Jean-Jacques Rousseau, Le passeggiate del sognatore solitario

«Sono sulla terra come su un pianeta straniero dove sarei precipitato da quello in cui abitavo. Se intorno a me riconosco qualcosa, sono soltanto oggetti di dolore che mi feriscono il cuore; […] Consacro i miei ultimi giorni allo studio di me stesso, e a preparare in anticipo quel conto che di me non tarderò a rendere. Abbandoniamoci dunque per intero alla dolcezza di conversare con l’anima, perché essa è l’unica cosa che gli uomini non mi potranno mai togliere.» (J.-J. Rousseau, Le passeggiate del sognatore solitario)

«Osservare e studiare gli uomini significa innanzitutto osservare e studiare se stessi». Esordisce così Beppe Saleste nell’Introduzione a quest’edizione de Le passeggiate del sognatore solitario (Rêveries du promeneur solitaire) di Jean-Jacques Rousseau. Protagonista e destinatario coincidono nella persona dell’autore stesso («scrivo queste meditazioni solo per me stesso»).

Redatto poco prima di morire, e ormai congedatosi dalla società dei letterati, Rousseau affida a queste pagine, quasi fossero una sorta di diario intimo e personale (sebbene non sia un diario), i suoi pensieri più profondi e autentici, intrisi di angoscia, amertume e disperazione.

Nell’epoca pre-romantica, l’etnologo Rousseau (come viene definito dall’antropologi Claude Lévy-Strauss) conversa con la sua anima, facendo della sua propria soggettività il centro propulsore di una serie di tematiche che spaziano dalla politica alla democrazia, dalla natura al cuore. Quest’ultimo termine, “cuore”, viene citato pedissequamente dall’autore. Il suo cuore ferito dalla malvagità e dalla falsità degli uomini in un mondo ormai alla deriva, in cui arrampicatori sociali, finti perbenisti, ipocriti si stagliano nel panorama socio-letterario.

Ma Rousseau, in un certo senso, si sente superiore alla massa. Superiore perché abbandona la sua vita, sradica il concetto di realtà, per rifugiarsi in una dimora utopica: quella delle meditazioni, dei trasognamenti (rêveries, appunto).

«Dopo il disprezzo che mi hanno ispirato, la loro compagnia mi risulterebbe insulsa, gravosa perfino, e sono cento volte più felice nella mia solitudine di quanto potrei esserlo vivendo insieme a loro. Mi hanno estirpato dal cuore tutte le dolcezze della socialità: alla mia età non potrebbero germogliare di nuovo. È troppo tardi. Che mi facciano del bene o del male, tutto da parte loro mi è ormai indifferente e, qualunque cosa facciano, i miei contemporanei per me non sono più niente.»

Sono quindi pagine di una psicologia individuale e tanto solitaria, quanto più l’atto del sognare a occhi aperti rappresenta un processo catartico. Il libero e illimitato vagare della mente è corroborato dall’ebbrezza della scrittura, laddove sia l’una che l’altra consentono di abbandonare il perenne status di sofferenza, raggiungendo un’impassibilità assimilabile a quella divina:

«Non mi si può fare più né bene né male. Non ho più nulla da sperare né da temere in questo mondo, ed eccomi dunque tranquillo nel fondo dell’abisso, povero disgraziato mortale, ma impassibile come Dio stesso.»

Pensare e scrivere sono due facce della stessa medaglia: in entrambi i casi si tratta di passeggiare, di vagabondare con la mens e con il corpus (trasognare significa, infatti, “andar vagando con la mente, come fa colui che sogna”). In entrambi i casi è il metodo per auto-esiliarsi dal mondo, per astenersi dal costruire o proseguire nuove relazioni con gli altri, per evitare di diventare come i suoi simili.

Rousseau non può applicare la legge del taglione, il suo essere così candido, puro, vero non sopporterebbe di omologarsi alla perfidia generale, «perderei la stima di me stesso, senza guadagnare nulla al suo posto». Così scrive nell’incipit della Prima passeggiata:

«Eccomi dunque solo sulla terra, senza più fratelli né prossimi, né amici, né altra società che me stesso. Il più socievole e amante degli umani, ne è stato proscritto per unanime accordo. […] Strappato via chissà come dall’ordine delle cose, mi sono visto precipitare in un incomprensibile caos dove non riesco più a scorgere nulla; e quanto più penso alla mia attuale situazione, meno riesco a capire dove sono.»

Straniero nel suo mondo, solo in mezzo ai tanti, Rousseau sembra quasi raggiungere l’ataraxia epicurea nella dolcezza della sua anima. Man mano che si procede nella lettura, in effetti, le parole che sgorgano dalla penna hanno sì un carattere mesto, ma al contempo sprigionano la mellifluità tipica di chi ha bisogno d’amore, di sincerità e non riesce a trovarla se non nel raccoglimento interiore:

«Se si deve esser giusti verso gli altri, si deve esser veri con se stessi – omaggio che l’uomo onesto rende alla propria dignità.»

