Dan Zahavi, La fenomenologia di Husserl

«Nel linguaggio quotidiano i termini fenomeno o apparenza sono a volte impiegati nelle antitesi fenomeno-essenza o apparenza-realtà. Il fenomeno è l’immediato esser dato dell’oggetto, è come l’oggetto in apparenza è. Se si vuole, invece, scoprire come l’oggetto è in realtà occorre muovere al di là di ciò che è mero fenomeno. […] Il fenomeno è così come l’oggetto si manifesta per noi, visto con i nostri occhi (e pensato con le nostre categorie), ma non è l’oggetto così come esso è in sé. Se questa fosse stata la nozione di fenomeno impiegata dalla fenomenologia, essa sarebbe, piuttosto, una scienza del meramente soggettivo, apparente o superficiale. Ma naturalmente non è così. […] Il fenomeno è inteso come manifestazione della cosa stessa, e pertanto la fenomenologia è una riflessione filosofica circa il modo in cui gli oggetti mostrano se stessi – come gli oggetti appaiono o si manifestano – e circa le condizioni di possibilità di tale manifestarsi.» (D. Zahavi, La fenomenologia di Husserl)

La lunghezza della citazione in esergo è una sorta di anticipazione circa la tematica che impegnerà il fenomenologo Dan Zahavi in La fenomenologia di Husserl. Anzitutto, è bene precisare che il volume (pp. 214) adopera la terminologia propria della filosofia husserliana, ma gode della spiegazione dell’autore, che lo rende un testo fruibile, soprattutto per quanti hanno familiarità con il lessico filosofico di base (intenzionalità, solipsismo, etc.), ma accessibile anche a chi s’immerge per la prima volta nel mondo husserliano.

Perciò, La fenomenologia di Husserl può essere assurta a guida, quale punto di partenza per la comprensione – per quanto sommaria – del pensiero di Edmund Husserl. Vediamone la struttura e procediamo poi con un tentativo di analisi.

Il saggio si compone di tre parti corrispondenti, per così dire, all’evoluzione del pensiero husserliano. Nella prima parte, Zahavi spiega e affronta la questione dell’intenzionalità nell’ambito della teoria della conoscenza; dopodiché, l’autore si sofferma sulla svolta trascendentale di Husserl; la terza e ultima parte offre una spiegazione dei concetti di Lebenswelt (mondo della vita) e approfondisce il tema dell’intersoggettività.

Lo scopo del filosofo (di origine ebraica) è di scoprire le condizioni psicologiche o neurologiche che, in certo senso, predispongono l’uomo alla conoscenza. Partendo dal presupposto che la fenomenologia «vuole essere niente di più e niente meno che una pura descrizione di ciò che si manifesta […], e vuole pertanto evitare speculazioni o postulati metafisici e scientifici», Husserl individua l’elemento strutturale basico della coscienza, una sua proprietà intrinseca: l’intenzionalità, consistente nella relazione fra due oggetti nel mondo.

A questa si richiamano i rapporti soggetto-oggetto, e qui la teoria della conoscenza spiega in che modo il soggetto e l’oggetto entrano in contatto, e oggetto reale-oggetto intenzionale.

Dal momento che l’oggetto è inteso a partire da sensazioni differenti, ne consegue la definizione di atto, ossia il processo tramite il quale intendere qualcosa, e di senso, cioè lo strumento mediante il quale concepire l’oggetto, giungendo poi ad affermare l’asimmetria tra le sensazioni e l’atto:

«Le sensazioni compongono l’atto, ma non sono ciò che esso intende, non sono cioè ciò di cui l’atto è coscienza-di. […] ciò che è contenuto in un atto non è ciò che intendiamo, e ciò che intendiamo non è contenuto nell’atto.»

L’unione di materia e qualità costituisce l’essenza intenzionale, la quale definisce cos’è l’oggetto inteso, in che modo è inteso e secondo quali proprietà il detto oggetto è inteso, ragion per cui il processo conoscitivo si costruisce progressivamente, richiede diversi livelli. Husserl distingue fra: datità signitiva (l’oggetto ha un significato, ma non è dato in modo intuitivo); datità d’immagine (l’oggetto ha un contenuto intuitivo, ma è inteso indirettamente); datità percettiva (fornisce l’oggetto stesso, “in carne e ossa”).

Mentre in quest’ultimo caso, si ha un’automanifestazione dell’oggetto, la signitività è il presupposto per l’acquisizione di una conoscenza, essendo questa la sintesi (o identificazione) fra ciò che è inteso e ciò che è dato. Tale sintesi è comunemente chiamata verità e questa, a sua volta, è irrelata all’evidenza (apodittica, adeguata, inadeguata), nella quale l’oggetto è sia inteso, sia dato intuitivamente.

La fenomenologia husserliana, essendo la descrizione della manifestazione degli oggetti, gode di una neutralità tanto metafisica, poiché l’approccio fenomenologico non ha la pretesa di fornire una risposta a tutte le domande e la metafisica è considerata la prigione della filosofia, quanto psicologica, nonostante possa essere definita come lo studio delle rappresentazioni mentali (Dreyfus).

