Jean-Pierre Vernant, L’uomo greco

«Rappresentarsi il mondo non consiste nel renderlo presente nel nostro pensiero. È il nostro pensiero che fa parte del mondo ed è presenza nel mondo. L’uomo appartiene al mondo cui è affine e che conosce per risonanza o connivenza. L’essere dell’uomo, originariamente, è un «essere al mondo». Se questo mondo gli fosse estraneo, come noi oggi riteniamo, se fosse un puro oggetto costituito da estensione e movimento, in opposizione a un soggetto costituito da giudizio e pensiero, l’uomo non potrebbe effettivamente porsi in comunicazione con esso che assimilandolo alla propria coscienza. Ma per l’uomo greco, il mondo non è quest’universo esterno reificato, separato dall’uomo attraverso l’insuperabile barriera che divide la materia dallo spirito, il fisico dallo psichico. Nei confronti dell’universo dotato di anima, cui tutto lo collega, l’uomo è in un rapporto di intima comunione.» (J-P. Vernant, L’uomo greco)

Se ne Le origini del pensiero greco, Jean-Pierre Vernant indaga la struttura politico-sociale del mondo greco, appunto, soffermandosi particolarmente sul passaggio dal mythos al lògos, ne L’uomo greco, l’antropologo e storico della filosofia, pur limitandosi alla stesura dell’introduzione, riesce ancora una volta a trasmettere il fascino della Grecia. Terra di pensatori stimati e stimabili, la Grecia è la patria per eccellenza della sophìa, della sophrosine, il luogo in cui si vive in comunione con gli dèi, a un tempo rispettati e temuti.

L’uomo greco è una raccolta di saggi, ognuno dei quali, considerando una determinata problematica e affrontandola da una prospettiva differente, realizza una galleria di ritratti dell’uomo greco, se è vero che questi non può essere indagato e definito da un unico punto di vista, ma – come puntualizza lo stesso Vernant – l’uomo greco, inseparabile dal quadro sociopolitico e culturale, ne costituisce l’artefice e il prodotto.

Ciò legittima gli studi che compongono questo volume. Essi descrivono e analizzano l’individuo greco come economico (Claude Mossé), come guerriero (Yvon Garlan), cittadino (Giuseppe Cambiano e Luciano Canfora), domestico (James Redfield). Ancora, viene osservato nel suo essere spettatore e uditore (Charles Segal), come “animale sociale” (Oswyn Murray) e come essere religioso (Mario Vegetti). Una molteplicità di osservazioni che riconoscono l’originalità e la singolarità del caso greco.

Claude Mossé, precisando la correlazione tra economia, religione e politica, evidenzia come l’agricoltura rappresenta l’attività fondamentale, specie in epoca arcaica e classica. Ad essa, però, vi si aggiungono altresì l’attività commerciale (la ceramica), «per sfuggire ai debiti e all’amara fame» e la produzione di armi. Infatti, l’uomo greco è un essere bellicoso. La guerra è un obbligo e la morte in battaglia ha un significato sociale. Soprattutto, scrive Yvon Garlan, il fine ultimo del conflitto è la felicità.

La vita militare richiede l’appartenenza all’ordine della cavalleria, laddove però, possedere un cavallo è sinonimo di distinzione sociale, di ricchezza. A partire dal IV secolo, le città ricorrono ampiamente ai mercenari, il cui rapporto con i soldati non è necessariamente in antitesi, poiché sia per gli che per gli altri la guerra è un’attività lucrosa.

Giuseppe Cambiano e Luciano Canfora si soffermano, invece, sul cittadino greco in quanto uomo, mettendo in evidenza la differenza e, quindi, una disparità tra l’uomo e la donna. Quest’ultima, infatti, poteva essere definita adulta solo al momento del matrimonio, concepito come una sorta di rito di passaggio decisivo. Vernant asserisce in proposito: «Il matrimonio è, per la fanciulla, ciò che la guerra è per il giovane».

Così, mentre la fanciulla è donna solo quando è sposa e madre, per il maschio, essere uomo, significa sì essere marito e padre, bensì anche cittadino capace di difendere la propria città e guidarla politicamente. Questo ad Atene. Il mondo chiuso e severo di Sparta è totalmente diverso, in quanto tutte le fasi della vita sono cadenzate dal servizio militare. Il matrimonio è la condizione essenziale per la riproduzione e la procreazione è funzionale all’arruolamento di altri soldati. Il cittadino, il maschio deve, scrive Luciano Canfora, imparare innanzitutto a uccidere.

