Pierre Klossowski, Nietzsche, il politeismo e la parodia

«Nietzsche è in balìa di una rivelazione inesplicabile dell’esistenza che non può esprimersi se non attraverso il canto e l’immagine. Dentro di lui è in corso una lotta fra il poeta e l’uomo di scienza, fra il visionario e il moralista, che cercano di screditarsi a vicenda. Questa lotta è suscitata dal senso di responsabilità morale nei confronti dei contemporanei; le diverse tendenze, le diverse inclinazioni che si contendono la coscienza di Nietzsche dureranno finché non si produrrà un fatto d’importanza capitale: Nietzsche si esteriorizza in un personaggio, una vera e propria dramatis persona: Zarathustra – personaggio che non è soltanto il risultato di uno sdoppiamento fittizio, ma è anche, in qualche modo, una sfida che il Nietzsche visionario lancia al Nietzsche accademico e uomo di lettere.» (P. Klossowski, Nietzsche, il politeismo e la parodia)

Il mito dell’eterno ritorno, il concetto della volontà di potenza, “Dio è morto”, sono alcuni degli argomenti per i quali Friedrich Nietzsche è noto. Argomenti che tuttavia – come osserva chiaramente lo scrittore e pittore francese Pierre Klossowski in Nietzsche, il politeismo e la parodia – contengono in essi altre tematiche, fra loro interdipendenti e, per ciò stesso, inscindibili.

Klossowski si richiama ripetutamente alla Gaia Scienza, pur appellandosi anche ad altri scritti del filosofo, la cui operazione esegetica risulta talvolta complicata e contraddittoria. Sin da subito, l’autore passa in rassegna il concetto di modernità nel modo in cui Nietzsche lo intende e che non ha nulla ha che vedere con il cosmopolitismo, bensì è inteso nel senso di una nuova possibilità di vivere. Anzi, «la conquista di una nuova possibilità di vivere».

La detta conquista s’intreccia con i conflitti sociali dei tempi moderni che hanno come unico, drammatico esito, la decadenza dei valori, il nihilismus, ragion per cui agli occhi di Nietzsche, il mondo moderno appare come «un intermezzo di tenebre». Una sorta di codice criptico, la cui decodificazione condurrà alla salvezza o, seguendo il pensiero degli umanisti, alla veritas. Questo salto temporale dal passato al sole dell’avvenire si regge sulla triade dell’istante, dell’oblio e del volere, che è l’origo del sapere e che, quindi, giunge a una gaya scienza

«che coincide con un recupero del passato, ma la cui gioia è quella della riscoperta non già di un passato storico propriamente detto, ma di un passato non storico dell’avvenire nel passato, del presente nell’eterno.»

Passato e presente si compenetrano e non possono emendarsi, giacché è impossibile vivere senza oblio e il presente si costruisce inevitabilmente sulle ceneri di ciò che è stato. Onde ne deriva che la storia si costruisce tramite atti di oblio e volontà creatrice.

In ciò s’inscrive l’eterno ritorno e l’esistenza condotta a un tempo nella storia e al di fuori di essa. Ciò che è stato una volta, potrebbe ripresentarsi ancora, e ancora. In tal senso il passato e il presente sono «la stessa e identica cosa», detentori di un valore e di un significato eternamente costanti, immutati.

Klossowski insiste sull’oblio nietzschano, in quanto proprio perchè l’io dimentica, esso vive la stessa vita innumerevoli volte, nello stesso identico modo e secondo le medesime modalità. E dell’eternità di questo modus vivendi non solo non ne avrà ricordo, ma non ricorderà neppure di averlo voluto:

«io non posso essere me stesso se non volendo liberamente la mia vita necessariamente rivissuta.»

Volere. Ma volere cosa? si chiede l’autore francese. Volere se stessi, nel quale trova legittimamente posto l’amor fati e la missione di Zarathustra consisterà nel conferire un senso nuovo a un mondo che dovrà essere nuovamente creato. A svolgere un ruolo cruciale, secondo Nietzsche, sono gli uomini contemplativi, i filosofi appunto, che spianano il cammino ai cosiddetti uomini d’azione, poiché questi, senza quelli, non potrebbero apporre un solo mattone nella costruzione di un fabbricato.

Tale pensiero acquista maggior forza se si considera che il filosofo dell’eterno ritorno – insignito della responsabilità morale nei confronti dei contemporanei di insegnare “l’ininsegnabile” – sostiene che la conoscenza trae la sua propria forza non nel baluginio della verità, bensì nella sua condizione inveterata, nel suo essere ormai profondamente radicata nella coscienza. La veritas rappresenta il massimo scopo che il pensiero cosciente (o gregario) debba prefiggersi di raggiungere, giacché è proprio questa aspirazione a costituire la ragione d’essere di detto pensiero.

Nella diatriba tra coscienza e pathos, e in definitiva fra impulsi la cui antitesi è ineliminabile, l’io vi si trova in mezzo credendo di avere libertà scelta, ma essendo in realtà costretto recitare una parte,

«poiché non siamo ciò che siamo; quindi a recitare la parte di ciò che siamo fuori di noi. Non si è mai dove si è, ma sempre là dove si è soltanto l’attore di quell’altro che si è.»

Allora, la domanda già posta del “volere che cosa?” si arricchisce di una risposta ulteriore, ovvero “il non voler altro che un ruolo”. E se la recitazione è l’esistenza stessa, se l’esistenza non è altro che l’eterno ritorno dell’identico di tutte le cose, di conseguenza vivere significa dovunque, nell’hic et nunc, fare dei sacrifici.

© Antonietta Florio

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