Zygmunt Bauman, Le sorgenti del male

«Gli sforzi per penetrare il mistero che forse più di ogni altro tiene svegli di notte i filosofi morali, cioè il mistero dell’unde malum? («da dove viene il male?»), e più specificamente e con ancor maggiore impellenza, del «come mai le persone buone diventano cattive?» […] furono sollecitati e ricevettero il primo potente impulso dal maremoto del totalitarismo del ventesimo secolo, furono alimentati dalle rivelazioni relative all’Olocausto, e si moltiplicarono di fronte alla crescente evidenza dell’ancor più palese analogia fra il mondo del post-Olocausto e un campo minato, del quale si sa che una mina prima o poi esploderà benché nessuno sappia in anticipo quando e dove.» (Z. Bauman, Le sorgenti del male)

In poco più di cento pagine, Zygmunt Bauman, «uno dei più grandi pensatori contemporanei», come lo definisce Riccardo Mazzeo nell’Introduzione a Le sorgenti del male, prende le mosse da un interrogativo dalle tinte esistenziali: unde malum?, cioè, da dove viene il male? Prima di lui, ma anche contemporaneamente a lui, molti altri si sono addentrati in questo territorio.

Si pensi, ad esempio, a Gunther Anders, Philip Zimbardo, e ovviamente non può mancare all’appello Hannah Arendt – spiriti illustri da Bauman citati frequentemente -, ognuno dei quali ne ha dato sì una sua propria definizione, ha sì indagato secondo prospettive diverse, ma tutte, in un modo o nell’altro, tendono a convergere.

Poiché essere morale non significa necessariamente essere buoni, l’enigma dell’unde malum si acuisce maggiormente e nel tentativo di pervenire a una chiarificazione esaustiva e soddisfacente si sono aperte tre piste. Fra esse, Bauman sembra seguire pedissequamente quella che prende spunto dal «condizionamento comportamentale», ovvero quali sono (o possono essere) le circostanze e le situazioni sociali che possono spingere gli individui a commettere malvagità e soprusi.

In tal caso, John Steiner introduce metaforicamente il termine di “dormiente”, con il quale appunto ci si riferisce all’emergere di una vulnerabilità, di una personalità violenta in condizioni particolarmente propizie, «una sorta di odioso potenziale che potrebbe esistere in particolari individui pur rimanendo per molto tempo invisibile».

Onde ne deriva, e ciò a conferma delle affermazioni di Hannah Arendt ne La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, che il male è tanto più spaventoso quanto più è commesso da persone assolutamente e spaventosamente normali.

«Come sarebbe sicuro e confortevole il mondo, quanto sarebbe gradevole e amichevole se a perpetuare azioni mostruose fossero dei mostri e soltanto dei mostri.»

Di conseguenza, la cosa ancora più spaventosa è che «le mostruosità non hanno bisogno di mostri, che gli oltraggi esistono senza che vi siano personaggi oltraggiosi», e che per questo motivo, non rappresentano l’eccezione, bensì la norma.

Delle piste citate poc’anzi, Zygmunt Bauman per risalire al mistero dell’unde malum, considera anche quella che ricerca una spiegazione meno psichica e più antropologica, che sembra essere la più accreditata. Qui viene introdotta la nozione di Gunther Anders de “la sindrome di Nagasaki”, ovvero che ciò che è stato fatto una volta, può essere ripetuto.

«La ripetizione di una violenza è non solo possibile ma probabile – poiché le chances di vincere la battaglia per prevenirla si assottigliano mentre aumentano quelle di perderla.»

Un approccio ulteriore per scoprire le sorgenti del male è metafisico e chiama in causa – come afferma Anders – l’interdipendenza tra la tecnica e la storia, laddove l’uso (o abuso?) della tecnologia, l’onnipotenza tecnologica è direttamente proporzionale all’impoverimento della nostra immaginazione.

In questa discrepanza fra creazione e produzione viene individuata la fonte da cui germinano i mali del nostro tempo, le calamità della società contemporanea.

Lettura consigliata e in abbinamento: Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme.

© Antonietta Florio

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