Jean-Pierre Vernant, Le origini del pensiero greco

«La ricerca di un equilibro […] farà nascere, in un periodo di disordini, una riflessione morale e speculazioni politiche che definiranno una prima forma di “sapienza” umana. Questa sophia appare all’alba del VII secolo; è legata a una pleiade di personaggi assai strani, circonfusi da un’aureola quasi leggendaria, che la Grecia non cesserà di celebrare come i suoi primi, i suoi veri “Sapienti”. Tale sophia ha come oggetto non l’universo della physis ma il mondo degli uomini: quali elementi lo compongono, quali forze lo dividano contro se stesso, come armonizzarle, unificarle in modo che dal loro conflitto nasca l’ordine umano della città. Questa sapienza è il frutto di una lunga storia, difficile e contrastante, in cui intervengono fattori molteplici ma che, fin dall’inizio, si è allontanata dalla concezione micenea del sovrano per orientarsi verso un’altra strada. I problemi del potere, delle sue forme, delle sue componenti si sono posti fin dal primo momento in termini nuovi.» (J.-P. Vernant, Le origini del pensiero greco)

Lo storico e antropologo francese Jean-Pierre Vernant, negli otto capitoli che compongono il testo saggistico dal titolo Le origini del pensiero greco, traccia sommariamente le linee dell’evoluzione politico-intellettuale della città greca: il passaggio dalla monarchia alla democrazia, dal declino del mito all’avvento dei saperi razionali.

I tre aspetti con cui l’autore dà avvio all’indagine sono: 1. la riflessione di un pensiero esterno ed estraneo alla religione; 2. l’idea di un ordine cosmico non più basato sul nomos dell’anax, il re, ma su una legge immanente all’universo che eguaglia tutti gli elementi costitutivi della natura; 3. il mondo fisico «fatto di relazioni reciproche, simmetriche, reversibili» e, quindi, perfettamente inscritto nel campo della geometria.

Sottolineando primariamente l’antitesi tra mythos e logos, designanti rispettivamente la favola e il ragionamento valido e fondato, il mito e la ragione, e ponendo poi l’accento sulla destituzione del Re divino in favore dell’istituzione della polis intorno all’VIII secolo, Vernant risale all’atto di nascita della ragione greca. Così scrive nell’Introduzione:

«La scomparsa del re poté quindi preparare, al termine del lungo, oscuro periodo di isolamento e di ricostruzione che viene chiamato Medioevo greco, una duplice e solidale innovazione: l’istituzione della città, la nascita di un pensiero razionale.»

Se nel II millennio a.C., il Mediterraneo non è ancora diviso in Oriente e Occidente ed è abitato da molteplici popolazioni differenti, la cui vita sociale è organizzata intorno al palazzo, la cui funzione è politico-amministrativa, militare ed economica e assimilabile sotto molti aspetti al mondo indoeuropeo e al sistema feudale, l’invasione e l’espansione dorica nel Peloponneso, causerà una rottura insanabile con l’Oriente, sancendo altresì la scomparsa della sovranità micenea.

L’anax è sostituito dal basileus, posto al vertice della gerarchia sociale, e la scrittura diventerà nel corso del IX secolo lo strumento con cui divulgare e pubblicizzare i vari aspetti della vita politica e sociale, l’elemento basico della paideia greca, un bene comune.

Tutto ciò avrà delle ripercussioni sulla struttura del pensiero e si accompagnerà a un cambio di mentalità, testimoniando come e quanto la filosofia e la politica siano caratterizzate da una stretta e intima connessione (e non dipendenza!). Infatti, se prima i poteri erano accentrati unicamente nelle mani del re, adesso vi è “un’esplosione di sovranità”, in cui la parola d’ordine è uguaglianza (isonomia) e, pertanto, i detti poteri sono distribuiti in maniera egualitaria a tutti i cittadini, il cui polo catalizzatore è l’agora, la piazza pubblica, il luogo di riunione e di confronto delle idee.

