John Williams, Stoner

«L’amore per la letteratura, per il linguaggio, per il mistero della mente e del cuore che si rivelano in quella minuta, strana e imprevedibile combinazione di lettere e parole, di neri e gelidi caratteri stampati sulla carta, l’amore che aveva sempre nascosto come se fosse illecito e pericoloso, cominciò a esprimersi dapprima in modo incerto, poi con coraggio sempre maggiore. Infine con orgoglio. Fu insieme rattristato e rincuorato dalla scoperta di ciò che era in grado di fare.» (J. Williams, Stoner)

Stoner non è soltanto il titolo del romanzo, è un personaggio in carne e ossa, un uomo del quale l’autore – John Williams – ne racconta l’esistenza travagliata, quanto più satolla di realismo. Ebbene, quella di Stoner è una storia avvincente e travolgente, la narrazione di un destino individuale colto nelle diverse fasi della vita.

È una sorta di percorso di maturazione, dal quale si può comprendere che basta un attimo, un folgorio tanto improvviso quanto soprattutto inaspettato, il classico “colpo di fulmine”, e tutto ciò che sembrava predestinato, subisce un capovolgimento radicale. Ed ecco che ci si ritrova nuovamente con la penna in mano a ricominciare tutto quanto daccapo, purtuttavia con la superiorità di chi sa da dove parte e quale sia il punto di arrivo.

È ciò che, per l’appunto, accade a William Stoner, cresciuto a Booneville e destinato a diventare contadino, seguendo le orme del padre. Forse, ma in maniera del tutto inconsapevole, sarà proprio la figura paterna – per così dire – ad agevolargli il cammino. Partito alla volta della Columbia per frequentare la facoltà di Agraria all’università, Stoner subisce, un bel giorno, il fascino della letteratura inglese. Una seduzione alla quale non riesce ad opporre resistenza e l’unica cosa che può e sente di fare è saziare quella repentina fame di lettere, poesie e sonetti.

La laurea in Lettere segna il primo, ma anche definitivo, allontanamento non solo dalla sua terra natìa e dalla sua famiglia, bensì anche da quell’unica cosa che i suoi genitori hanno e possono offrirgli e che egli stesso ha immaginato per sé. Ma come il pulcino avverte un senso di spaesamento nel rompere il guscio e guardare il mondo circostante, allo stesso modo Stoner avverte una sorta di inadeguatezza rispetto al nuovo obiettivo che infiamma il suo animo.

Godendo dell’appoggio amorevole e incondizionato dei genitori – «Se pensi di dover stare qui a studiare i tuoi libri, allora è questo che devi fare» – il giovane decide di proseguire il cammino che pian piano va delineandosi, assumendo conformazioni ben precise e tacciate di indubbia tangibilità. Cosicché, all’alba della Grande Guerra che avrebbe spiazzato il mondo e reso incerto i destini di molti americani, nell’attesa del responso circa la partecipazione al conflitto,

«per William Stoner, invece, il futuro era una certezza fulgida e immutabile. Ai suoi occhi non appariva come un flusso di eventi, mutazioni e potenzialità, ma come un territorio che attendeva solo di essere esplorato.»

Il matrimonio prima e l’ottenimento della cattedra di letteratura inglese poi sono, dunque, gli eventi intorno ai quali si dipana la vita del protagonista di Williams, sebbene le due cose con l’implacabilità con la quale il tempo scorre s’inaridiscono, rinsecchiscono. Detto altrimenti, l’esistenza di Stoner procede verso un annichilimento ineluttabile da un punto di vista sia privato e intimo, sia professionale e accademico. Una monotonia che subisce un solo e forte scossone parallelamente alla relazione extraconiugale che porta avanti per qualche tempo con Katherine Driscoll.

Eppure la drammaticità di Stoner, oltre all’infelicità del matrimonio con Edith, consiste nella sensazione di una perenne inadeguatezza del suo ruolo, cui si aggiungerà poi un affievolimento tanto lento quanto progressivo dell’emozione che la letteratura aveva inizialmente pervaso il suo essere.

I suoi entusiasmi, tuttavia, seguono il corso degli eventi che si registrano nel mondo e se durante la Prima Guerra Mondiale aveva deciso di restare al campus, di continuare ad insegnare con tutte le difficoltà del caso, allo scoppio del secondo conflitto mondiale avverte il riaccendersi della curiosità e dell’entusiasmo per la letteratura, il cui allontanamento è stato soltanto apparente, una pausa di sospensione che non ha significato ripudio o insoddisfazione.

Dunque, se da un lato Stoner è – come dice lo stesso Williams – un “signor nessuno”, un docente universitario poco stimato dai colleghi e ben presto dimenticato dagli studenti, dall’altro è pur vero che le sue aspirazioni non hanno nulla di ciò che si definisce megalomania:

«Aveva voluto essere un insegnante e lo era diventato. Eppure sapeva, lo aveva sempre saputo, che per buona parte della sua vita era stato un insegnante mediocre. Aveva sognato di mantenere una specie d’integrità, una sorta di purezza incontaminata; aveva trovato il compromesso e la forza dirompente della superficialità. Aveva concepito la saggezza e al termine di quei lunghi anni aveva trovato l’ignoranza.»

Più semplicemente, egli vive della passione di quelle lettere, anzi è proprio nella letteratura che trova la sua ragione di vita e sarà la letteratura a tenergli compagnia nelle sue ultime ore di vita in questo mondo. Attimi in cui Stoner sa che “il tempo passa, ma non riesce a percepirne il trascorrere”, istanti intensi ma brevi, contrassegnati da una lucida consapevolezza di sé, di ciò che si è fatto, di ciò che è diventato, una ferrea disamina della propria esistenza, un “tirare le somme” definitivo e ormai immutabile, consegnato al silenzio ovattato di una stanza vuota.

In definitiva, si evince come la normalità sia il tratto distintivo del professor Stoner, per il quale il lavoro da insegnante è onesto, buono, onorevole, contribuisce altresì a forgiare, senza manie di protagonismo, la sua propria identità. In una delle sue rare interviste, infatti, Williams afferma:

«Credo che Stoner sia un vero eroe. Molte persone che hanno letto il romanzo pensano che Stoner abbia avuto una vita triste e brutta. Io penso invece che abbia avuto una buona vita. Sicuramente migliore di quella di molti. Ha fatto quello che voleva, provava dei sentimenti per quello che faceva, aveva la consapevolezza dell’importanza del suo lavoro… La cosa importante del romanzo per me è proprio la consapevolezza che Stoner ha del suo lavoro, un lavoro nel senso onorevole e buono del termine. Il lavoro gli ha dato una identità peculiare e lo ha reso ciò che è stato.»

È così che l’autore affida ai lettori una lungimirante lezione di vita, valida sì per quanti sono già ben inseriti nel mondo del lavoro, ma soprattutto per coloro che sono alla disperata ricerca di un impiego: «La cosa essenziale, è amare ciò che fai. Se ami una cosa, alla fine la comprendi. E se la comprendi, imparerai moltissimo». O, per citare Confucio, “scegli il tuo lavoro e non lavorerai neppure un giorno della tua vita”.

© Antonietta Florio

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