Mario Sammarone, Alla ricerca dell’armonia infranta

«Conoscenza, morale e arte: questi i campi di applicazione della ragione. La filosofia dei Greci aveva a fondamento l’unità, quella kantiana mette in evidenza tre utilizzata. La filosofia critica riflette il carattere della “disgregazione della coscienza” moderna, […]. Non vi è più un unico campo del sapere, come per i Greci. L’unità è infranta, perduta. A partire da Kant, la ragione ha le sue regole anche per la morale e per l’estetica.» (M. Sammarone, Alla ricerca dell’armonia infranta)

«La coscienza moderna è la coscienza disgregata, in quanto ha perduto l’armonia della semplicità naturale e vive nel travaglio delle sue interne contraddizioni». Questa osservazione di Wilhelm Windelband, esponente del neocriticismo tedesco (o neokantismo), può considerarsi il punto di partenza e di arrivo del saggio di Mario Sammarone, Alla ricerca dell’armonia infranta.

Il mondo è un fenomeno complesso da analizzare e interpretare, ma se questo era un dato di fatto per gli antichi Greci, al giorno d’oggi una tale consapevolezza ha raggiunto il suo punto massimo. Se nel Medioevo e poi nel Rinascimento l’universo viene spiegato e ordinato secondo le leggi divine, al punto che ogni azione umana è finalizzata al raggiungimento della contemplatio divinorum o, per dirla con Platone, del Vero Bene, oggigiorno – nell’era del (post)moderno – la questione risulta molto più complicata.

Non vi è più una sola scala di valore – Sammarone parla di un “politeismo dei valori” -, non vi è più un solo metro di paragone, la realtà non è più letta e ricondotta intorno a un unico fondamento. Complice è – e qui viene corroborato il pensiero del filosofo Umberto Galimberti La casa di psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica – il progresso tecnico-scientifico. Un tale révolution conferisce all’essere umano piena autonomia e libertà, ma non nel senso inteso dagli umanisti.

Difatti, se nel Quattrocento essere liberi significa essere costruttore del proprio destino, Nietzsche – con Zarathustra – direbbe «Diventa ciò che sei», con l’avvento della modernità, il concetto di libertas individuale porta con sé una conseguenza drammatica: la frammentazione (o disgregazione hegeliana) della coscienza.

Ciò non vuol dire essere entrati in una fase di regresso, anzi, sottolinea chiaramente Mario Sammarone in un passo che vale la pena riportare integralmente:

«La diversità di opinioni, sia chiaro, il poter esprimere con libertà i propri pensieri e i propri riferimenti valoriali, rappresentano un altissimo traguardo raggiunto dalla civiltà occidentale, da difendere attraverso i decenni e le generazioni che verranno. […] Il rischio che si vuole mettere in evidenza al contrario, è che nella diversità di visioni si possono perdere le ragioni di un agire etico condivisibile e generale, fondato e rivolto al bene dell’uomo, al di sopra di ogni discriminazione di razza, ceto […].»

Il quesito che sorge quasi spontaneamente è, allora

«se possa darsi oggi un agire etico fondato su valori, o quanto meno punti di contatto condivisibili, ideali – nota bene – che abbiano a cuore una cosa soltanto, il bene dell’uomo, inteso primariamente come individuo singolo, e poi anche come specie umana in generale.»

Non bisogna dimenticare, infatti, che l’apoftegma aristotelico “l’uomo è un animale sociale” vale ancora oggi e che per questa ragione, le buone azioni, fare ciò che è eticamente e moralmente conveniente (prépon), significa costruire sul principio del Bene il grande edificio del mondo.

Pertanto, desideri, sentimenti, ideali, ma anche l’ampliamento dell’orizzonte conoscitivo e delle tecniche devono essere messi al servizio della suddetta edificazione. Ma questa sembra essere una visione fin troppo ottimistica del mondo e della società moderni. Di ciò Heinrich Rickert, l’altro grande esponente del neocriticismo tedesco, ne è pienamente consapevole:

«In effetti, quanto più le culture partono da istanze autonome, e vogliono determinarsi soltanto da sé, maggiormente portano dentro il carattere della chiusura. Ma quando le culture vivono nell’assenza di dialogo, si creano delle divisioni, gli attriti. La cultura moderna è dominata da forze conflittuali, secondo Rickert. A differenza della cultura medievale, quella moderna è determinata da forze e istanze autonome che rivendicano ciascuna la propria libertà. Con la modernità, “la cosa più importante fu l’elaborazione di modi e significati specifici per ogni ambito culturale particolare. Soltanto dove è possibile constatare questa aspirazione possiamo parlare di una cultura specificamente moderna”.»

