert Lawrence, Figli e amanti

«Di solito, quando egli cominciava a innamorarsi, l’emozione era tanto forte da trascinar con sè tutto, ragione, anima, sangue, in un gran turbine, come il Trent trascinava interamente seco ogni cosa, nei suoi mulinelli e nelle sue volute, senza rumore. Gradatamente i piccoli dubbi critici, le piccole sensazioni si perdevano, e anche i pensieri se ne andavano, ogni cosa veniva sommersa in un unico flusso. Egli non era più un uomo che ragionava, ma un grande istinto. Le sue mani vivevano, al pari di creature; i suoi fianchi, il suo corpo acquistavano vita e coscienza, non più soggetti alla sua volontà, ma di vita propria.» (D.-H. Lawrence, Figli e amanti)

Pubblicato nel 1913, dopo una gestazione di due anni, Figli e amanti è considerato oggigiorno il capolavoro di David Herbert Lawrence, saggista e romanziere inglese che rientra tra le figure emblematiche del XX secolo. Ambientato a Bestwood, nella periferia di Nottingham, l’autore racconta le vicissitudini di una famiglia inglese, evidenziandone in modo particolare sentimenti, stati d’animo e la ricerca della propria identità.

Suddiviso in quattro parti, le prime due hanno come personaggio principale la signora Gertrude Morel e le due successive il figlio, Paolo Morel. I tratti della signora Morel, delineati accuratamente da Lawrence, sono quelli di una donna imprigionata in un matrimonio che sin quasi dall’inizio ne rivela infallibilmente una perdita, un’amara sconfitta, una discesa negli abissi più profondi della tristezza, che ne rendono faticosa, e talora impossibile, la risalita:

«Talora la vita s’impadronisce di noi, trascina con sé il corpo, compie il nostro ciclo, eppure tutto ciò non è che la realtà, ma ci lascia con la bocca amara, come se fosse un brutto scherzo.»

Ma, a differenza del marito Walter, un minatore spendaccione e con il vizio dell’alcool, Gertrude, proveniente da una famiglia della buona borghesia, è uno spirito attivo, curioso, interessata e aperta a ogni qualsivoglia novità; insomma, «era considerata […] molto intellettuale. Quel che più di ogni altra cosa preferiva era una discussione di religione o di filosofia o di politica con un uomo colto». Eppure, questo suo tratto così peculiare e distintivo, oltre alla gravidanza che avrebbe dovuto rianimarla, non può e nemmeno riesce a compensare la sofferenza che prova nel sentirsi di troppo (o troppo poco) per il marito, a tal punto che «il mondo le appariva luogo di tristezze dove nulla potesse ormai aspettarsi».

Il matrimonio dei Morel potrebbe essere assurto ad esempio di come il tempo non sempre aggiusta le cose, ma per citare Lavoisier, “nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Gertrude incarna la forza della donna, di una madre che giorno dopo giorno e anno dopo anno, non può fare a meno di avvelenarsi sotto il tetto coniugale, quel tetto che, ben lungi dall’essere culla dell’amore e dell’affetto, è diventato un locus di violenza, di insofferenza, i cui esseri che lo abitano, i due pilastri che dovrebbero mantenerne solide le fondamenta, sono in realtà due estranei. Così, se da un lato tenta di evitare dolori ai suoi figli, sopportando l’insopportabile, dall’altro la vita famigliare si ritira sempre più, s’inaridisce. E mentre l’uomo, uscendo di casa e andando a lavorare, ha la possibilità di scacciare i pensieri per l’intera giornata, per la donna, la situazione è differente: rinchiusa tra le mura domestiche non fa altro che rimuginare sulla sua infinita e drammaticamente inconsolabile tristezza, su quell’interrogativo che è una dolorosissima spina nel fianco.