La svolta trascendentale di Husserl, topic della seconda parte del volume di Dan Zahavi, illustra i concetti di epoché, riduzione e idealismo trascendentale, prendendo le mosse dalla concezione di fenomenologia. Essa non ha più soltanto una funzione descrittiva, ma assume un significato filosofico, divenendo una scienza nuova, incardinata sull’essere e sull’essenza della realtà.

La soggettività è qui intesa come la condizione di possibilità della realtà e la realtà non può darsi senza soggettività: tale è la posizione trascendental-filosofica:

«Il mondo non è qualcosa che semplicemente esiste. Il mondo si manifesta, e la struttura di tale manifestarsi è condizionata e resa possibile mediante il soggetto.»

L’attività della soggettività è compresa mediante l’epoché, ossia «l’indagine degli oggetti mondani nel loro apparire o manifestarsi alla coscienza» e quale porta d’accesso per la filosofia; la riduzione è, invece, una «tematizzazione della correlazione tra soggettività e mondo». Epoché e riduzione scoprono il noema (o componente noematica), ovverosia «un’entità ideale di mediazione, che contribuisce a intendere l’oggetto».

Focalizzandosi nuovamente sui concetti di verità ed evidenza, considerando altresì la filosofia come condotta di vita etica (idea socratico-platonica), Husserl giunge a un’elaborazione di idealismo all’interno di una teoria gnoseologica, per la quale «l’idealità non può essere ridotta a processi psichici o fisici».

Nell’ambito del trascendentale, giacché l’idealismo celebra il primato della soggettività trascendentale, si giunge all’identificazione di fenomenologia e idealismo. In tal senso, si può parlare di un antirealismo di Husserl, dato che egli supera la contrapposizione tra l’idealismo (l’esistenza della soggettività è indipendente dal mondo) e il realismo empirico nell’accezione kantiana (il mondo può esistere indipendentemente dal soggetto).

Dato che la soggettività è la condizione di possibilità del portare a manifestazione e, per ciò stesso, è una condizione necessaria, ma non sufficiente, vi è un momento, un processo ulteriore fungente da cornice per gli oggetti che si manifestano. Tale momento è definito costituzione, in cui il soggetto trascendentale interpreta se stesso come soggetto intramondano.

Ivi fa la sua comparsa la concezione di intersoggettività, centrale in gran parte del pensiero filosofical-trascendentale husserliano, e che si sviluppa nei rapporti tra soggetti relati al mondo, comprendendo le categorie di trascendenza, oggettività e realtà.

Infine, Zahavi indaga il fattore tempo operando una tripartizione: 1. il tempo oggettivo degli oggetti che si manifestano; 2. il tempo soggettivo (o pre-empirico) degli atti e delle esperienze; 3. il flusso prefenomenale assoluto della coscienza. Dopodiché passa in rassegna la corporeità, il “corpo vivo”, il «punto-zero», il centro in relazione al quale e nel quale si svolge lo spazio e, di conseguenza, la condizione di possibilità per la percezione e l’interazione con gli oggetti spaziali.

Una volta di più, Husserl evidenzia l’interconnessione tra il mondo e la coscienza, tra il corpo vivo dell’uomo e la coscienza:

«Soltanto mediante la nostra presenza nel e presso il mondo siamo anche presenti a noi stessi, e soltanto per il fatto che siamo dati a noi stessi possiamo essere consci del mondo.»

L’ennesima categoria ascrivibile alla fenomenologia trascendentale il Lebenswelt, il mondo della vita, la cui polisemia impedisce di darne un significato preciso e che, pertanto, dipende di volta in volta dal contesto. Ad ogni modo, secondo alcuni è un approfondimento delle analisi di Husserl circa l’intersoggettività, mentre secondo altri rappresenta una riflessione sulla crisi etica e filosofica delle scienze positive. Zahavi scrive in proposito:

«La realtà vera – ciò che esiste obiettivamente e indipendentemente dalla coscienza – è dunque ritenuta del tutto differente da tutto ciò in cui ci imbattiamo nella nostra esperienza pre-scientifica. Sebbene la scienza avesse in origine il compito di salvare il mondo dalla morsa dello scetticismo, essa sembra aver eseguito la propria missione restituendoci un mondo quasi irriconoscibile.»

L’evoluzione del pensiero di Husserl – asserisce Dan Zahavi – non prescinde da una sua consequenzialità e unità ravvisabile sia nelle opere ormai classiche (Ricerche logiche, Idee I, Meditazioni cartesiane, Crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale), sia nei volumi più attuali della Husserliana, fondamentali per conoscere, seguire, comprendere e interpretare la filosofia di Edmund Husserl, maestro di Heidegger, e che ha avuto una serie di proseliti, fra cui l’esistenzialista Jean-Paul Sartre.

© Antonietta Florio

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5 commenti

  1. […] Seguendo l’analisi husserliana circa la crisi della civiltà occidentale e conscio della diversità tra la vita meccanica dettata dalla lex tecno-scientifica e l‘esistenza umana che è paura, angoscia, possibilità, scelta, proiezione e apertura verso il futuro, Heidegger avverte il bisogno di elaborare una nuova concezione dell’essere. Una volta di più si palesa la distanza tra la scienza e la filosofia: […]

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