Verso l’Etica di Baruch Spinoza: il filosofo della ragione e della libertà.

«PROPOSIZIONE III

Un affetto, che è una passione, cessa di essere passione non appena ce ne formiamo un’idea chiara e distinta.

Dimostrazione

Un affetto, che è una passione, è un’idea confusa. Se quindi ci formiamo di tale affetto un’idea chiara e distinta, quest’idea non si distinguerà dall’affetto stesso, in quanto si riferisce alla sola Mente, se non per la ragione; e perciò l’affetto cesserà di essere una passione.

Corollario

Un affetto quindi è tanto più in nostro potere, e la Mente tanto meno è passiva, quanto più ci è noto.» (B. Spinoza, Etica)

Baruch Spinoza nasce ad Amsterdam nel 1632. Studia alla scuola portoghese della città imparando l’ebraico e il latino, studiando il Vecchio Testamento e alcuni classici (Terenzio, Cicerone, Seneca, Aristotele, Epicuro, Epitteto). Degni di nota sono i passi compiuti entro l‘orizzonte metodologico cartesiano, che aveva lasciato irrisolto il rapporto corpo-mente e che, strada facendo, acuisce i problemi metafisici concernenti il rapporto tra Dio, la natura e l’uomo.

Detta triade rappresenta il fil rouge del filosofare spinoziano, che cerca tuttavia di emendarla per costruire un sistema monistico e immanentistico, laddove cioè la sostanza è una sola e tale sostanza è Dio, il cui equivalente è la natura. È forse questo il motivo per il quale si tende a considerare Spinoza il filosofo della ragione e della libertà, ma anche colui che fa della conoscenza la fonte della felicità: «Non ridere, neque lugere, neque detestari, sed intelligere» («Non deridere, non compiangere né condannare, ma comprendere»). Detto più semplicemente, dalla conoscenza derivano felicità e libertà.

La «sostanza» spinoziana

Sostanza è il concetto terminologico attorno al quale ruota il pensiero di Spinoza. Egli definisce la sostanza, appunto, come causa sui e per se concepitur, ossia come ciò che esiste per se stessa, è causa di se stessa e non necessità di concetti ulteriori per poter essere spiegata e giustificata. Inoltre, giacché tale sostanza è increata (altrimenti non potrebbe essere causa di sé), infinita (poiché unica e indivisibile) ed eterna (per non essere costretti ad ammetterne la finitudine temporale), essa altri non è che Dio. Indi, essa rappresenta la totalità.

Importante è sottolineare che il Dio di Spinoza differisce da:

  1. tradizione ebraico-cristiana: Dio non agisce in vista di un fine esterno a lui stesso, ma è autoproduzione, eterna e necessaria;
  2. l’Uno plotiniano, in quanto è immanente al mondo;
  3. dal naturalismo della filosofia rinascimentale.

Che Dio non abbia, né possa avere un fine è spiegato abbastanza lucidamente da Bento (o Baruch, in ebraico) in termini di pregiudizio e superstizione:

«se si ammette che Dio agisce secondo un fine, si snatura profondamente la natura divina, poiché si cade nel paradosso che la sostanza autosufficiente, eterna e perfetta desideri qualcosa di cui è priva.»

In effetti, arguisce il filosofo, il fatto che la natura e il mondo, e per ciò stesso l’uomo sono stati creati affinché Dio li adorasse è il frutto dell’imaginatio delle masse popolari. Queste, in siffatto modo, palesano la loro ignoranza dinanzi alle cause dei fenomeni naturali, che si verificano non per un qualche miracolo, bensì in conformità con le leggi e le regole dell’ordine necessario.

A questo punto, Spinoza tripartisce il processo conoscitivo che permette di giungere alla veritas. Il primo livello è costituito dalla percezione sensibile o immaginazione, che fa sì che l’uomo non capti adeguatamente le cose del mondo. La quale operazione è successivamente dalla scienza, con la formulazione delle leggi naturali. Infine, il livello più alto della conoscenza è quello che Spinoza definisce amor dei intellectualis, grazie al quale l’uomo può intuire la suprema verità del mondo.

I principali attributi della sostanza divina sono l’estensione e il pensiero, che si manifestano al nostro intelletto secondo modi concreti: a. come corpi (concretizzazione dell’estensione); b. come menti e idee (concretizzazioni del pensiero).

Il conatus, ovvero lo sforzo di autoconservazione

Se fino ad allora i filosofi avevano considerato il modo di vivere degli uomini come fenomeni che sono al di fuori della natura, con Spinoza tale pensiero viene superato. Egli, infatti, analizza l’uomo e le sue passioni da un punto di vista oggettivo, con «geometrica precisione» e ne conclude che l’essere umano è un ente naturale tendente alla conservazione del proprio essere e al perseguimento del proprio benessere.

Tuttavia, asserisce il filosofo, in natura non esistono il bene e il male, positività e negatività, poiché «una cosa è buona soltanto perché noi la vogliamo, la cerchiamo, l’appetiamo, in una parola, la giudichiamo desiderabile». Pertanto, una volta di più, è la ragione che si configura come lo strumento più prezioso che l’uomo possiede, dal momento che è grazie ad essa che si può comprendere cos’è veramente bene e utile.

La razionalità è assurta, quindi, a modello di vita, giacché essa regola tanto le azioni, quanto le passioni e i sentimenti. Ma, a differenze delle azioni, le passioni possono essere cattive quando non sono guidate e illuminate dalla ratio. Le passioni positive sono la gioia e la letizia che incrementano la vitalità dell’uomo; le passioni negative sono la tristezza, il disprezzo, la commiserazione, che diminuiscono od ostacolano la potenza di agire del corpo.

È chiaro che l’uomo agisce esclusivamente in vista del proprio utile. In tal senso, nota Spinoza, nessun individuo, fino a quando sarà condizionato dalla natura del proprio essere, non potrà essere veramente libero. L’antidoto, per così dire, non consiste nel reprimere i propri desideri, ma nel bilanciarli, nel coordinarli mediante l’utilizzo del raziocinio, se è vero che lo scopo ultimo dell’uomo savio è la soddisfazione e il perfezionamento di sé.

In ciò consiste la virtù (l’aréte). Dunque, le passioni si definiscono negative nella misura in cui sono esagitate da idee inadeguate, oscure e che hanno ripercussioni sulla salute della Mente. Così scrive Spinoza in un passo dell’Etica:

«Ognuno ha la possibilità di comprendere sé e i propri affetti se non assolutamente, almeno in parte, in modo chiaro e distinto, e quindi far sì che di esservi meno soggetto. Bisogna dunque soprattutto adoperarsi di conoscere, per quanto è possibile, ogni affetto in modo chiaro e distinto, affinché la Mente sia determinata dall’affetto a pensare quelle cose che essa percepisce in modo chiaro e distinto, e nella quale essa trova piena soddisfazione.»

© Antonietta Florio

Una risposta a "Verso l’Etica di Baruch Spinoza: il filosofo della ragione e della libertà."

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...