Questa solitudine implica un ritorno a se stesso, alla sua vera natura, la stessa che non ha ancora conosciuto fino in fondo. Richiamando al verso di Solone «Divento vecchio imparando sempre», all’inizio della Terza passeggiata, il solitario Rousseau riconosce la miseria hominis, ma sente che sta morendo senza aver vissuto e si chiede: «C’è ancora tempo, quando si deve morire, per imparare come si sarebbe dovuto vivere?». La risposta è formulata in questi termini:

«La triste verità che il tempo e la ragione mi hanno svelato, facendomi sentire la mia infelicità, mi ha mostrato che essa è senza rimedio, e che potevo solo rassegnarmici. Così tutte le esperienze che devo alla mia età sono nel mio stato prive di utilità per il presente, e senza profitto per l’avvenire.»

Al conflitto anima-corpo segue la riflessione sul dualismo materialità-spiritualità, realtà-immaginazione, ratio-percezione sensibile, verità-menzogna, dovere-volontà, laddove il fine dell’esistenza risiede nel dare sfogo alle proprie inclinazioni, nell’impegnarsi in ciò in cui si crede, procedendo – come asserisce Goethe – “senza fretta, ma senza sosta”.

«Compresi che, per fare del bene con gioia, occorre agire liberamente e senza costrizioni, e che a far svanire la bellezza di una buona azione mi è sufficiente che essa diventi un dovere.»

Onde ne deriva che “la libertà dell’uomo non consiste nel fare ciò che vuole, bensì nel non fare mai ciò che non vuole”. L’autore dell’Émile sa quali sono i valori che devono essere preservati, è consapevole che l’anima, nel momento in cui abbandona il carcere del corpo entro il quale è racchiusa, non conserverà nulla dei beni materiali e, per ciò stesso, perentori ed effimeri.

Per questo motivo, le ultime actiones che Rousseau compirà sul palcoscenico della vita svelano la vacuità delle conoscenze dei falsi sapienti, sottolineando di conseguenza che il vero arricchimento cui ognuno deve aspirare concerne la morale. Egli, infatti, potrà dirsi

«felice se, coi progressi compiuti su me stesso, imparerò a uscire dalla vita non dico migliore, che non è possibile, ma più virtuoso di come vi sono entrato.»

Dalla Quinta passeggiata in poi il contatto con la natura si fa più intenso. L’isola di Saint-Pierre, in mezzo al lago di Bienne, è il locus della gioia, emblema di un mondo in cui tutto sembra possibile e il tempo sembra fermarsi. Solo questa unione con la natura rende l’esistenza dolce e amabile, consente di “rifuggire i mali di quaggiù” (Plotino) e di migliorare, in definitiva, l’essere umano.

Ma qui, Rousseau non nasconde la propria amarezza. I tempi cambiano, gli uomini cambiano con essi (Sesta passeggiata) e l’inevitabile accade: «Forse, senza che me ne accorgessi, anch’io sono cambiato più di quanto avrei dovuto».

Dunque, le Reveries du promeneur solitaire abbondano di sensazioni soggettive, ma possono altresì essere interpretate come un’invettiva sociale, quella société da cui Jean-Jacques Rousseau prende le distanze. Ma non basta l’eremitaggio, non basta ritirarsi in un posto lontano dal mondo, non è sufficiente allontanarsi da tutti e sparire, magari fingendo che i “leoni” non esistano. Il confinamento volontario necessita di un un ulteriore ingrediente: la meditazione.

È meditando che ci si dimentica di se stessi e ci si fonde interamente con la natura, entro la quale il cuore trova appagamento e serenità. È tra le braccia di madre natura che

«cercai di sottrarmi ai colpi dei suoi figli, divenni solitario, o, come dicono loro, misantropo e scontroso, perché la più selvaggia solitudine mi sembra preferibile alla società dei malvagi, che si nutre solo di odio e tradimenti.»

Dunque, è nella solitude che Rousseau (ri)trova se stesso, è nel suo appoggiarsi e aggrapparsi unicamente a se stesso che egli trova la forza; al di fuori «sono un giocattolo in balìa di chiunque mi circondi». È nel raccoglimento che egli è in grado di amare e, per citare Italo Calvino, «solo essendo così spietatamente se stesso come fu fino alla morte, poteva dare qualcosa a tutti gli uomini».

Le passeggiate del sognatore solitario da un lato distinguono l’esercizio del pensare dalla riflessione, dall’altro, però, fondono e confondono meditazione e trasognamento, a riprova del fatto che – come scrive Saleste – “Rousseau non scrive il mondo, ma si lascia scrivere da esso” :

«sognare mi distende e mi dà gioia, riflettere mi stanca e mi dà tristezza. Pensare è stato sempre per me un’attività penosa e priva di grazia. Talvolta i miei trasognamenti finiscono con una meditazione; più spesso però sono le mie meditazioni a finire in un trasognamento, e durante questo naufragare la mia anima erra e plana nell’universo, con le ali dell’immaginazione, in estasi che superano ogni altro godimento.»

© Antonietta Florio

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2 commenti

  1. […] Essa rappresenta piuttosto il dato inconfutabile da cui partire, talvolta distanziandosene e talvolta accettandone l’omologazione, perché se è vero che in un modo o nell’altro tutti siamo chiamati a scegliere, è altrettanto vero che prima o poi si deve scegliere se farne parte oppure restare al margine, se incatenarsi ad essa, e dunque accettare l’etichetta, oppure trascenderla, e con fare rousseauiano, passeggiare come sognatori solitari: […]

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