Sono queste – afferma Vernant – le basi che porteranno all’avvento della ragione greca. La polis sancisce la preminenza della parola, l’arte oratoria definisce l’arche e rappresenta il potere, a tal punto che i Greci (ad eccezione dei lacedemoni, chiusi nel loro rigido militarismo) ne fanno una divinità: Peitho, la forza di persuasione:

«Tra la politica e il logos c’è così un rapporto stretto, un legame reciproco. L’arte politica consiste essenzialmente nell’utilizzo del linguaggio; e il logos, all’origine, prende coscienza di se stesso, delle sue regole, della sua efficacia, attraverso la sua funzione politica.»

Insomma l’universo spirituale, dapprima riservato solamente alla casta guerriera e sacerdotale si amplia, includendo i saggi, i sofisti e i filosofi, per coinvolgere infine l’intero demos. Il prestigio della parola, lo sviluppo delle arti pubbliche e la liaison dell’uomo con l’uomo secondo il principio della somiglianza e la legge (dike) dell’equilibrio nell’esercizio del potere sono i tre caratteri costitutivi della polis. Essa è aristotelicamente definita come una “famiglia allargata”, una comunità naturale (koinonia), in cui la sophrosyne – la virtù del giusto mezzo o, come la intende Omero, il buonsenso – è il cardine, il centro gravitazionale, ingrediente indispensabile alla concordia sociale, all’armonia (homonoia) dell’insieme.

Trattasi di una virtù esemplare non solo all’interno delle relazioni istituzionali, bensì anche per tutto ciò che attiene il rapporto tra i cittadini stessi al di fuori del vecchio sistema palaziale, designante atteggiamenti morali e psicologici e che si traducono di fatto nel dominio delle passioni, delle emozioni e degli istinti.

D’altronde «senza isotes non c’è città, perché non c’è philia». A partire dal VI secolo la filosofia fa la sua comparsa nel mondo greco; le cosmogonie e i miti vengono progressivamente soppiantati dalla razionalità dei primi pensatori di Mileto (Talete, Anassimandro e Anassimene) che fanno della natura l’oggetto di una ricerca sistematica e su queste basi tentano di modellare sia la polis, sia l’universo intero:

«Nulla esiste che non sia natura, physis. Gli uomini, il divino, il mondo formano un universo unificato, omogeneo, tutto intero sullo stesso piano; essi sono le parti o gli aspetti di una sola e medesima physis che dappertutto mette in gioco le stesse forze, manifesta la stessa potenza di vita.»

È così che Vernant dimostra come la nascita della ragione greca non sia avvenuta per miracolo, ma sia stata il frutto di un lento processo evolutivo, una “costruzione” avviata dalla scuola di Mileto. All’esperienza quotidiana che acquistava un senso in rapporto ai gesti compiuti dagli dèi originari (mito), adesso è «il quotidiano che rende intelligibile l’originale, fornendo modelli per comprendere come il mondo si è formato e ordinato».

Se il mythos cerca di rispendere all’interrogativo “chi è il dio sovrano?”, Anassimandro ammette l’inesistenza di un arche, dal momento che l’apeiron (l’indefinito, l’illimitato) s’identifica con – anzi è – l’arche, il quale avvolge e coinvolge tutto. È in tal senso che si parla di una laicizzazione e desacralizzazione del sapere, ovvero dell’elaborazione di una concezione del mondo, scevra della pratica cultuale e in cui la funzione della religio è pressoché nullo.

L’antropologo francese, dunque, distingue nettamente il razionalismo greco dalla scienza sperimentale, ma afferma che la filosofia nasce dall’osservazione guardinga dell’ambito politico che chiama in causa le relazioni tra gli uomini, piuttosto che porre l’accento sulle cose, sulla realtà fisica.

© Antonietta Florio

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