Qui subentra il filosofo, incaricato dell’importante compito di ritrovare l’armonia infranta, o perlomeno, di armonizzare razionalmente le diverse voci,

«rispettando sempre le posizioni delle singole parti e valorizzandole ancor più nel tutto che le comprende – è forse questa una delle sfide più importanti non solo della filosofia, ma di tutto il nostro tempo».

Questa è, in definitiva, la sfida del neokantismo, ovvero di una filosofia trascendentale e critica che, partendo dal modello del filosofo di Koenigsberg, analizza criticamente le forme a priori della conoscenza, entro le quali il reale è schematizzato.

Il valore e la morale sono, dunque, i due ingredienti che, perfettamente amalgamati, fondano l’esperienza umana. La lectio che Cicerone offre nel De officiis, una sorta di testamento morale redatto in un brevissimo arco di tempo (settembre-novembre 44 a.C.), è più che mai attuale: agire secondo iustitia, essere magnanimi (magnitudo animi) e con decorum.

In virtù di ciò, e considerando altresì il merito attribuito a Immanuel Kant per aver trovato un equilibrio tra il modello empirico e intellettuale della conoscenza, quale sostrato della sua teoria della conoscenza (peraltro preceduta dall’Umanista Marsilio Ficino), ci si addentra nel casus belli – per così dire – tra scientia e philosophia.

E qui, historia docet! Com’era accaduto nel Quattrocento, la celeberrima diatriba tra platonici (arroccati a Firenze) e aristotelici (rinserrati a Padova), anche nell’Ottocento e nel Novecento posizioni e opinioni di scienziati e filosofi divergono, riuscendo però a trovare un punto comune nel tentativo di delineare una Erkenntnisslehre, una teoria della conoscenza.

Tanto Friedrich Beneke quanto Eduard Zeller sono i fautori primevi di un ritorno a Kant, il filosofo che, distanziandosi dal campo della metafisica, si dedica alla ricerca “di una fondazione razionale della conoscenza”. Questo approccio supera l’aleatorietà dell’idealismo e legittima la scienza, facendo sì che le scoperte scientifiche, appunto, fossero sorrette dalla saggezza della teoria filosofica.

Cosicché il dato valoriale e quello morale, precedentemente citati, si arricchiscono di un terzo elemento imprescindibile: la ragione. E seguire la ragione pura nel suo esercizio pratico, quotidiano significa essere liberi, liberi cioè «dalla contingenza e dall’arbitrio della natura, […] di sottrarsi dalle catene deterministiche dell’azione meccanica».

Per questa strada, Windelband

«ci ricorda come sia importante dare sempre il meglio di noi stessi, per liberare le forze migliori della nostra umanità, ricercando tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta.»

Dal canto suo, Heinrich Rickert, focalizzato sul concetto di limite – il limite che la ragione umana non può superare – e persuaso circa gli interessi comuni delle scienze naturali e spirituali (o culturali), asserisce che la cultura è ciò che l’uomo crea, la natura è ciò che l’uomo trasforma. Una sorta di circolo vizioso, il cui unico dato di fatto è

«l’importanza della vita umana nel suo aspetto unico e irripetibile e l’importanza di preservarla da ogni eventuale minaccia.»

Infine, Herman Cohen fa della philosophia il modello da seguire per lo sviluppo della persona e di una relazione armonica con l’Altro. Ciò che Cohen realizza è una coscienza etica, ciò che definisce è

«una morale della coscienza di un Sé superiore fondata dalla rigorosità del pensiero puro (o della ragione, per dirla con Kant), ma che allo stesso tempo sia capace di mantenere salda la relazione che ci lega con il prossimo, con gli altri individui.»

Servendosi dei concetti di volontà e di azione, egli risponde alla domanda socratica “che cos’è l’uomo?”, evidenziando altresì il divario tra pensiero e azione e che in Alla ricerca dell’armonia infranta Mario Sammarone spiega così:

«L’uomo diventa uomo grazie all’azione, in quanto capace di azione”. La volontà si realizza nell’azione, che non è mai atto istintivo o immediato, ma che si fonda sempre sulla deliberazione razionale. L’azione si può determinare analogamente con quanto detto circa l’azione del pensiero che si dà come compito nella creazione del concetto. […] Una distinzione tra pensiero e azione si ha riconoscendo come il primo si costituisca sempre nella sfera interiore, non superando mai il saldo muro della coscienza. Al contrario, l’azione punta verso l’esteriorità, vuole fare del suo contenuto un oggetto diverso dal solo pensiero. L’azione è “esteriorizzazione”.»

© Antonietta Florio

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