Jonathan Franzen, Le correzioni

«Il fatto che vi fosse qualcuno ad abitarla era tutto, per una casa. Non era solo il fattore più importante: era l’unico. La famiglia era l’anima della casa. La mente vigile era la luce che illuminava la casa. L’anima era una talpa della tana. La coscienza era per il cervello ciò che la famiglia era per la casa. Aristotele: Supponiamo che l’occhio sia un animale: la vista sarebbe la sua anima. Per capire la mente si poteva immaginare un’attività di tipo domestico, il ronzio di vite collegate sui binari diversi, l’imprescindibile calore del focolare. Si parlava di «presenza», «fermento», «occupazione». O, al contrario, di «vuoto» e «chiusura». Di «disturbo».» (J. Franzen, Le correzioni)

La famiglia Lambert è la protagonista del romanzo di Jonathan Franzen, Le correzioni. Una famiglia normale, una famiglia come tutte le altre, una famiglia composta da cinque membri, i quali si trovano a vivere vite quasi parallele. Le problematiche che ognuno di essi è chiamato ad affrontare sembra infatti portarli lontano dal nido famigliare. Conosciamoli meglio!

Alfred Lambert, il padre di famiglia, è malato di Parkinson. Non è più padrone di se stesso, né delle sue cose; ha bisogno di aiuto anche nei movimenti più piccoli, ma si ostina a voler fare tutto da solo.

«La malattia ledeva il senso del suo possesso. Quelle mani tremanti appartenevano a lui, eppure si rifiutavano di obbedirgli. Erano come bambini cattivi. Creature irragionevoli, egoiste e capricciose. Più i suoi ordini erano severi, meno li ascoltavano, e più diventavano patetiche e incontrollabili.»

È ossessionato da vari oggetti che tiene accumulati nel suo laboratorio e per tutta la vita non ha fatto altro che difendere la sua privacy. Mantenere le distanze è il suo modo di dimostrare affetto.

Alfred è il tipico padre di famiglia dedito al lavoro. Non si fa scrupoli nel trascurare moglie e figli, anche se «erano l’unica cosa di cui sembrasse importargli ancora»; non esita a lasciare per qualche tempo il tetto coniugale pur di riuscire negli affari, senza nemmeno salutare la moglie. A un tempo ironico e drammatico, forte e debole, Alfred è un personaggio che, a mano mano che l’autore lo presenta, lo descrive, lo porta a conoscenza, suscita un tenero sentimento, a tratti compassionevole.

Ad un certo punto della narrazione sembra quasi di conoscerlo davvero, entra nel cuore del lettore. Induce a una riflessione acuta non solo sulla fondamentale presenza dei genitori per i figli, ma il ruolo che questi avranno poi nel sostenere quelli.

Se Alfred ha l’ossessione degli oggetti, Enid Lambert è fortemente ossessionata dal desiderio di tenere riunita la famiglia il giorno di Natale. Tutte le ore di tutti i giorni e per un intero anno, Enid non fa altro che manifestare questa sua volontà, coadiuvata dalla fiamma della speranza, che pur affievolendosi, riesce ad emanare ancora un po’ di riverbero, a sprigionare ancora un po’ di calore.

«Enid ebbe il presentimento che la famiglia che aveva cercato di riunire non fosse più quella che ricordava, e che quel Natale non sarebbe stato affatto come quelli di un tempo. Ma fece del suo meglio per adattarsi alla nuova realtà.»

Ogni volta, ogni Natale cerca di correggere le imperfezioni del precedente, fino a quando si rende conto che le correzioni, in realtà, ricoprono un arco di tempo più vasto: i quasi cinquant’anni di matrimonio con Alfred. Non si tratta soltanto della consapevolezza del tempo che passa, «sembrava il sintomo di un malessere più grande, di un vuoto doloroso nella vita di Enid».

E i rimpianti, i rimorsi, ma indubbiamente anche l’amore, emergono con veemenza drammatica nelle pagine finali, laddove ogni parola, ogni frase, ogni pensiero penetra nelle zone più profonde, toccando una qualche corda apparentemente granitica e rimettendo nuovamente tutto in gioco nella coscienza del lettore.

Chip, Denise e Gary sono i loro figli. Tutti diversi, ma tutti, in un modo o nell’altro, alle prese con errori, fallimenti, deviazioni dalla retta via, che Enid cercherà di correggere. Chip insegna all’università, fino a quando viene licenziato a causa di un «comportamento sessuale scorretto». Il tentativo di trovare un nuovo lavoro e la conseguente illusione di esserci riuscito lo porta a una scorribanda tra l’America e l’Europa, rischiando di mandare a monte il piano della madre di riunire la famiglia per un ultimo Natale.

«Mentre spegneva la Tv e correva in cucina, gli parve di avere fallito nella misera impresa di cadere a pezzi come si deve.»

Denise, sposata e divorziata, ha lasciato e mollato vari lavori. Desidera la solitudine, ma ogniqualvolta si ritrova da sola desidera la compagnia di un’amica. Si potrebbe dire che è in conflitto perenne con la vita. Anzi, Denise è nemica di se stessa:

«Non capisci? – le disse. – Io odio questa casa. Odio questa città. Odio la vita che faccio qui. Odio la famiglia. Odio l’intimità domestica. Sono pronta ad andarmene. Io non sono una brava persona. E fingere di esserlo non fa che peggiorare le cose.»

Infine, Gary Lambert. Se da un lato ha avuto successo negli affari (è dirigente di banca) e ha conosciuto l’amore (è sposato con Caroline, dalla quale ha avuto tre figli), dall’altro è in preda a una depressione incalzante, della quale fatica a prenderne coscienza. Non vive, ma sopravvive, e come il padre si butta a capofitto nel suo lavoro. Le cose si complicano a seguito dei ripetuti contrasti con la moglie sia per quanto riguarda il Natale in casa Lambert, sia per ciò che concerne la sua condizione clinicamente depressa.

Il temporale annunciato sin dalle prime righe da Jonathan Franzen spazzerà via molte cose, segnerà uno squarcio tra il prima e il dopo, tra il presente e il passato. Ma se è vero che dopo il temporale c’è l’arcobaleno, tutto ciò che prima sembrava tetro e obnubilato, adesso si rischiara, circondato da un’aurea diafana.

I Lambert, come si diceva al principio, sono una famiglia normale, comune e in una determinata fase della nostra vita tutti siamo (o possiamo, o potremmo essere) Alfred, Enid, Gary, Chip o Denise, poiché tutti, in un modo o nell’altro, entriamo spesso in conflitto con la società. Tutti, in un modo o nell’altro, ci imbattiamo nella decadenza dei valori, nell’ “ospite inquietante” del nichilismo e tutti, in un modo o nell’altro, cerchiamo (o dovremmo cercare) di correggere e correggerci.

Lettura consigliata.

© Antonietta Florio

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