La solitudine e l’amarezza che attanagliano la signora Morel riescono se non a trovare una via d’uscita, quantomeno ad attenuarsi, in seguito al concepimento di Paolo, sul quale la donna riversa tutto il suo affetto e nel quale trova e rinnova la sua ragione di vita. Ma sia Paolo che i suoi fratelli e la sorella sono tutt’altro che impassibili al precario, anzi frammentato e ormai inesistente equilibrio familiare, tanto che nel loro cuore «rimaneva un’esigua isola di ansia; e un punto oscuro nei loro occhi, che doveva accompagnarli per tutta la vita».

È così che ci si addentra nelle due ultime parti del romanzo, nelle quali Lawrence ci descrive l’adolescenza e la gioventù di Paolo, le sue aspirazioni, i suoi sentimenti, che per quanto genuini e candidi possano essere, sono incapaci di trasformarsi in amore. L’unico punto sicuro, l’unica certezza che egli ha, l’unico vero sostegno è la madre. Le relazioni amorose che il ragazzo costruisce e tenta di portare avanti tanto ostinatamente finiscono in un vicolo cieco, giacché a metà del percorso Paolo non sa fare altro che gettare la spugna, rinunciare e tornare al fianco della signora Morel. È solo con lei che ha instaurato un legame forte, potente, inossidabile e quanto più si perde nelle sue elucubrazioni, tanto più si rende conto che l’ago della bilancia pende sempre dallo stesso lato e che il centro del mondo sia sua madre, che al di fuori di lei tutto ciò che esiste è mera ombra, appannaggio. E alla luce di queste deduzioni, nonostante la gioia che gli deriva dalla sua realizzazione artistica, avverte un mordace sentimento di infelicità:

«Sai mamma, ci dev’essere in me qualche cosa che non va, per cui non posso amare. Quando lei è presente, di solito, sento di amarla. Qualche volta, mamma, quando non vedo in lei altro che la donna, l’amo; ma poi, quando comincia a parlare e a ragionare, spesso non l’ascolto nemmeno.»

Paolo, tuttavia, è ben consapevole che fin quando la madre sarà in vita, lui non potrà essere di nessuna e l’amore che prova per le due donne che nemmeno lontanamente somigliano alla madre è pressoché sterile. La drammaticità che egli avverte è legata al suo precario e fragile equilibrio; ciò nonostante evita qualsivoglia analisi introspettiva, qualsiasi interrogativo possa essere (s)oggetto di ulteriori turbamenti, lasciando in siffatto modo che tutto vada come deve andare, e cioè alla deriva. Già, perché se da un lato è difficile di per sé sopravvivere al mare in burrasca, dall’altro è praticamente impossibile uscirne vivi se non ci si sforza, neppure minimamente, se non si riesce a trovare un motivo per il quale vale la pena lottare e proseguire su questo sentiero arduo e impervio che è l’esistenza.

In definitiva, mediante la raffigurazione di Gertrude e Paolo Morel, David Herbert Lawrence consegna ai suoi lettori la storia di una famiglia che si dipana sotto il segno della fatalità, della decadenza di una donna innanzitutto e secondariamente di un ragazzo che, appena ventenne, avverte la sua propria nullità di fronte alla vita (“chi era lui? Una particella minima di carne”). Soprattutto, però, il quadro che ne emerge è largamente riconducibile a ciò che il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, ha definito il “complesso di Edipo”, successivamente oggetto di studio di Karl Gustav Jung, per il quale l’attaccamento (morboso) di un figlio nei confronti della madre non è altro che una tappa nel percorso della maturazione individuale. Nel romanzo in questione, tuttavia, e sembra opportuno precisarlo, tale complesso si potrebbe definire capovolto, nel senso che la madre, vittima incolpevole della sterilità del suo matrimonio, cerca rifugio nel figlio, avviando quel meccanismo secondo cui “l’amore richiama l’amore” e dinanzi al quale quel figlio nulla può fare, se non soccombervi.

© Antonietta Florio

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