Cesare Pavese, Il diavolo sulle colline

«Allora Poli cominciò a lagnarsi e accusare tutti noi, Gabriella, la gente, di fermarci alla superficie delle cose, di ridurre la vita a un futile dramma, a una serie di gesti e di etichette senza senso. La gente si agitava in fregola e si giocava la coscienza nelle cose piú materiali e piú sciocche. Chi pensava all’impiego, chi ai vizi meschini, chi al domani. Tutti si dibattevano e riempivano la giornata di parole e di vanità. – Ma se vogliamo esser sinceri, – disse, – che cosa c’importa di queste sciocchezze? Certamente siamo tutti carogne. E allora che cos’è che si chiama crisi? Non certo ubriacarsi coi facchini, che non valgono un dito piú di noi. Non c’è che scendere in noi stessi e scoprire chi siamo.» (C. Pavese, Il diavolo sulle colline)

Ne Il diavolo sulle colline, Cesare Pavese racconta le inquietudini di tre giovani ragazzi: Oreste, studente di medicina, Pieretto e l’io narrante (che resta anonimo), i quali studiano legge. La contrapposizione tra il mito e la bellezza, tra il simbolico e il concreto e, non da ultimo, tra l’ambiente urbano e la campagna funge da cornice alla narrazione.

Il trio – unito da un’amicizia profonda – riflette sulla vita e sul senso dell’esistenza. Una riflessione che si acuisce ogni notte di più, quando i tre amici si accorgono che la città è fatta per vivere, è il locus in cui la notte non è altro che il prolungamento delle ore diurne.

Un ruolo importante è svolto da Poli, un giovane ricco e scapestrato, che da Pieretto è considerato una sorta di divinità. Poli, in effetti, rappresenta colui il quale può tutto. Non solo perché «la ricchezza è potere», ma perché egli vivendo a suo modo, seguendo i suoi istinti – che si tratti di droga o di donne – oltrepassa i limiti imposti dall’ambiente in cui vive, si espone a rischi, fa esperienza. In una parola: vive («Tutta la vita è come un gioco sotto al sole»). Ragion per cui – per citare Albert Camus – la cosa più importante non è la quantità delle esperienze accumulate, bensì la qualità delle medesime.

Ciò chiama in causa altri due concetti, che ben riassumono sentimenti e aspirazioni dei giovani amici, che si dipana costantemente tra la libertà e l’assunzione di responsabilità, tra la voglia di vivere pienamente la propria libertà e, malgrado qualche marachella inevitabile, un sentimento d’innocenza:

«È bello svegliarsi e non farsi illusioni, – continuò sorridendo. – Ci si sente liberi e responsabili. Una forza tremenda è in noi, la libertà. Si può toccare l’innocenza. Si è disposti a soffrire.»

Nell’affermazione secondo cui “lo stato dell’uomo è la debolezza”, Poli, nel passaggio da ragazzo dedito all’alcool all’essere uomo, si fa portavoce di un pensiero intriso di un forte senso di maturità, e cioè che per conoscere davvero se stessi (il nosce te ipsum di scuola delfica) è necessario addentrarsi negli abissi della propria interiorità, indagarla ed esplorarla. Un processo, questo, che certamente avrà delle ripercussioni a livello psichico, ma è pur vero che “bisogna perdersi per ritrovarsi”.

Merita una citazione particolare l’io narrante, che potrebbe identificarsi con Pavese stesso, che torna nei luoghi della sua infanzia, sperando di ritrovare ogni cosa al suo posto, ma scoprendo che tutto, in realtà, è mutato.

In effetti, il personaggio avverte un tedioso e mesto sentimento di estraneità in un ambiente familiare, ha tutto e dispone di tutti gli agi, ma sente di non avere niente. E Oreste glielo rinfaccia:

«Il tempo passa, – dissi, – quest’uva non matura mai. Quand’è che torniamo a Torino? Oreste non poteva sentirne parlare. Mi disse che cos’altro volevo: mangiavo, bevevo buon vino, facevo niente tutto il giorno…»

Del resto, non si può stare bene con se stessi se l’anima è in subbuglio. Da qui, il desiderio di partire, di salire su un treno, di vedere nuovi luoghi, conoscere nuove persone, fare cose mai fatte prima. Fra i loci che compaiono nella storia, vi è sicuramente l’esaltazione della campagna, laddove il lavoro gravoso, ma oneroso, della terra, si contrappone alla città, luogo della corruzione e della degenerazione, della futilità e dell’inquietudine.

Per meglio dire, l’encomio è per la collina che rende veramente liberi e “la vita risulta più facile, quanto più ci si riesce a liberare delle illusioni.

© Antonietta Florio

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