Sándor Márai, Le braci

«Quando il destino, sotto qualsiasi forma, si rivolge direttamente alla nostra individualità, quasi chiamandoci per nome, in fondo all’angoscia e alla paura esiste sempre una specie di attrazione, perché l’uomo non vuole soltanto vivere, vuole anche conoscere fino in fondo e accettare il proprio destino, a costo di esporsi al pericolo e alla distruzione.» (S. Márai, Le braci)

« […] possiamo comprendere l’essenziale solo partendo dai particolari, questa è l’esperienza che ho tratto sia dai libri che dalla vita. Bisogna conoscere tutti i particolari, perché non possiamo sapere quale sarà importante in seguito, quali parole metteranno in luce qualcosa.» (S. Márai, Le braci)

Oltre all’egoismo, oltre alla passione, oltre alla vanità, esiste qualcos’altro al mondo. Qualcosa di infinitamente e di incommensurabilmente più prezioso, qualcosa che lega due persone per la vita, un rapporto inesprimibile a parole, perché talvolta accade che ciò che è essenziale diventa pressoché complesso da dire, tanto che «sembra che usino una lingua straniera, che parlino come i cinesi, e bisogna tradurre questa lingua per ricondurla sul piano della realtà».

Questo rapporto così puro, genuino ed eterno è l’amicizia. Un’amicizia profonda e indissolubile è il fulcro de Le braci di Sándor Márai: il rapporto tra Henrik e Konrad è una sorta di «fratellanza particolare che è più stretta di quella che unisce i gemelli nell’utero materno».

Il romanzo potrebbe essere suddiviso in due parti: l’una ripercorre gli istanti primordiali di questo docile sentimento di amicizia, nell’epoca adolescenziale dei detti personaggi; la seconda, invece, ne rievoca i tratti salienti, con i protagonisti ormai al tramonto della loro vita, ma con i ricordi che sono più vivi che mai tanto nel cuore e nell’anima quanto nella mente. Fra questi due estremi un solo e unico caposaldo: il desiderio di un’amicizia disinteressata, da vivere e custodire gelosamente:

«Non è forse questo il contenuto più autentico di ogni relazione umana, un altruismo che dall’altro non esige nulla e non si aspetta nulla, assolutamente nulla?»

Nonostante le differenze tra Henrik e Konrad, differenze (patrimoniali) che nessuno dei due riesce a mettere da parte, pur non provocando particolari disequilibri nella loro relazione amicale, un bel giorno le cose cambiano drasticamente. A questo punto, il romanzo prende una piega diversa e, complice lo stile linguistico-narrativo dell’autore, ogni espressione e frase, ogni parola tocca le corde dell’anima, catapulta nelle viscere dell’interiorità, un mondo tanto nuovo e ignoto quanto inaccessibile.

Del resto, a volte, preferiamo di gran lunga restare fermi e non fare nulla, piuttosto che passare all’azione ed esporci a pericoli, le cui conseguenze potrebbero essere nefaste a livello psicologico sia per noi sia per chi è al nostro fianco. Infatti, come asserisce lo stesso Henrik, più importante dell’azione è l’intenzione, dal momento che quella è la conseguenza pratica di questa; anzi, «l’intenzione è tutto».

Ad allontanare, all’apparenza in modo definitivo, i due amici-fratelli è stata proprio l’intentio, la lucida riflessione che preceduto un’azione poi fallita (probabilmente non in maniera inconscia). A seguito di questa, Henrik ha trascorso la sua esistenza nella solitudine silenziosa del castello, Konrad, al contrario, ha esplorato il mondo, conosciuto gente. Ma, arriva il momento in cui la vita presenta il conto, il momento in cui si avverte l’esigenza di chiarificare ciò che per tanti, troppi anni è rimasto in sospeso e che, pertanto, richiede un recalcitramento, affinché il cerchio possa chiudersi perfettamente.

Ed ecco che la brace divampa in un incendio, le parole non proferite allora necessitano di essere esplicitate ora, la ricerca della verità che inevitabilmente comincia e coincide con la ricerca di sé, diventa conditio sine qua non per una propria riappacificazione, anche col mondo:

«[…] troppa tensione nel cuore degli uomini, troppa animosità, troppa sete di vendetta. Guardiamo in fondo ai nostri cuori: che cosa vi troviamo? Una passione che il tempo ha soltanto attutito senza riuscire a estinguerne le braci.»

Ma il tempo stesso è un mistero, in quanto “non cambia le carte in tavola”, bensì muta drammaticamente le domande, rendendo addirittura vacua la volontà di conoscere e apprendere quella medesima verità che non solo non può trasmutare il passato e modificare il presente, ma “non cambia la nostra natura di fondo”.

E soprattutto ciò che alla fine conta davvero è «solo quello che rimane nel nostro cuore». Pertanto, tutto ciò che possiamo fare, ciò che è in nostro potere è adattarci alla realtà del mondo e, per questa strada, accettarci per quello che siamo, avere stima di noi stessi, perché la perdita dell’autostima rappresenta una sconfitta.

Una storia emozionante, un viaggio nella veemenza delle passioni e nell’empito di un’amicizia vissuta con spirito di abnegazione e senza chiedere nulla in cambio, una relazione quasi fraterna in grado di resistere al tempo, alla nebulosità che attraversa tutti i rapporti umani, è ciò che scaturisce dalla penna di Sándor Márai.

Una penna che, scandagliando realisticamente il mondo reale, scrive pagine con la consapevolezza di chi ha capito cosa è importante nella vita, per cosa vale la pena battersi; una sorta di invito alla purezza dei sentimenti, un brindisi alla sincerità che non deve (o non dovrebbe) mancare in qualsivoglia tipo di rapporto umano, al fine di comprendere appieno il senso della vita e sulle possibilità che essa ci offre nei modi più vari, ma non imprevedibile se è vero che l’uomo e il destino si modellano reciprocamente l’uno sull’altro, se è vero che il destino “entra dalla porta che noi abbiamo spalancato”.

© Antonietta Florio

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