Simone Weil, La rivelazione greca

«Circa duemilacinquecento anni fa in Grecia si scrivevano bellissimi poemi. Ormai sono letti soltanto dalle persone che si specializzano in questo studio, ed è proprio un peccato. Perché questi antichi poemi sono così umani che ancora oggi ci toccano da vicino e possono interessare tutti. Sarebbero anzi molto più toccanti per la gente comune, per coloro che sanno cos’è lottare e soffrire, piuttosto che per chi ha passato la vita tra le quattro mura di una biblioteca.» (S. Weil, La rivelazione greca)

La rivelazione greca, non nella forma dei quaderni, bensì di una vera e propria trattazione, contiene una serie di articoli e saggi sulla civiltà greca scritti dalla filosofa e mistica francese Simone Weil (1909-1943) in un arco di tempo che va dal 1936 al 1943. Il desiderio, probabilmente come via di fuga dalle atrocità e dalle sofferenze che il secondo conflitto mondiale stava portando con sé, è di indagare prima e accedere poi alla verità, concepita come bene dal valore inestimabile e la cui via maestra è l’ermeneutica filosofico-religiosa dei testi più antichi della sapienza greca.

Il conseguimento del suddetto obiettivo comincia con la caparbia analisi delle tragedie di Sofocle, passando per l’Iliade – che, come vedremo, rappresenta per Weil un punto fermo e imprescindibile nell’esplorazione mistico-filosofica e scientifico-religiosa – ma anche Pitagora, l’orfismo, i misteri eleusini, Platone, per

«rendere accessibili alle masse popolari i capolavori della poesia greca, che a suo giudizio illuminano più di qualsiasi opera letteraria moderna la condizione umana – gravata dalla sventura e dall’oppressione della forza – e, per questo assurgono a paradigmi di difesa della dignità di tutti coloro che si sentono abbandonati da Dio e dagli uomini».

Forza e sventura sono le parole-chiave, i termini che in questo testo saggistico ricorrono frequentemente e la cui pietra miliare è rinvenibile negli scritti omerici, che per Simone Weil racchiudono tutta la genuinità della spiritualità della civiltà greca, rappresentano un documento prezioso nella loro encomiabile descrizione e contemplazione della miseria hominis, come anche della “condizione della giustizia e dell’amore” e che costituiscono di fatto una sorta di antecedente del Vangelo («il Vangelo è l’ultima espressione del genio greco, essendo l’Iliade la prima»).

I personaggi delle tragedie greche sono tanto emblematici quanto più fanno sfoggio del loro coraggio per non soccombere dinanzi alla sciagura (Antigone), pur piegandosi talvolta “sotto il peso della solitudine e dell’umiliazione” (Elettra) o dell’abbandono (Filottete), e vedere poi finalmente il lumen della liberazione:

«Essere allo stremo delle forze, e vedere arrivare la liberazione; sentirsi soli nella miseria, e un giorno incontrare finalmente della simpatia umana; sono gioie che purtroppo la vita non concede a tutti quelli che ne hanno bisogno. Ma tutti quelli che soffrono oltremisura sognano di provare, un giorno, quelle gioie.»

In ciò è inevitabile l’allusione al significato della vita umana, il cui itinerario è segnato dalla costante ricerca di Dio, la fonte da cui tutto germina e a cui tutto deve far ritorno, e nel quale s’inscrive il destino dell’uomo. In proposito, non posso lasciare in sordina un passo quasi fiabesco, ma che aiuta a comprendere quanto detto poc’anzi:

«Il labirinto è quella via in cui l’uomo, non appena vi penetra, si smarrisce e dopo poco tempo non riesce né a ritornare sui propri passi né a dirigersi da qualche parte; erra senza meta, e infine giunge là dove Dio lo attende per mangiarlo.»

