Freda Lightfoot, La custode dell’ambra

«Come si è saggi con il senno di poi! Purtroppo non si può tornare indietro e cambiare il passato, l’unica cosa che ci è data di fare è procedere verso il futuro.» (F. Lightfoot, La custode dell’ambra)

Una storia nella storia raccontata in un’alternanza spaziotemporale, dipanantesi tra la Russia rivoluzionaria del 1911, cui fa seguito la Prima Guerra mondiale nel 1914, e l’Inghilterra dei primi anni Sessanta, fa da sfondo al romanzo di Freda Lightfoot, La custode dell’ambra. Sin da subito, l’autrice ci trasporta in un universo denso di sentimenti, talora contrastanti, egoici e conflittuali, talora presi nel vortice dell’amore puro, vero e della speranza che, come dice qualcuno, è sempre l’ultima a morire.

Non una, bensì due protagoniste: Abigail (Abbie) Meyers, che da Parigi torna, dopo la morte della madre, nella casa di famiglia a Carreckwater, e Millie, sua nonna, l’anima del romanzo. Due donne assurte a simbolo di forza e determinazione, pronte a tutto pur di difendere le persone che amano. Due contesti diversi, pur strettamente connessi e procedenti lungo uno stesso binario.

Abbie ha bisogno di sua nonna per scoprire la verità, mentre Millie ha bisogno di esplicitare la drammaticità di ciò che ha vissuto, per poter finalmente lasciar andare il passato. Nel mezzo, si gioca il rapporto madre-figlia, con tutte le complicazioni del caso e gli errori che da esse derivano. Ma,

«Tutti facciamo degli errori, è il modo in cui ne affrontiamo le conseguenze che mostra il nostro vero valore.»

Il parallelismo, tanto necessario quanto essenziale, tra la storia di Abbie e quella di sua nonna fa luce sì sulle tragedie e le vessazioni che la donna ha vissuto al servizio del conte Vaska, ma soprattutto induce a una riflessione. Il passato può dirsi veramente passato solo quando lo si lascia andare; e ciò può accadere solo se si ha, o si trova, il coraggio di affrontarlo. Non solo, ma quanto più lo si rivanga, tanto più la sofferenza ne imprigiona l’anima. Infatti,

«è meglio non guardare al passato: dal momento che non lo si può cambiare, che senso ha rivangarlo? Penso occorra accettare le carte che ti ha dato la vita e concentrarsi sul futuro.»

Queste parole affibbiate al conte Vaska, durante una conversazione dai toni a un tempo confidenziali e melliflui, non potrebbero essere più sagge e appropriate. Eppure, è il passato a forgiare la vita presente, a formare noi stessi quali siamo oggi, e combatterlo per superarlo, senza dimenticarlo (giacché dimenticare è pressoché impossibile) si configura quale operazione catartica. Il trampolino di lancio per una vita migliore, se non addirittura felice.

L’amore e la famiglia, dunque, sono i poli d’attrazione di questo romanzo di Freda Lightfoot. Essi sono gli ingredienti precipui per vivere la vita, per apprezzarla per quello che è: il dono più grande e più prezioso – appunto come la preziosità dell’ambra baltica – di cui siamo in possesso, anzi, per riprendere il titolo, di cui siamo custodi.

Perciò, se da un lato, «l’amore – come asserisce uno dei personaggi – è importante nella vita, non pensate?», dall’altro, la famiglia è il luogo in cui il detto amore si concretizza, in cui i singoli individui che la compongono si riconoscono e i cuori si uniscono.

© Antonietta Florio

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