Karl Jaspers, Spinoza

« [Spinoza] È l’unico dei grandi filosofi del XVII secolo ad aver fondato tutta la sua vita sulla filosofia, senza la garanzia aggiunta da un’autorità o da una fede rivelata e senza ambigui compromessi con le potenze del suo tempo. Spinoza fu il grande uomo veramente indipendente che, rappresentando in sé l’Occidente, trovò nella filosofia quello che gli uomini di chiesa dichiaravano essere la loro fede. In lui si compì di nuovo l’autonomia del filosofare che, essendo una fede, non ricorre alla fede ecclesiastica.» (K. Jaspers, Spinoza)

Nella prolusione di Spinoza, redatto da Karl Jaspers, non a torto Gianluca Bartoli scrive: «Chi ritenesse inattuale il pensiero di Spinoza, ovvero già compreso una volta per sempre, trascura che quanto vale per i grandi filosofi è che «non li si comprende né li si considera mai in modo definitivo». In tale espressione viene enunciato il nucleo intorno al quale Jaspers, con spirito analitico finalizzato ad agevolare la comprensione dei princìpi e dei concetti più ardui dello “spinozismo”, si pone nei confronti del lettore.

Parola-chiave della filosofia di Baruch Spinoza, «olandese non per antica ascendenza, ma per diritto politico» è sostanza, ovvero ciò che i neoplatonici designavano con il termino Uno. Dal latino substantia, derivato da substare (“ciò che sta sotto”), Spinoza identifica la sostanza con Dio e la definisce come “ciò che è in sé” e “si concepisce per sé”. Dunque, essa è causa sui. Punto di partenza di Jaspers è, invece, la ragione, quale faro che illumina e guida a un tempo la filosofia e la vita del filosofo olandese, impegnato nella ricerca non tanto del senso della vita o della felicità, quanto piuttosto della verità.

Sposare siffatta causa significa, per Spinoza, trascurare i beni terreni e materiali, che in quanto tali hanno una natura transitoria e contingente, e occuparsi di questioni eticamente più elevate, quali ad esempio la comprensione del sommo bene, che risiede nel pensiero razionale, è possibile solo dopo aver purificato l’intelletto ed è definibile come

«la conoscenza dell’unità che unisce lo spirito al tutto della natura e la sua partecipazione alla comunione con gli altri uomini.»

Al termine di un percorso siffatto si giunge alla consapevolezza di cosa è l’uomo, inteso “spinozianamente” da un punto di vista teologico-politico. Il detto interrogativo conduce Jaspers, e questi a sua volta il lettore, nel territorio della metafisica spinoziana. In primo luogo, egli offre una spiegazione dei concetti di sostanza (che non ha alcun fondamento se non se medesima); di attributo, ovvero ciò che Descartes denomina pensiero ed estensione; e di modo, ossia le singole cose (res particulares) del mondo.

Al centro vi è Dio, per la qual cosa «pensare la sostanza significa conoscere Dio». Inoltre, la conoscenza di Dio non ha bisogno di dimostrazioni, in quanto la sua esistenza è certa «come il nostro esserci individuale», malgrado la natura transitoria. Dalla necessità dell’esistenza divina ne consegue il suo essere infinito (absolute infinitum) e indivisibile, da cui si ha la triade Dio-necessità-libertà.

Rilevante è altresì il concetto del tempo-eternità. Per Spinoza solo i modi, cioè le cose individuali, hanno una durata, in quanto la sostanza è eterna, pertanto la conoscenza intesa filosoficamente ha di mira unicamente l’eternità delle cose:

«Solo il finito è individualizzato, mentre l’infinito è unico. Dove quindi c’è individualizzazione, lì c’è finitudine.»

Da qui, la locuzione omnis determinatio est negatio (ogni determinazione è limitazione, ovvero negazione); la positività appartiene a ciò che ha natura infinita. Dopodiché, Jaspers passa in rassegna la teoria della conoscenza, che consta di tre gradi: 1. l’illusione della rappresentazione; 2. la fede; 3. la conoscenza chiara e distinta.

