Paolo Pagani, I luoghi del pensiero. Dove sono nate le idee che hanno cambiato il mondo

«Dove hanno speso le loro esistenze e come, cosa ci hanno detto, dove giacciono, perché ricordarli. Questi i quattro principali motivi di un itinerario geografico e mentale assieme. Chiamiamola ricognizione storica, topografica e passionale. Non ho scritto un saggio accademico per specialisti, tantomeno originali esegesi filosofiche. Spicca semmai […]: l’eresia intellettuale, la rottura con il passato, la discontinuità con la tradizione, la frattura, la ricchezza intrinseca a ogni sguardo critico, a ogni messa in discussione di dogmi o regole prestabilite è l’eredità che ciascuno di loro ci ha lasciato.» (P. Pagani, I luoghi del pensiero. Dove sono nate le idee che hanno cambiato il mondo)

«Cartografia intellettuale d’Europa». È questa l’espressione che Paolo Pagani usa per definire il suo saggio I luoghi del pensiero. Dove sono nate le idee che hanno cambiato il mondo. Difatti, man mano che si scorrono le pagine si ha l’impressione di essere fisicamente presente nei vari posti in cui l’autore si trova, per spiegarci come l’ambiente geografico ha condizionato allora il pensiero dei più grandi filosofi, maestri dell’umanità, e come oggi quello stesso ambiente ne porta ancora le tracce.

Le prime righe dell’Introduzione così recitano:

«I luoghi del pensiero non è un libro di filosofia, ma parla soprattutto di filosofi. E, molto, delle loro vite. Dei luoghi che hanno abitato.»

Il viaggio di Pagani ricopre un arco temporale che va dal Seicento al Novecento, da Spinoza e Cartesio, Da Newton a Einstein, a Thomas Mann, l’autore di Der Zauberberg (La montagna incantata), con il quale il volume si chiude. Dall’Olanda alla Germania, alla Francia, agli Stati Uniti d’America, il viaggio filosofico-intellettuale e geografico di Pagani è – come si diceva – una scoperta continua, coronata da un profluvio di citazioni.

Oltre al conatus spinoziano, superando il dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa, sebbene proprio in Descartes, Hegel riconosce l’inizio del “pensare e del filosofare della cultura moderna”, è emozionante il capitolo in cui l’autore ci parla e descrive di Martin Heidegger e Hannah Arendt, la filosofa ebrea, autrice de La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme.

Non si tratta tanto della speculazione filosofica dei due sopracitati pensatori, sebbene le loro argomentazioni non possono restare in sordina. Se Heidegger segna una frattura con il passato, in quanto l’avvento della tecne spazza via l’essere a tutto vantaggio dell’essente («L’essere è minacciato dall’essente»), la Arendt indaga la natura e le origini del totalitarismo, da una prospettiva sia etica che filosofica e politica, nel medesimo volume Le origini del totalitarismo, un’opera di capitale importanza anche (e forse soprattutto) oggi.

E ancora, se Heidegger ricerca la solitudine perché i filosofi possono cogliere il senso vero delle cose soltanto squarciando il velo di Maya e non analizza l’uomo a partire dal “che cos’è?”, ma dal “chi è?” (da qui il Dasein, l’esserci), la Arendt costruisce e viene perfezionando il suo pensiero su quello heideggeriano. «Come vasi comunicanti» scrive Paolo Pagani. L’uno trae beneficio intellettuale dall’altra.

Eppure – come si accennava poc’anzi – ciò che ne vivacizza la lettura, che a tratti sembra una sorta di romanzo sentimentale, è la narrazione della storia d’amore tra i due, travagliata e impossibile e proprio per questo infinita. Anni dopo, Hannah Arendt scriverà: «Il re nascosto che regnava nel reame del pensiero». Già, perché come asserisce Platone nella Repubblica: «Tutto ciò che è grande sta nella tempesta.»

Ma torniamo ai protagonisti del saggio: i luoghi. Là dove Pagani si concentra su Wittgenstein, impegnato per tutta la vita nella riflessione sul linguaggio e sulla logica come strumenti di interpretazione della realtà e del mondo, afferma che

«La casa è sempre autobiografia, segno del tempo anche quando è luogo disertato, lasciato. Dà voce a un mondo, anche quando diventa muto, quando è stato un fugace fondale provvisorio. È sinonimo di patria perché le case sono spugne che assorbono i gesti di chi le abita. Ogni casa produce memoria, qualcosa di immateriale eppure concreto, esperito. È luogo iniziatico, è sintesi come nient’altro. Dove vivi ogni giorno, quello è ciò di cui vivi.»

Vi è, dunque, un’intimissima connessione tra l’abitare e il pensare, una coincidenza tra il luogo geografico e la praxis filosofica. Una volta di più, è Heidegger ad affermare che il lavoro del pensiero, «l’ora alta della filosofia» è guidata e sostenuta dalla purezza della natura.

Questo saggio, in definitiva, è molto di più che una lettura. Complice uno stile asciutto, composto di frasi pressoché brevi, ma incisive, è un continuo spostamento da un luogo all’altro, un trasbordare frenetico e vivace in alcune delle città d’Europa che hanno ospitato alcune delle menti più brillanti che hanno segnato la storia della filosofia, della scienza, del modo di pensare (del)la cultura moderna.

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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