James Hillman, Il codice dell’anima

«Ciascuna vita è formata dalla propria immagine, unica e irripetibile, un’immagine che è l’essenza di quella vita e che la chiama a un destino. In quanto forza del fato, l’immagine ci fa da nostro genio personale, da compagno e da guida memore della nostra vocazione. Il daimon svolge la sua funzione di «promemoria» in molti modi. Ci motiva. Ci protegge. Inventa e insiste con ostinata fedeltà. Si oppone alla ragionevolezza facile ai compromessi e spesso obbliga il suo padrone alla devianza e alla bizzarria, specialmente quando si sente trascurato o contrastato. Offre conforto e può attirarci nel suo guscio, ma non sopporta l’innocenza.» (J. Hillman, Il codice dell’anima)

James Hillman, psicoanalista di stampo junghiano, ne Il codice dell’anima, edito per la prima volta nel 1996, prende le mosse dal mito platonico di Er, contenuto nel decimo libro della Repubblica. A prescindere dalla metempsicosi, che si configura quale tematica principale del racconto mitico, Platone intende mettere ben in evidenza la responsabilità che ciascun individuo ha nelle scelte che compie e, dunque, nei confronti, del proprio daimon.

La parola-chiave del saggio di Hillman è proprio daimon, o genius per i latinisti o, ancora, angelo custode, per impiegare un termine caro alla religione cattolica. Qualunque sia la preferenza linguistica e a partire dall’affermazione «Io non mi evolvo. Io sono» di Pablo Picasso, ben lungi dall’adoperare termini altamente specialistici, l’autore prende il lettore per mano e lo conduce nei recessi del suo Sé, tentando di fargli comprendere quale sia (o possa essere) la sua vera passione nella vita, la cui mancata realizzazione è indizio di un’esistenza appiattita, o addirittura “junghianamente” sprecata. L’obiettivo, allora, è il recupero di ciò che si è smarrito, vale a dire «il senso della propria vocazione, ovvero che c’è una ragione per cui si è vivi». La quale cosa non coincide affatto col fornire risposte a quesiti esistenziali, sul perché della vita (ad esempio), che – del resto – sarebbe una pretesa tanto assurda quanto probabilmente egoistica. Si tratta, piuttosto, di capire cos’è o chi è che ci sprona ad essere o a diventare ciò che siamo o vogliamo diventare:

«Questo libro, insomma, ha per argomento la vocazione, il destino, il carattere, l’immagine innata: le cose che, insieme, sostanziano la «teoria della ghianda», l’idea, cioè, che ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta.»

La chiarificazione di un tale assioma, oltre alla citazione di pensatori delle più varie scuole e correnti filosofiche, prende in considerazione – seppure non in maniera pedante, a tal punto da risultare noiosa – la biografia di alcuni personaggi eminenti, celebrità che ancor oggi vivono nella nostra memoria, siano essi exemplum di virtù e bontà o incarnazioni della malvagità. Da Judy Garland a Woody Allen, a Ingrid Bergman, da Einstein a Hannah Arendt, da Eleonor Roosvelt fino a Hitler – e solo per citarne alcuni -, Hillman afferma (o, forse, conferma) che noi veniamo al mondo perché siamo chiamati.

La parziale verità che siffatto pensiero archetipico porta con sé e in sé racchiude si estende con la “teoria della ghianda”, secondo la quale ognuno di noi viene al mondo con un’immagine, quindi un modello (paradeigma) ben definito e che, a sua volta, ci definisce:

«Tutti abbiamo un genio, ma nessuno è o sarà un genio, perché il genio o daimon o angelo è un compagno invisibile, non umano, e non già la persona che ne è vissuta.»

Fondamentale e altresì imprescindibile è l’ingrediente dell’imaginatio-phantasia – per adoperare un’espressione particolarmente cara all’Umanista fiorentino Marsilio Ficino – giacché la vita, scevra della dimensione immaginativa, diventa sterile, rinsecchisce, si atrofizza, perdendo così la sua Bellezza. E questa Bellezza è – per l’Aquinate – l’antidoto, la cura per il malessere psichico.

Poiché la pulchritudo si dà per immagini, ogni simulacro è l’essenza di ciascuna vita che, nella sua unicità e irripetibilità, è chiamata a un destino. Inoltre, la motivazione in primis e secondariamente la vocazione sono – per così dire – le componenti tramite le quali il daimon ci guida e ci protegge nel nostro cammino. Eppure, l’elemento che non può restare in sordina e che, al contrario, deve essere quotidianamente fertilizzato, rinvigorito è l’aspirazione a un ideale, che funge a un tempo da punto di partenza e traguardo, ed è allora, nella commistione di saggezza e follia, ordine e caos, che si attinge alla fonte della felicità, all’eudaimonia, appunto. Il motore intorno al quale l’aspirazione ruota è la passione e

«la passione può avere un valore predittivo del talento e diventare una forza motivazionale più efficace di altri più consueti parametri.»

Tuttavia, se è vero che la nostra carne e la nostra psiche sono perfettamente conformati a quelle dei nostri genitori, è altrettanto vero che quanto più crediamo in ciò, tanto più non riusciamo a renderci conto delle opportunità avventurose, preziose, uniche e ludiche che il mondo circostante ha da offrirci. Di conseguenza, quello in cui viviamo è un universo che neanche lontanamente è paragonabile alla res extensa cartesiana, ovvero a un mondo freddo, indifferente, dai contorni demoniaci.

Ma se, come asserisce il filosofo irlandese Georges Barkeley, esse est percipi, ossia “esistiamo e diamo esistenza in virtù della percezione”, tale attività percettiva comprende sia il visibile, sia l’invisibile, sia “gli affetti del cuore, che la verità dell’immaginazione” (John Keats). In essa, cioè nella percezione, converge “flaubertianamente” la totalità delle cose: il mondo dei fatti e il mondo delle favole. Ciò non toglie che la vita stessa del mondo sia governata dalla dea platonica Ananke, la necessità, «che svela che ciò che facciamo è soltanto ciò che poteva essere». Non a caso, il correlativo tedesco è Notwendigkeit, “ciò che non poteva essere altrimenti”.

A questo punto, Hillman, restando entro i confini della teoria della ghianda, per la quale – come già si è detto – ognuno di noi è un “ciascuno” unico e irripetibile, è eletto “individualmente dal proprio daimon, tornando così al concetto fondante del testo saggistico, ne amplia, se vogliamo, l’orizzonte. Il daimon non semplicemente forgia il carattere degli individui; esso è il nostro carattere, il nostro genio accompagnatore, il nostro destino. Qui, il motto eracliteo Ethos anthropoi daimon, spesso reso come “Il carattere è il destino”, si arricchisce di una nuova interpretazione: «tu sei il modo come sei» e «come conduci la tua vita: tale sei e tale sarai».

© Antonietta Florio

5 risposte a "James Hillman, Il codice dell’anima"

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