Irène Némirovsky, I doni della vita

«Nonostante le apparenze, è questo che conta. La guerra finirà, finiremo anche noi, ma questi piaceri semplici e innocenti ci saranno sempre: la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso in inverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno… Il fragore, il frastuono delle guerre si spegneranno. Il resto rimane… Per me o per qualcun altro?». (I. Némirovsky, I doni della vita)

Due generazioni a confronto in un arco di tempo che va dal primo al secondo conflitto mondiale e la cui ambientazione è Saint-Elme, un paese nel sud della Francia, dove sorge la fabbrica della famiglia di cartai Hardelot costituisce l’impianto de I doni della vita di Irène Némirovsky, un romanzo potente, evocativo, sentimentale, in cui l’autrice dà prova della sua maestria narrativa.

La storia consta di trenta capitoli, attraverso i quali Nèmirovsky ci fa (ri)percorrere trent’anni di storia francese, descritta con gli occhi di una famiglia borghese e vissuta dalla stessa Irène. Viene evidenziata come la quotidianità – nonostante gli scontri bellici – continua ad essere sempre la stessa per chi non è impegnato al fronte, per quanti temono la vita dei propri cari e per quanti attendono con impazienza «viva e ardente come una fiamma» il ritorno della persona amata.

E poi ancora la cessazione delle ostilità personali in funzione del cosiddetto bene comune, laddove essere e sentirsi parte di una comunità significa essere uniti nella cattiva sorte e «non si era più solo se stessi: si esisteva in funzione altrui, e così si tirava avanti».

Tutto comincia con il matrimonio combinato di Pierre Hardelot con Simone, una ragazza orfana in possesso di una ricca dote. Il rampollo degli Hardelot non gioisce di questa unione, essendo perdutamente innamorato di Agnès, per aspetto e classe sociale completamente differente dalla sua promessa sposa, e che proprio per questo motivo non gli consentiranno di convolare a nozze.

Eppure, Pierre non si lascia intimorire, non si lascia imprigionare dai gangli delle convenzioni, è abile nel non lasciarsi guidare e manovrare come un bambino, a tal punto che prende le redini della sua vita e scrive da sé il suo destino, assumendosi le sue proprie responsabilità e accettando le conseguenze che una tale decisione porta con sé:

«Sei impazzito? Ti rendi conto di quello che stai facendo? […] Tuo nonno ti caccerà! Non avrai più un soldo, una posizione!»

Ma l’amore per Agnés, potente e intenso perché “trae origine dalla parte più calda dell’anima, dal sangue”, è, a sua volta, fonte di rinvigorimento e, si potrebbe dire che Pierre Hardelot è la caricatura antropomorfa della conciliazione tra ragione e sentimento. Le apparenze, quali sfumature su cui la società intera si erige, non contano per il giovane Hardelot.

Ciò che per questi è importante è vivere secondo le proprie leggi, rispettare il proprio sentimento, laddove rispetto significa dar voce alla parte più profonda del proprio io, la qual cosa non ha nulla a che vedere con la megalomania, il narcisismo e l’ostentata affermazione di sé.

Pierre parte per la guerra e se da un lato soffre con gli altri commilitoni che condividono la sua stessa sorte, laddove speranza, fatica e dolore si fondono in un unico insieme, dall’altro, rafforza il proprio convincimento che la vita – durante e dopo la guerra – non cesserà di offrire doni semplici e intensi.

Ma – come si suole dire – buon sangue non mente. Guy, il primogenito di Pierre e Agnès, seguirà le orme dei genitori, sfidando la ritrosia della futura suocera, la quale alla fine non può far altro che abbandonarsi, anche lei, alla forza dell’amore. Quell’amore che ha avuto la fortuna di provare e la sciagura di non vederlo ricambiato in modo puro, genuino, innocente.

E se da una parte la vita è stata benevola anche con Simone, dandole Rose, dall’altra ciò che vive appare come una serie “di immagini contorte”, come se fosse “la deformazione di un incubo”.

Ed è proprio in nome dell’amore, potente e travolgente, che le sofferenze provocate dalla guerra si riescono a sopportare; è grazie alla speranza di vivere tempi migliori che ci s’impegna a trovare un modus vivendi e a sorridere anche quando le cose non procedono come si vorrebbe o come dovrebbero procedere.

Perciò, se è vero che «la felicità bisogna guadagnarsela», è altrettanto vero che la vita – tra alti e bassi – mostra la strada che porta ad essa e l’esperienza di questo viaggio sarà tanto più costruttiva quanto più s’imparano ad apprezzare i piccoli grandi doni che la vita ha in serbo per ciascuno.

© Antonietta Florio

2 commenti

  1. […] Lo scoppio della rivoluzione russa diventa la ragione per la quale i Karin attraversano il Vecchio Continente per stabilirsi a Odessa prima e a Parigi poi. D’ora in avanti, la loro non sarò più vita, ma – costretti a vendere i gioielli di loro proprietà, per via delle condizioni di estrema povertà in cui si sono ritrovati – s’impegneranno in una dura lotta per la sopravvivenza. E – richiamandosi, per estensione, a ciò che James Hillman definisce la “teoria della compensazione”, se da un lato «siamo soli, abbandonati come cani», dall’altro «l’essere umano trae forza dalla sventura, e più la sventura è grande, più è grande questa forz… […]

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