Domenico Ippolito, L’ultima primavera del secolo

«Non ci posso credere che mi abbia sparato davvero: mi viene quasi da ridere, è assurdo che l’abbia fatto.
Mai avrei immaginato che a quindici anni potessi finire giustiziato in mezzo alla campagna. Inspiro, cercando di riprendermi, e un tanfo di carne bruciata mi riempie le narici. Sono ancora vivo. […] Urlo il suo nome, maledico la guerra e tutti gli uomini.» (D. Ippolito, L’ultima primavera del secolo)

Puglia, 1998-1999. Alla guerra in Kosovo fa eco il conflitto interiore di Fabio Beltracci, protagonista del romanzo d’esordio di Domenico Ippolito, L’ultima primavera del secolo. Mentre l’aeroporto di Gioia del Colle si prepara militarmente, divenendo il centro propulsore dell’operazione militare “Allied Force”: l’attacco aereo della NATO ai danni della Serbia di Milosevic, l’adolescente Fabio comincia a prendere coscienza della labilità dei confini fra bene e male.

Comincia, insomma, ad addentrarsi in un mondo fino ad allora estraneo, in quella terra straniera che richiede l’assunzione di responsabilità, il saper accettare le conseguenze delle proprie decisioni e delle proprie azioni. È l’inizio del suo processo di crescita.

Una strada che si presenta sin da subito complicata. Basti pensare, ad esempio, al dissidio tra il desiderio di Fabio di frequentare il liceo scientifico e l’insistenza dei genitori affinché frequenti il ragioneria. Due volontà incompatibili, due atteggiamenti apparentemente inconciliabili e nel mezzo una ragazza: Martina Abruzzese. Grazie a lei e ai suoi consigli, i genitori di lui si arrendono e Fabio riesce a spuntarla.

Ma questo è solo il primo pezzo del puzzle, un piccolo, innocente tassello a cui se ne aggiungeranno degli altri, molto più grandi e più dolorosi. Tasselli destinati a lasciare cicatrici sulla sua pelle e su quella dei suoi amici.

Già, l’amicizia. Il rapporto con Alessio rappresenta da un lato un banco di prova, dall’altro, però, mette in gioco la sua capacità di discernimento: è un vero amico o è solo convenienza? La risposta non tarda ad arrivare, giacché nei numerosi momenti di riflessione, Fabio si rende perfettamente conto della realtà delle cose.

Dice in proposito:

«[…] la mia amicizia con Alessio era nata dalla condivisione del senso di angoscia e di spaesamento con cui ci eravamo guardati intorno il primo giorno della scuola elementare […]. Avevamo entrambi intuito che per sopravvivere a quell’età in un paese come Acquaviva, c’era bisogno di qualcuno che occupasse lo spazio accanto a te e non ti lasciasse mai solo.»

Ben lungi dall’essere un’autentica liason d’amitié, essendo, anzi, l’opposto dell’amicizia esaltata da Aristotele, e quasi confermando l’asserzione di Montaigne, secondo la quale «la necessità mette insieme gli uomini e li riunisce», ad Alessio rimbomba fin dentro le vene una tremenda, drammatica presa di coscienza, altresì carica di risentimento:

«Solo una cosa mi faceva incazzare: a lui non interessava la gioia, o persino l’incoscienza, di condividere con me un’esperienza del genere. No, per lui l’amicizia era una specie di copertura, qualcosa per pararsi il culo, l’alibi da tirar fuori quando la piazza scottava.»

Questi momenti di lucidità sono inversamente proporzionali ad altri momenti di vero e proprio smarrimento, di uno spaesamento, una sorta di decentramento da sé a cui Fabio non riesce a sottrarsi.

Le fatidiche “cattive strade” hanno il nome di Beppe, un giovane spacciatore, e di Sante Mercedes, un ex carabiniere, che se alla prima apparizione sembra un personaggio bonario, nel corso della narrazione la sua personalità si colorerà di noir.

Enigmatico e violento, torbido e insidioso, con la pistola sempre a portata di mano, Sante imporrà sulla malcapitata combriccola la sua propria autorità.

Pagine ed atmosfere emotivamente fosche vengono rischiarate dalle ore scolastiche, soprattutto quelle con la professoressa di lettere Carlucci, la “fata buona”. Non solo informa i ragazzi di ciò che sta accadendo, ma li porta a conoscenza di un mondo che fino ad allora era per loro inesistente, come quando si crede che certe cose non possano accadere nella propria realtà e poi, invece, accadono.

E così, Fabio scisso interiormente tra l’amore per Martina e la gelosia nei confronti di Alessio, si lascerà trascinare – come del resto spesso accade agli adolescenti – nel vortice della degradazione, pur non soccombendo del tutto. Degradazione, a questo punto, può essere esibita come parola-chiave de L’ultima primavera del secolo.

In effetti, la descrizione della spazzatura che costeggia il tratto di strada che Fabio compie in auto con il trio rivela la decadenza morale, lascia trasparire un mondo in cui il progresso della civilizzazione è, in realtà, un regresso. Nietzsche, assistendo a un tale scadimento morale, direbbe – anzi confermerebbe – che davvero “Dio è morto”.

Insomma, nel momento stesso in cui la guerra provoca una strage e insanguina le popolazioni, nel momento stesso in cui Fabio – leggendo i quotidiani locali – si chiede se la guerra sia giusta, affronta la sua guerre, non meno violenta, seppure con altri mezzi, altri ingredienti.

E quando volge finalmente al termine, un senso di pace pervade la sua anima, la quiete dopo la tempesta lenisce le ferite e tranquillizza anche l’universo emotivo del lettore, il quale nel frattempo è diventato parte integrante della storia:

«Leggevo, assaporavo il silenzio e poi tornavo in sella alla bici tra gli uliveti e i campi arati. In quei momenti in campagna, da solo, dimenticavo la frase di Santayana [Solo i morti
hanno visto la fine della guerra. È proprio così. La guerra è finita, noi che siamo ancora vivi, non lo possiamo dire.] e pensavo che la guerra fosse veramente finita. No, non era un’illusione, la guerra era finita davvero. Era bello, ma non così bello come se non fosse mai cominciata.»

Raccontato in prima persona, il romanzo è un profluvio di emozioni e sentimenti. Complice altresì una sintassi scorrevole e semplice, e uno stile frenetico e veloce come il treno che prosegue a tutta velocità sui binari e gli aerei che decollano e atterrano incessantemente, Domenico Ippolito evidenzia le fragilità di un paese, la Puglia appunto, le difficoltà dell’esistenza in un periodo storico altrettanto complicato e che va a discapito, quasi ineludibilmente, dei più deboli.

Non solo dei migranti, non solamente il giro di prostituzione, le sopraffazioni sessuali e sentimentali e gli egoismi, bensì anche a discapito degli adolescenti come Fabio, come Alessio o come Martina, costretti a crescere in un mondo malsano.

Anche se, in realtà, non è il mondo in quanto tale ad essere cattivo e/o a celare insidie; sono le persone che vi abitano a renderlo tale. Del resto, persino Cicerone nel trattato morale De Officiis ha ammonito in tal senso: poiché la regola delle azioni umane deriva dalla natura individuale, qualsivoglia tipologia di azione finisce con l’intaccare la natura comune.

© Antonietta Florio

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