Charlotte Brontë, Il professore

«Nessuno ama ammettere di aver commesso un errore nella scelta della professione, e ogni uomo degno di chiamarsi tale remerà a lungo contro il vento e il mare prima di abbandonarsi al grido: «Sono sconfitto!», e lasciare che la corrente lo riporti a terra.» (C. Brontë, Il professore)

Premessa. Charlotte Brontë non è un’autrice che preferisco, non amo particolarmente la sua scrittura, ma il mio spirito volitivo, la brama di arricchire e ampliare il mio giardino intellettuale – seguendo il mantra (ribattezzato): “la cultura (non il denaro, come dicevano nell’antica Grecia) fa l’uomo” – sono riuscita a terminare la lettura de Il professore senza particolari aporiai (difficoltà) e traendone addirittura alcuni ammonimenti o suggerimenti, che dir si voglia, altamente validi e preziosi.

È vero che la narrazione è piatta, a causa probabilmente dell’assenza di colpi di scena e – per quanto mi riguarda – della mancata identificazione con i personaggi letterari – ma è un’opera che merita di essere letta e conosciuta, se non altro per l’adozione di un punto di vista maschile, corroborata dalla preferenza della prima persona e dai ripetuti rimandi al lettore, instaurando con lui una sorta di dialogo. Di conseguenza, ciò che acquista pregnanza non è la storia in sé, quanto piuttosto il significato che essa veicola e il messaggio che l’autrice vuole trasmettere.

Protagonista è William Crimsworth, che dopo aver rifiutato la proposta dello zio di diventare ecclesiastico, si trasferisce dal fratello Edward, svolgendo per lui la funzione di contabile, nonostante una paga deprecabile. La sua erudizione e la sua intelligenza lo rendono invidiabile agli occhi del fratello, che tenta così umiliarlo in ogni modo.

Per William la vita è tutt’altro che semplice e idilliaca, rinchiuso com’è tra i muri dell’azienda. La svolta è personificata da un certo Hunsden. Sin dal primo istante, tra i due scatta una confidenza e una simpatia reciproche ed è proprio grazie a questo gentlemen che William ha la possibilità di riscattarsi e mettere a frutto le sue doti intellettuali. A seguito dell’assunzione in un collegio maschile, il giovane si trasferisce in Belgio e s’innamora perdutamente di M.lle Reuter, la quale però gli preferisce la dote del direttore del collegio, Pelet.

La piattezza della narrazione, cui facevo riferimento poc’anzi, si traduce nella piattezza emozionale ed emotiva del protagonista della Brontë. La delusione e l’amarezza non lo piegano, anzi, lo rendono ancora più forte, temerario, tanto che quando conosce la signorina Frances, un’insegnante desiderosa di perfezionare l’inglese, resta colpito dalle sue qualità intellettuali che progressivamente – come la cristallizzazione stendhaliana – si traduce in un puro e genuino sentimento amoroso.

Un sogno d’amore che alla fine si coronerà e – si suppone – “vissero felici e contenti”, ma al di là della storia o del significato che essa ha o potrebbe avere, ciò che la rende vivida, oltre ai dialoghi in lingua francese (corredati in questa edizione da opportune traduzioni alla fine di ogni capitolo), è il ritratto psicologico dei personaggi romanzeschi, la dignità con la quale affrontano gli eventi della vita, siano essi drammatici o gioiosi. Se Cautela, Tatto e Osservazione sono i tre attributi che definiscono William, una sorta di cupa rassegnazione è il velo che avvolge la sua futura moglie, che proprio nel matrimonio matura e riesce a trovare la sua pace interiore.

Restando sul primogenito della Brontë, il tratto che di questi non può passare inosservato è sicuramente la forza che trae dalla sventura, forse perché – come scrive la stessa Charlotte nella Prefazione del 1850 – «chi è in basso non tema di cadere». Illuminante l’episodio in cui William non avendo più il suo lavoro al collegio di Bruxelles, non se ne sta chiuso nella sua camera a piangersi addosso e non vi resta nemmeno quando si vede ripetutamente chiudere tutte le porte. Se prima la coscienza lo intimava a chiedersi cosa vorrebbe o non vorrebbe fare o avere,

«La scontentezza turbava profondamente il corso delle mie meditazioni. «Coraggio, William Crimsworth», mi diceva la coscienza, o quel qualcosa che ci ammonisce da dentro, «coraggio, cerca di capire bene quel che vorresti o non vorresti avere.»

adesso gli suggerisce, anzi lo sprona a ripartire dal punto stesso in cui si è arenato, per fermarsi solo quando potrà dire a se stesso: “ce l’ho fatta”:

«[…]l’uomo che conduce un’esistenza regolare e possiede una mente razionale non dispera mai. Perde i suoi averi – è un duro colpo –, allora per un momento barcolla; poi, scosse dall’intelligenza, le sue energie si adoperano per trovare un rimedio, e subito l’attività allevia il rimorso.»

E ancora:

«La conclusione che bisogna dedurne è che, essendo io un uomo equilibrato e di buon senso, non lasciai che il rancore, la frustrazione e il dolore generati nella mia mente da questa diabolica fatalità vi crescessero a dismisura; né lasciai che monopolizzassero l’intero alveo del mio cuore.»

È proprio questa fermezza, questa stabilità sia caratteriale che nelle relazioni con gli altri a renderlo un personaggio unico, originale e, forse proprio per questo, un personaggio da romanzo.

© Antonietta Florio

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...