Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo

«Sbagliare è l’unico privilegio umano su tutti gli altri organismi viventi. A forza di sbagliare si arriva alla verità! Sono uomo appunto perché sbaglio. Nessuna verità è stata raggiunta senza aver prima sbagliato quattordici volte, o forse anche centoquattordici, e questo è a suo modo onorevole; sí, ma noi non sappiamo neanche sbagliare con la nostra testa! Di’ pure sciocchezze, ma dille a modo tuo, e allora ti bacerò. Sbagliare a modo proprio è quasi meglio di una verità detta a modo altrui; nel primo caso sei un uomo, mentre nel secondo non sei altro che un pappagallo! La verità non scappa, la vita, invece, c’è il rischio di soffocarla; gli esempi non mancano.» (F. Dostoevskij, Delitto e castigo)

Ambientato a San Pietroburgo, Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij è un romanzo suddiviso in sei parti, più un epilogo, imperniato su una polarità evocata dal titolo stesso: delitto e castigo, colpa ed espiazione. Protagonista è Rodiòn Romànovič Raskòlnikov, uno studente universitario che vive in condizioni economiche disperate.

Tale disperazione avrà ripercussioni sia a livello sociale, in quanto «si era talmente sprofondato in se stesso e isolato da tutti, che temeva qualunque incontro», sia da un punto di vista psichico. La mancanza di denaro, infatti, lo induce sì ad abbandonare gli studi, ma l’immobilità motoria nell’atmosfera angusta della sua stanza è direttamente proporzionale a un fiume di pensieri e teorie che avranno poi concreta realizzazione. Dostoevskij seguirà pedissequamente e descriverà con dovizia di particolari i tetri propositi del suo giovane protagonista.

Dunque, tutto comincia da una sensazione esistenziale di disagio e di abbandono a se stesso:

«Chiunque, infatti, ha bisogno di un posto dove poter andare. Giacché c’è un momento in cui è assolutamente indispensabile andare in un posto qualsiasi! […] Capisce, capisce, egregio signore, cosa significa quando non c’è più un posto dove andare?»

È però importante sottolineare che il piano letterario è intrecciato inestricabilmente con la realtà russa degli anni Sessanta (precisamente il 1865), che deve per l’appunto fronteggiare una gravissima crisi monetaria. O, per meglio dire, Dostoevskij prende le mosse proprio dalla realtà nella quale egli vive. A partire da essa impernia la narrazione sulla tematica del denaro e della rovina e ne descrive poi le conseguenze devastanti tanto per il suo protagonista, quanto per la società. Ciò è perfettamente riassumibile nelle parole di Marmeladov, un personaggio che Raskòlnikov conosce in una bettola e che per lui avrà una funzione importante:

«Egregio signore, – cominciò quasi con solennità, – la povertà non è vizio, questa è una verità. Lo so, anche l’ubriachezza non è virtù, e a maggior ragione. Ma la miseria, egregio signore, la miseria sì che è vizio. Nella povertà lei conserva ancora la nobiltà dei sentimenti innati, ma nella miseria mai, nessuno la conserva.»

Su questa base si potrebbe definire Raskòlnikov sì quale incarnazione della disperazione che diventa poi follia, ossia «un errore logico, un errore di giudizio, una visione sbagliata delle cose», ma anche come la realizzazione dell’uomo nuovo più volte citato dallo stesso autore (poi vagliata meticolosamente da Nietzsche) e come il prototipo dell’uomo contemporaneo.

Ciò che più conta, però, non è tanto (o soltanto) l’azione delittuosa commessa dal personaggio dostoevskiano, quanto piuttosto gli effetti psicologici di tale crimine. Difatti, gran parte della storia romanzesca è focalizzata sulla psiche di Raskòlnikov. Una psiche che se da un lato appare frammentata, distrutta, in preda al dubbio (“sono un mostro o una vittima?”), dall’altro è lucidissima, così come granitica sarà fino alla fine la motivazione alla base del suo agire criminale:

«Uccidila e prendi i suoi soldi per consacrarti poi con il loro aiuto al servizio di tutta l’umanità e della causa comune; che ne pensi: un unico, minuscolo delitto non sarà forse espiato da migliaia di buone azioni? Per una sola vita, migliaia di vite salvate dalla putrefazione e dalla corruzione.»

Attraverso l’omicidio, Raskòlnikov intende condannare la società civile, essendo ingiusta e perfino cattiva, in quanto induce gli individui a deviare, per così dire, la retta via: «il delitto è protesta contro l’anormalità del sistema sociale […]». Ma è anche “la distruzione del presente in nome del meglio”. E allora ci si ritrova ad ubriacarsi nelle bettole per dimenticare le afflizioni del quotidiano, e a prostituirsi. O ancora, si pensi al sacrificio di Dunia, pronta a dire il suo “sì” al ricco Luzin, per poter salvare la famiglia dalla miseria.

Salvezza diventa allora la parola-chiave. Sebbene nella mente del protagonista la macchia di un delitto può essere cancellata da migliaia di buone azioni e vite salvate, egli sente il proprio cuore vuoto, un’apatia sconfinata e invincibile s’impossessa del suo essere, tanto che «è come se fossi morto, ma nello stesso tempo sei vivo, entrambi i vantaggi contemporaneamente».

Salvezza, si diceva. Una salvezza che si può raggiungere solo attraverso la sofferenza e l’espiazione, giacché

«La sofferenza e il dolore sono inevitabili per una coscienza vasta e un cuore profondo. Le persone veramente grandi, mi sembra, devono provare una grande tristezza a questo mondo […]»

A questo punto la terribile, drammatica presa di coscienza. L’uomo non cambia, nessuno può trasformarlo; “è una canaglia che si abitua a tutto e avrà potere solo se oserà chinarsi per raccoglierlo. Si ritrova il concetto dell’uomo nuovo, ovvero di colui (Raskòlnikov, in questo caso) di mostrare la sua propria superiorità rispetto agli uomini comuni, accorgendosi poi di aver fallito nell’impresa.

Egli non è altro che un “pidocchio estetico” come tutti, un uomo il cui genio non può essere per nulla paragonato a quello di Napoleone, nonostante la figura napoleonica fosse l’exemplum. Se è vero che è nobile tutto ciò che risulta essere utile per l’umanità, non è meno vero che il delitto di Raskòlnikov non consiste per lui nell’aver violato la legge, nell’aver commesso un misfatto. No. Ferito nell’orgoglio, in preda a lacrime e tormenti, egli riconosce il suo atto mostruoso «solo nel non averne sopportato il peso ed essersi costituito».

Ciò nonostante ha saputo andare avanti, sopportando gli anni del carcere; anni di riflessione, di domande, «perché non si era ucciso? Perché dopo essersi sporto sul fiume aveva preferito costituirsi? Possibile ci fosse tanta forza in quel desiderio di vivere e fosse così difficile vincerlo?». E tutto questo, senza rendersi conto che quei pensieri celavano qualcosa di più profondo e radicale: un processo di rinascita.

© Antonietta Florio

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