Giuseppe Grasso, La scrittura come meditazione filosofica. Tre letture di Proust

«Le impressioni e le reminiscenze costituiscono un insieme di «istanti privilegiati». Ritrovare il tempo che il Narratore ha perduto significa riesumare quella suite di istanti numerosi sottratti alla durata attraverso un apprendimento che lo porta dall’episodio della madeleine agli sguardi dentro l’infanzia suscitati dal libro François le Champi. Gli uomini, lascia intendere Proust, sono dei «nani» secondo l’ordine dello spazio ma dei «giganti» secondo l’ordine del tempo.» (G. Grasso, La scrittura come meditazione filosofica. Tre letture di Proust)

L’intento di Giuseppe Grasso ne La scrittura come meditazione filosofica. Tre letture di Proust è di sondare, spiegare e così rivelare l’intensità emotiva che permea la maggior opera proustiana, À la recherche du temps perdu. Tempo, scrittura e filosofia sono, dunque, i tre concetti chiave, i punti dai quali partire, per seguire l’analisi critica che l’autore effettua nel saggio in questione e per rispondere al quesito di fondo: «Proust romanziere o filosofo?».

Grasso prende in considerazione tre «esperienze significative di recupero memoriale», corrispondenti a tre episodi della Recherche, così come triplici sono le esperienze che Marcel Proust intercala nell’opera: esperienza di pensiero, esperienza di vita ed esperienza di creazione. Dette categorie esperienziali costituiscono e costruiscono un percorso conoscitivo volto alla ricerca della veritas, un percorso graduale che presuppone l’analisi e la comprensione dell’io, dell’inconscio e del dimenticato/represso. In proposito, Sergio Moravia afferma:

«La Recherche è essenzialmente l’analisi […] dei modi secondo i quali è dato di vedere un regno ch’è di solito invisibile. Tale regno è situato nel passato «profondo», nel passato inconscio dell’uomo.»

Qui, al lettore, potrebbe già accendersi la fatidica lampadina, emanante un flebile riverbero, e considerare la suddetta triade come risposta, ma l’approccio ermeneutico di Giuseppe Grasso si spinge oltre, prosegue e si addentra nel territorio filosofico di Bergson, di Derrida, di Deleuze, Sartre, e artistico di Ruskin, Rembrandt e Vermeer (solo per citarne alcuni).

L’impresa, dunque, è tanto più ardita se si pensa che “il romanzo, per Proust, deve rivaleggiare con la filosofia, ma, al contempo, la creazione letteraria deve sintonizzarsi con la posizione filosofica e l’arte acquista un valore gnoseologico”. È ciò che Anne Simon afferma nell’articolo La filosofia contemporanea, memoria di Proust?, tradotto dall’autore stesso e posto a corredo del volume:

«c’è in questo scrittore [Proust], un modo propriamente romanzesco, propriamente narrativo, e direi anche un modo stilistico, di filosofare. Questo gioco tra i generi – genere del saggio, genere del romanzo – non poteva non interessare i pensatori del dopoguerra, i quali esaminano tutti i problemi che egli solleva vuoi per distaccarsene, non senza sfumature e amore per la prosa narrativa, vuoi invece per confrontarvisi e integrarlo nella propria maniera di produrre il pensiero in atto.»

Tempo perduto e ritrovato, memoria volontaria e memoria involontaria, multiformità dell’io, sono questi gli assunti proustiani e sono questi i fattori per mezzo dei quali l’autore della Recherche sentenzia la definitiva frammentazione della coscienza dell’uomo, quale soggetto impigliato nel mondo e «preda […] di un’evoluzione non lineare».

Nell’episodio della madeleine Proust si focalizza sul passato e sui procedimenti della memoria involontaria: la tazza di tè insieme con i biscotti chiamati Petites Madeleines offerti al Narratore dalla madre, mette in moto l’ingranaggio. Il ricordo, «l’immenso edificio del ricordo», non può essere addomesticato, ma «è qualcosa che subiamo e che non possiamo far rinascere».

La sua deflagrazione è improvvisa, sebbene gli attimi immediatamente precedenti sono perfettamente scanditi da alcuni, piccoli “segni”. Dapprima la sensazione, poi il “ricordo visivo”, infine la vera e propria illuminazione che sorprende il Narratore nel ritrovare se stesso negli spazi interstiziali di un momento passato, perfettamente integro nel suo involucro, e di un momento presente, caratterizzato dalla diversità degli istanti.

La conclusione è duplice: la presa di coscienza che «se il tempo distrugge, la memoria conserva» da una parte: la congiunzione simultanea di due io distinti nel tempo dall’altra. Per questo,

«Il Narratore avverte uno choc nel ritrovare se stesso nel proprio «doppio», in un «io del passato», protetto dalle «intrusioni della memoria volontaria». In tal modo si produce una folgorazione di senso che illumina la sua vita.»

E poi

«L’io attuale – che si ricongiunge all’io trascorso – è incastonato dentro questo fatato e bucolico paesaggio, nelle sue fibre vitali, sia pur sgranate ed evanescenti. Qui presente e passato s’incontrano e scoprono di essere l’un l’altro irriducibili ma solo come due polarità interdipendenti di una medesima indisgiungibile realtà.»

Nell’episodio degli alberi di Hudimesnil (contenuto nella seconda parte della Recherche), Proust catalizza l’attenzione sull’insufficienza della memoria involontaria di aprire le porte della realtà e carpire il significato immanente dei segni.

Il simulacro che essa offre è quello di un pensiero incompiuto, incerto e nebuloso, ma in grado – ciononostante – di far provare e di comunicare qualcosa. Vale la pena riportare integralmente un passo di Ernst Bloch, lo stessa «breve e intensa scheggia» evidenziata dall’autore:

«Ognuno conosce il sentimento di aver dimenticato qualcosa nella sua vita cosciente, qualcosa che è rimasto a mezza strada e non è venuto alla luce. Ecco perché spesso sembra tanto importante ciò che si voleva dire proprio ora che ci è sfuggito. Quando si lascia una camera in cui si è vissuto a lungo, ci si guarda intorno stranamente, prima di andarsene. Anche qui è rimasto qualcosa, che non si è afferrato. Lo si porta comunque con sé per ricominciare altrove.»

La celebrazione del tempo passato, perduto si accompagna infine all’esaltazione del temps retrouvé, laddove però l’opera proustiana non ha un valore retrospettivo. La Recherche è stato definito un roman d’apprentissage e in virtù di ciò essa è rivolta al futuro ed è – come afferma lo stesso Proust – un mezzo attraverso il quale i lettori possono leggere (in) se stessi e trovare ciò che sembrava irrimediabilmente perso:

«Talvolta, nel momento in cui tutto ci sembra perduto, giunge l’avvertimento che può salvarci; abbiamo bussato a tutte le porte che non portano a nulla e la sola da cui si può entrare, e che avremmo cercato invano per cento anni, la urtiamo senza saperlo, e si apre.»

Discendere e incamminarsi nella propria coscienza, ascoltare i rintocchi del proprio tempo interiore implica un ampio ricorso al linguaggio metaforico e una pedissequa attenzione allo stile che, per Proust, “non è un problema di tecnica, ma di visione”. La metafora è il fondamento della creazione artistica, offre allo stile una specie di eternità, trasforma la vita – quella vera, vissuta – in poesia, perpetua, scrivendo, le temps perdu e fissa «la nostra più vera essenza». Di conseguenza, «la sola vita pienamente vissuta è la letteratura».

© Antonietta Florio

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