Più specificamente, il primo grado conduce a una percezione confusa e parziale delle cose, poiché esperita mediante l’incertezza degli organi sensoriali; nel secondo grado si acquisiscono, tramite la ratio, le notiones communes, vale a dire i concetti generali; infine, l’intellectus guida verso «la conoscenza adeguata dell’essenza delle cose». Spinoza rileva una differenza abissale tra la ragione, che procede per vie traverse e in modo combinato, e l’intelletto, che invece giunge alla conoscenza in maniera immediata.

È chiaro, però, che sia la sorgente sia la mèta del processo conoscitivo è e confluisce in Dio, dal momento che senza di Lui nulla può esistere e nulla può essere concepito. Così, «Spinoza vuole rendere libero l’uomo per l’autentico e pieno pensiero, fondando la vita intera e ogni visione sulla raggiunta libertà della conoscenza».

Tale assioma porta con sé una conseguenza importante: il conflitto scopo-necessità, laddove gli uomini agiscono in virtù dei propri obiettivi personali, mentre Dio non ha creato l’uomo per un proprio tornaconto, essendo l’Altissimo necessario e perfetto. Perciò, l‘essere libero è direttamente proporzionale all’assenza di una condizione di bisogno che, tuttavia, è consentanea alla natura umana. Del resto, ammette Spinoza, se tutto è necessario, la libertà del volere è pura illusione:

«L’uomo è libero solo in quanto è causa adeguata del suo agire nella conoscenza chiara del principio e di quanto ne consegue.»

Onde ne deriva che la volontà della libertà, coincidente con la volontà di conoscere, si configura come necessità. Più semplicemente, l’uomo spinoziano è davvero libero, e prende coscienza di questa libertà, solo nel momento in cui si rende conto che tutto ciò che accade (ivi compresi valori e idee), è inscritto nella sfera della necessità. Una volta di più, dunque, Spinoza assegna alla ragione un ruolo di rilievo, un dominio incontrastato e granitico.

Un ulteriore, fondamentale tassello del pensiero spinoziano è costituito dai concetti delle idee adeguate e inadeguate, e dal dualismo bene-male, giusto-sbagliato. Anzitutto, per “idea”, il filosofo intende «un concetto che lo spirito forma in quanto cosa pensante» ed è adeguata, cioè vera, quando coincide con l’oggetto ed «esprime un agire dello spirito»; è inadeguata quando ha le caratteristiche dell’incompletezza.

In secondo luogo, l’antitesi buono-cattivo non è da applicarsi alle cose, bensì ai modi del pensiero, il quale sarà buono quanto più si avvicinerà al modello prefigurato in precedenza e cattivo quando fra il pensiero e il modello non vi è corrispondenza. Su questa base gli uomini saranno definiti perfetti o imperfetti. Nella dottrina degli affetti, Spinoza asserisce che

«Noi non tendiamo a una cosa, non la vogliamo o la desideriamo perché la giudichiamo buona, ma al contrario la giudichiamo buona perché vi tendiamo, la vogliamo e la desideriamo.»

La concezione anti-platonica – per così dire – dello Stato, apre l’ottavo capitolo del saggio di Karl Jaspers, in cui, evidenziando il connubio religione-stato, filosofia-matematica, è una parte del pensiero spinoziano che non può essere trascurata, né restare in sordina. Eppure, il munus o, se vogliamo, il motto del filosofo olandese, erigendosi sulla triade verbale “agire-essere-vivere”, è così formulata:

«Agire secondo la guida della ragione, conservare il proprio essere, vivere, sono tre cose che significano significano la stessa cosa: agire secondo virtù»

E, per finire, Spinoza :

«esige che si cerchi l’utile «veramente utile», senza desiderare ciecamente, ma giungendo a quanto «in verità conduce l’uomo alla maggiore perfezione», e che non si pongano certi calcolati scopi finiti come scopo ultimo, bensì unicamente la ragione stessa e quel che le si fa manifesto e presente»

© Antonietta Florio

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