Quanto all’istruzione, essa non è sicuramente un fattore di promozione sociale. La ginnastica e la musica sono i mezzi di formazione del cittadino fino a quando la comparsa del libro segnerà un mutamento radicale. Ad esso si accompagna la nascita della filosofia e della retorica e Platone affermerà che solo la paideia educa a diventare uomini. Più precisamente,

«Atene poteva accogliere la filosofia non tanto come modello supremo di vita umana, quanto come attività propedeutica alla formazione di quel tipo di uomo che continuava a incarnarsi, anche se in misura sempre più simbolica, nella figura del cittadino-soldato.»

Tucidide e Pericle sono i personaggi che Canfora cita ricorrentemente soprattutto per ciò che concerne i concetti di libertà-democrazia e tirannide-oligarchia. Senza addentrarsi in questo excursus di carattere strettamente politico, è sufficiente dire che la democrazia è appetibile quanto più scevra da qualsivoglia residuo tirannico.

Quanto alla sfera domestica, è risaputo il conflitto tra la vita domestica e la città-Stato, una contrapposizione che rimanda una volta di più alla disparità tra la donna, che deve provvedere alla discendenza, e l’uomo, che invece deve governare la polis.

Tutt’altra rilevanza ha l’uomo greco in qualità di uditore e spettatore, dal momento che questa caratteristica si ricollega direttamente alla conoscenza, al tema della memoria, al passaggio dall’oralità alla scrittura, dalla poesia alla filosofia. Onde ne deriva che il contenuto nascosto o freudianamente latente emerge, l’invisibile diventa visibile, cosicché

«la rappresentazione visiva degli antichi miti nella tragedia sembra privilegiare le apparenze superficiali della percezione sensibile, ma esplora costantemente le distinzioni tra superficie e profondità, parole e azioni, apparire e essere.»

Oswyn Murray, nel penultimo saggio, prende le mosse dal concetto aristotelico di zòon politikòn. L’uomo è un animale sociale, cioè naturalmente politico e, poiché la formula si inscrive pienamente nella teoria etico-biologica, si può definire essere umano colui che esercita le proprie potenzialità. Da qui il rapporto uomo-società e il dualismo “focolare comune”- focolare domestico:

«la percezione della polis come la forma di organizzazione sociale in cui l’uomo poteva realizzare meglio le sue potenzialità, subordinava le esigenze religiose, familiari ed emotive al più alto ordine politico nel quale esse si inserivano, trovandovi il loro posto.»

Religione e commensalità sono i due pilastri della socialità greca, elementi compenetrantesi e, per questa ragione, inscindibili. Nonostante le frequenti occasioni di ritrovo, tuttavia, il mondo greco si caratterizza per l’assenza di relazioni puramente amorose e di amicizie. Ciò che manca è il concetto di individuo, essendo che il cittadino greco, sia esso un oplita o dedito all’agricoltura, non è mai considerati di per se stesso, ma sempre in relazione agli altri, rafforzando così l’identità culturale di gruppo.

Infine, ne L’uomo e gli dei, Mario Vergetti si focalizza sull’atteggiamento prettamente religioso dell’uomo greco. In primo luogo, egli evidenzia che la religione greca non è dogmatica, non si fonda su una rivelazione e non ha una chiesa. Molto semplicemente, tale religiosità consiste nell’osservanza e nel rispetto dei riti e dei culti tramandati dalla tradizione. Ma anche in questo caso, è ravvisabile il connubio con la politica, poiché:

««credere negli dei» significava cioè in primo luogo non tanto un atto spirituale di fede o un ossequio teologico, ma un senso immediato di appartenenza alla comunità politica, e risultava infine equivalente a essere un buon cittadino ateniese, oppure spartano e così via.»

Particolarmente interessante, oltre all’elencazione delle divinità che costituiscono il pantheon, è il dualismo anima-corpo, caro alla filosofia che si svilupperà da Socrate in poi. L’esistenza dell’uomo è macchiata, sin dalla nascita, dalla colpa e la salvezza, l’unica possibilità di salvezza, è il distacco dell’anima dal corpo, dalla materia, dall’inganno e dalla fallacia delle percezioni sensibili.

Si tratta, dunque, della katharsis, di un rito di purificazione, che avviene mediante l’esercizio della rinuncia, dell’ascesi, del sacrificio. Diversamente, i pitagorici elaborano la dottrina della trasmigrazione delle anime, ripresa poi da Platone e che continua, ancora oggi, a essere oggetto di studio.

Una lettura consigliata per comprendere uguaglianze e differenze rispetto al passato, per capire cos’era l’uomo prima di noi e se noi siamo cambiati rispetto all’esemplare greco. Ma è anche un’avventura nel mitico mondo ateniese e spartano, un tuffo nel passato che sempre desta ammirazione e fascino.

© Antonietta Florio

Pubblicità

Un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...