Tale destino – ben lungi dall’amor fati nietzscheano – ha in sé qualcosa di tragico, di amaro, così come nell’Iliade, l’amertume si acuisce con la distruzione della città. Forza e sventura, dunque, sono concatenati. Non solo perché l’uomo trae più forza dal dolore – parafrasando Irène Némirovsky – bensì anche a causa di un dissidio che non conosce soluzione se non al cospetto dell’Onnipotente: la subordinazione dell’anima alla materia:

«I rapporti tra l’anima umana e il destino, in quale misura ogni anima modella la propria sorte, ciò che un’impietosa necessità trasforma in un’anima qualsiasi secondo il mutare della sorte, ciò che per effetto della virtù e della grazia può restare intatto: è una materia in cui la menzogna è facile e seducente. L’orgoglio, l’umiliazione, l’odio, il disprezzo, l’indifferenza, il desiderio di dimenticare o d’ignorare, tutto contribuisce a offrirne la tentazione.»

Il mito della caverna di Platone – il filosofo che Weil considera “un autentico mistico” o, addirittura, “il Padre della mistica occidentale” è, a questo punto, un passaggio obbligato, poiché mostra quanto l’uomo sia vittima di una realtà apparente, quanto sia accecato dal riverbero dell’apparenza e incatenato al mondo sensibile, ai beni materiali; un individuo che conosce soltanto l’ombra di sé, a tal punto che il famoso nosci te ipsum è un mito, una fiaba, e la cui conseguenza tanto immediata quanto infausta è un’esistenza condotta «nell’oblio di una verità trascendente e soprannaturale».

Esiste un solo rimedio per la salvezza: la sete di quella verità, in virtù della quale l’anima saggia si raccoglie in se stessa, si purifica da tutto ciò che è corporeo, essendo “il desiderio carnale una degradazione dell’amore di Dio”, e opera un autentico processo di conversione.

Partendo dal presupposto che nel mondo vi sono due modelli: il bene e il male, il buono e il cattivo, l’uno divino e l’altro miserabile, ne consegue che la commistione fra questi due opposti sia necessaria, in quanto essi si richiamano reciprocamente. Non può esserci il bene senza il male. Bisogna, però, sforzarsi – come dirà poi anche Plotino – di rifuggire i mali di quaggiù e siffatta fuga è da considerarsi come assimilazione a Dio e «tale assimilazione consiste nel diventare giusti e santi con l’ausilio della ragione».

Assimilazione, armonia e unione dei contrari sono ulteriori capisaldi della trattazione weiliana, le cui radici sono rinvenibili nella tradizione pitagorica, a partire dalla formula secondo la quale «l’amicizia è un’uguaglianza fondata sull’armonia», laddove l’armonia è intesa come “unione dei contrari”, e la teoria orfica della “conoscenza mediante la sofferenza.

A testimonianza dell’interrelazione tra filosofia e religione, la filosofa francese si focalizza sul concetto della Trinità. Nell’alveo religioso consta del Padre, del Figlio e dello Spirito; l’atteggiamento esegetico dei pensatori greci ne parla in termini di Dio, Anima del mondo e principio della materia. Illuminante è la seguente frase aristotelica: «Il pensiero è il pensiero del pensiero», che presuppone la coesistenza di tre elementi: un soggetto pensante, l’oggetto pensato e il contenuto del detto oggetto che, unendoli, ne rappresenta la media proporzionalità. Lo stesso dicasi del rapporto pitagorico tra il limitato e l’illimitato, tra il naturale e il sovrannaturale, tra un soggetto contemplante e un oggetto contemplato, di cui il primo è l’individuo e il secondo è la bellezza divina (teoria della creazione artistica).

In questi scritti e citazioni di miti e frammenti, l’esplorazione di Simone Weil diventa vera e propria rivelazione, riuscendo talvolta a galvanizzare il lettore non soltanto per i concetti mutuati dalla più antica tradizione filosofica greca, dei quali è auspicabile possederne una conoscenza quantomeno basica, ma anche per i commenti che ella frappone, la cui comprensione ed eventuale rielaborazione è tanto più facile, quanto più essi sono accompagnati e corredati da metafore e paragoni.

© Antonietta Florio

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