Madeline Miller, La canzone di Achille

«Scoprii che Achille non era sempre così serio come sembrava. La sua compostezza imperturbabile nascondeva un altro volto, divertente e sfaccettato come una gemma che catturava la luce. Gli piaceva fare giochi che mettevano alla prova la sua abilità, afferrare cose al volo con gli occhi chiusi, tentare capriole impossibili sui letti e sulle sedie. Quando sorrideva, la pelle attorno ai suoi occhi si increspava come carta tenuta vicino a una fiamma. Achille stesso era come una fiamma. Splendeva, attirava lo sguardo di tutti. C’era qualcosa d’incantevole in lui, persino quando era appena sveglio, con i capelli scarmigliati e il volto ancora impastato di sonno. Da vicino, i suoi piedi avevano qualcosa di ultraterreno: le dita dalla forma perfetta, i tendini che guizzavano come corde di una lira. Aveva i talloni bianchi e induriti, perché andava dovunque a piedi nudi. Suo padre gli raccomandava di massaggiarli con oli che profumavano di sandalo e melograno.» (M. Miller, La canzone di Achille)

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Ingredienti: cultura, mitologia, sentimenti. Uniteli e otterrete La canzone di Achille di Madeline Miller. Un libro avvincente, una storia dolce e commovente, che regala uno svago spassionato e il racconto dell’Iliade in chiave romanzesca. Un’occasione di ripetizione sì, ma anche un momento per assaporare la genuinità dell’amore puro. Come scrive Maria Grazia Ciani, «un legame tra uomini spogliato da ogni morbosità e restituito alla naturalezza con cui i greci antichi riconobbero e accettarono l’omosessualità». Ma vediamolo più da vicino.

Gli eventi sono narrati in prima persona da Patroclo, che catapulta il lettore nel suo mondo, quello dell’adolescenza. Sembra quasi di udire veramente la sua voce, le sue parole sono come una calamita che tiene incollati alle pagine. Con lui si vive un forte senso di inferiorità, un drammatico sentimento di smarrimento e di disadattamento, che suo padre Menezio non farà altro che accentuare:

«Ben presto, mi rivelai una delusione: piccolo e sottile. Non ero veloce. Non ero forte. Non sapevo cantare. La cosa migliore che si poteva dire di me era che non ero cagionevole. […] Quando sentivo il suo sguardo [del padre] su di me, mi tremavano le mani.»

E poi:

«Mio padre sapeva già tutto quello che avrei potuto dire: che avevo soltanto nove anni, che non ero gradevole alla vista, che non ero promettente e non ero interessato.»

Il tutto coronato da una solitudine estrema nel momento in cui, esiliato, approderà sull’isola di Ftia, il cui principe è Achille, il “piè veloce”, figlio del re Peleo e della ninfa del mare Teti. Tra i due nasce un’amicizia forte e inossidabile, un legame indissolubile, che niente e nessuno potrà mai spezzare. Comincia a questo punto l’avventura di Patroclo e Achille, che non si esaurisce nel resoconto del rapimento di Elena, della guerra di Troia, della violenza, dei saccheggi e dei soprusi. Va ben oltre.

In effetti, la Miller si focalizza sui due personaggi, i quali occupano dall’inizio alla fine un posto di primo piano. Achille e Patroclo, un semidio e un mortale, compiono insieme il percorso di crescita presso Chirone, il centauro buono. L’uno dedito all’arte del combattimento, l’altro a giocare a dadi e a sognare senza preoccupazione alcuna come mai prima aveva potuto fare, a causa del genitore.

Ma su entrambi grava il peso di un destino che non ammette sconti, quel fato che Teti aveva già preannunciato ad Achille (“se vai a Troia e combatti morirai, ma il tuo nome sarà ricordato in eterno”) e successivamente anche al suo nuovo amico («Comunque ben presto sarai morto»).

Ciò nonostante, ogni giorno che passa l’amicizia diventa qualcosa di più profondo, trascorrere insieme ogni momento della giornata è una prerogativa a cui nessuno dei due intende rinunciare:

«Il cuore mi accelera, per una ragione a cui non so dare un mone. Mi ha guardato mille e mille volte, ma c’è qualcosa di diverso nel suo sguardo, adesso, un’intensità che non conosco.»

La permanenza presso Chirone termina quando Achille viene richiamato in patria da Peleo. Insieme faranno ritorno a Ftia e insieme partiranno per Troia, in pagine in cui Madeline Miller evoca la purezza e la nobiltà dell’amore. A dispetto di una dolcezza terminologica che ineluttabilmente si adotta nelle interlocuzioni con la persona amata, vi si contrappongono qui i fatti. Attraverso le azioni, i due dimostrano in ogni occasione di esserci l’uno per l’altro, l’uno come protettore dell’altro e viceversa.

Commovente è il momento in cui Achille apprende della morte di Patroclo e i giorni successivi sono un profluvio di lacrime, di una tristezza che affonda come una nave in mezzo alla tempesta. Esemplare è la scena in cui tenta di allontanare Briseide dal cadavere, sebbene la donna si sia avvicinata con il solo intento di ripulire dalle ferite e dal sangue un corpo ormai inerme.

Post mortem, è ancora Patroclo il narratore. È Patroclo a descrivere lo scontro con Ettore, la morte di questi e la vendetta di Achille che, legando la vittima al carro, sfila per le strade di Troia. È ancora lui a raccontare dell’incontro tra Achille e l’anziano re Priamo, che con il cuore in mano e distrutto dal dolore per la perdita del figlio, gli chiede la restituzione della salma.

Non solo amore e sentimenti, in gioco – come anticipato poc’anzi – vi sono anche il nome e la gloria. Tematiche che prevarranno soprattutto nella parte finale. Così esordisce Odisseo in un colloquio con la progenie di Achille, Neottolemo, soprannominato Pirro per via dei suoi capelli rossi:

«Ma la gloria è una strana cosa. Alcuni uomini la guadagnano dopo la morte, mentre altri sfumano nell’oblio. Ciò che viene ammirato in un’epoca, viene disprezzato in un’altra. […] Non possiamo dire chi sopravvivrà al fuoco della memoria. Chi lo sa?[…] Non possiamo saperlo. Siamo soltanto uomini, il breve bagliore di una torcia. Le generazioni future potranno celebrarci o svilirci come vorranno.»

Al Pirro violento e assetato di sangue, al Pirro che si oppone strenuamente nel mescolare le ceneri del padre con uno schiavo, nonostante il desiderio di Achille fosse proprio quello, fa da contraltare la dolcezza di Ulisse nel ricordo della sua amata moglie Penelope, prigioniera dei proci nella sua Itaca. E, una volta di più, è l’amore a trionfare.

«Nell’oscurità, due ombre si avvicinano attraverso il crepuscolo fitto e senza speranza. Le loro mani s’incontrano e la luce di riversa inondando ogni cosa, come cento urne d’oro che, aperte, fanno uscire il sole.»

Sentimentalmente avvincente la storia di amicizia prima e di amore poi di Achille e Patroclo, una storia che – per gli spiriti sognatori come me – induce a sognare e che mentre la si legge si ha come l’impressione di passeggiare spensierati e sorridenti tra le stelle del firmamento.

© Antonietta Florio

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