Irène Némirovsky, La preda

«Per vivere, per finire gli studi senza un aiuto, senza chiedere niente a un padre debole, malato, in rovina, aveva lavorato veramente oltre il limite delle sue forze. Aveva lavato automobili, tradotto romanzi polizieschi in due notti, dato lezioni per un compenso da fame, conquistato faticosamente, nella più completa penuria materiale, il diritto di essere libero e responsabile delle proprie azioni, l’orgoglio di dire a se stesso che poiché i suoi non gli davano niente non avevano il diritto di chiedergli niente, e che lui poteva plasmare la sua vita come meglio credeva, senza aspettare il consiglio né l’aiuto di nessuno. Ma, di quella vita, sarebbe stato il solo padrone!» (I. Némirovsky, La preda)

Jean-Luc Daguerne, protagonista de La preda di Irène Némirovsky, è un ragazzo orfano di madre. Cresciuto in collegio, freddo e disinibito, è al centro dei pensieri del padre Laurent, che in punto di morte e staccato ormai dai beni materiali e i problemi ad essi connessi – siamo infatti alla fine del 1932, al principio della crisi economica -, si perde nelle sue elucubrazioni. In quei pensieri così tetri e che proprio per questo riflettono la dura realtà, l’anziano si chiede:

«Che cosa sono io per lui? Che cosa posso dargli? Niente, proprio niente. Da due anni non sono neppure in grado di pagargli gli studi, neppure di garantirgli il pane. Che cosa fa? Come vive? Lui non lo dice, e io ho paura a chiederlo… Ho paura di scoprire che è infelice, che manca del necessario, paura di saperlo, perché come potrei aiutarlo?»

La disperazione economica – come si vede – è soltanto un velo, dietro il quale si cela il vero volto della sua angoscia: il timore che Jean-Luc sia privo della felicità che dovrebbe colorare l’esistenza dei giovani e che, dunque, «la libertà ha valore solo se sospirata, desiderata ardentemente, ma così, offerta in regalo, ha altri nomi: abbandono, solitudine…».

Eppure, se è vero che “la felicità bisogna guadagnarsela“, non è meno vero che a quell’epoca essa appare come un mero concetto, una pura utopia, qualcosa che aveva a che fare solo con la letteratura, con l’appagamento derivante dallo sfogliare le pagine di un libro antico, atterrando su un mondo altro, differente, parallelo a questo. Ma non è il momento di sognare. L’unica cosa che si può fare è stare al passo con i tempi e all’epoca ciò significa lottare, sfuggire al fallimento, trovare un proprio spazio, seppure piccolo, nell’immensità e nella turpitudine degli ambienti della politica e della finanza.

È la dura legge della sopravvivenza, è il munus che Jean-Luc non può impedirsi di seguire, poiché non è esente dal fronteggiare i gravosi problemi economici. E da questo momento in poi «la mia anima, come una nave nella burrasca, è trascinata verso ignoti abissi». L’abisso, tuttavia, ha una sede: il potere e per conquistarlo è necessario agire in maniera impassibile, senza tradire la benché emozione. Conquistare il potere significa altresì svuotarsi di emozioni, inaridire il cuore, privarsi del solo, caloroso affetto che è il motore per affrontare la buona e la cattiva sorte: la famiglia.

Jean-Luc Daguerne avrà una famiglia: sposerà Edith Sarlat, figlia di un ricco banchiere, questa gli darà un figlio, ma né l’una né l’altro sono il risultato dell’amore. Le nozze sono, al contrario, un cavillo presente nella lista delle sue ambizioni, le stesse che la maggior parte dei ragazzi della sua età non osano confessare nemmeno a se stessi: passione per la politica, il desiderio ardente e implacabile di fare carriera. Tuttavia, per entrare in quel mondo bisogna avere un appiglio, abbassarsi, scendere a compromessi e talvolta (s)vendersi, ma prima ancora sono condizioni necessarie e inemendabili la fiducia in se stessi, una buona dose di coraggio e soprattutto la conoscenza delle regole del gioco:

«Quello che bisognava inseguire non era tanto il denaro quanto un certo mondo, vicino al potere, o che il potere ce l’aveva in mano… Bisognava conoscere intimamente gli uomini che lo costituivano. Bisognava conoscerli così bene da veder scomparire il ruolo che avevano nella società dietro volti semplicemente umani. Bisognava vederli da vicino, nei loro momenti di relax, di fragilità, per imparare le regole del gioco, per riuscire ad abbattere le prime barriere, per imparare a servirsi di loro […]»

Dedito all’azione piuttosto che all’illusione dei sogni, Jean-Luc si fa spazio “con le unghie e con i denti” nel torbido e algido mondo della politica. Rinuncia alla vita stessa pur di occupare, un giorno, una posizione rispettabile, raggiungere la vetta da cui sgorgano tutti i beni della vita. Se da un lato il denaro è quanto più vi è di effimero nella vita, dall’altro è l’unica cosa il cui possesso può salvare dalla povertà, dall’umiliazione, è – come crede lo stesso Daguerne – “la soddisfazione di sentire finalmente la vita docile sotto le mie dita”.

Eppure, arriva il momento in cui la freddezza e il calcolo, quali conseguenza di ambizioni ciclopiche, lasciano il posto alla tenerezza che inonda l’anima della gioventù, l’amarezza di sentirsi, o di essere addirittura, una nullità, la consapevolezza che “il successo diventa una parte di te, ma non dà la felicità”, che “l’ambizione serve solo ad affermare il proprio valore”, avviando di fatto un conflitto fra ciò che è giusto e ciò che è necessario, fra interiorità ed esteriorità, fra apparenza ed essenza. È, en bref, il momento della resa dei conti. Il predatore diventa vittima, il desiderio di primeggiare cede il posto a un’irrefrenabile brama di calma e «fu […] la confessione della propria infelicità e la profonda pace che lo invase, a far nascere in lui l’amore».

Jean-Luc Daguerne si arrende, dunque. È il trionfo amaro della solitudine e ancor di più della miseria morale. Ormai avvezzo a muoversi e muovere gli altri come pedine su di una scacchiera, il giovane si accorge che i giochi di potere non funzionano con il cuore di una donna. E il dolore che Marie le causerà sarà tanto intenso quanto insopportabile, sarà un voltarsi indietro per comprendere che il vero fallimento consiste nel rinunciare ai sogni di gioventù, nella rassegnazione commista alla compunzione, nel mettere a tacere i desideri del cuore e scoprire che la difficoltà non risiede “nel governare il mondo, ma noi stessi”.

Insomma, quello di Irène Némirovsky è un inno all’amore, in primis verso se stessi, un appello a seguire i propri sogni, a non sradicare dalla propria anima la genuinità e la purezza della voglia di dare e ricevere amore e affetto. È sì giusto e normale avere delle ambizioni, ma è altrettanto giusto evitare che quelle diventino una ragione di vita, in nome delle quali tutto il resto perde d’importanza e scompare.

© Antonietta Florio

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