Paolo Rumiz, Il filo infinito

«I valori fondanti di allora, mi scrive ancora Antonio, non sono morti: “Semplicemente, è diventato difficile ascoltarli in questo frastuono”. Ma se è così, allora occorrono uomini capaci di ri-umanizzare la velocità, restituire senso alle parole, alle sillabe, alle metafore, al canto. Gli scrittori, soprattutto, dovrebbero fare in modo che “questo flusso costante di notizie, informazioni, pareri, parole, non perda per strada il suo carico più prezioso: il senso dell’umano”. […] la sfida è di ridar loro [ai valori] voce prima che sia tardi, in questo mondo di plastica, frenetico e iperconnesso. Gli artigiani della parola hanno un compito importante da svolgere, con urgenza.» (P. Rumiz, Il filo infinito)

Un viaggio della memoria attraverso le memorie, minacciate dalla damnatio memoriae. Sembra un jeux de mots, uno scioglilingua privo di senso o qualcosa di simile. Eppure è questo il filo del gomitolo che Paolo Rumiz ne Il filo infinito avvolge e ri-avvolge nel suo percorso a un tempo individuale e collettivo, ma che è prima di tutto «navigazione interiore».

Egli lo ripete più volte. Questo voyage non è un mero giro del mondo, non deriva dalla meraviglia e dalla curiosità di un semplice turista che si aggira trasecolato per strade e paesi, alla ricerca del posto migliore per un selfie. O meglio, è un turista, ma un turista alla ricerca delle radici. Delle sue radici, che sono anche quelle dei suoi lettori:

«Ma io non sono qui solo a far provvista di silenzio. Sono venuto anche a cercare Europa. Le sue radici cristiane. Chi siamo, da dove veniamo. A quale mito apparteniamo.»

Se Paolo Pagani nel volume I luoghi del pensiero. Dove sono nate le idee che hanno cambiato il mondo ci trasporta negli ambienti in cui hanno vissuto e lavorato alcuni dei pensatori che hanno costruito la storia della filosofia occidentale, Paolo Rumiz viaggia in mezzo alla distruzione, ai cumuli di detriti, tocca con mano lo sfacelo dell’Europa.

Norcia, la statua di San Benedetto (patrono d’Europa) e una folgorazione improvvisa. Da qui parte l’avventura del giornalista della Repubblica, da un segnale: la statua intatta del Santo tra le macerie del terremoto, causa della turpitudine dell’ambiente circostante. Ciò che disorienta, ma che probabilmente implica “una lettura positiva del messaggio”:

«Forse il senso era che Benedetto era capace di costruire l’Europa nonostante le macerie, perché era più forte di loro. La vita sarebbe ricominciata comunque, perché era ricominciata tante volte nei secoli. Ma era dura crederci davvero.»

Da qui egli comincia a seguire il filo di lana che la rete benedettina «ha tenuto insieme e [ha] difeso il continente più e meglio di cento eserciti e di un milione di trincee». È un filo che si dipana tra passato e presente, s’impiglia nella contrapposizione tra natura incontaminata e mondo iperconnesso e ipertecnologico, tra il buio del Medioevo e il lumen della rinascita, tra una fatalistica rassegnazione e Höffnunglosigkeit (perdita della speranza) e il tentativo di recuperare, salvare l’Heimat.

Dall’Italia alla Francia, dalla Germania all’Ungheria alla Svizzera, Rumiz va alla riscoperta dell’Europa, dell’Europa unita, una melodia che – come precisa in più occasioni – è oggi alterata, imbruttita da una qualche nota fuori posto.

E questa nota fuori posto si chiama egoismo, si chiama razionalità scientifica, si chiama tecnologia. Ancora, si chiama scadimento morale, perdita dei valori, gli stessi valori e virtutes che continuano ad abbellire le abbazie benedettine.

La visita in alcune delle suddette abbazie (Praglia, Viboldone, Ottilien, Marienberg, San Gallo, etc.) e sentirne l’essenza con i «suoni distillati dal silenzio» svela «un mondo coltivato e misurabile», in cui si realizza la conciliazione della natura e dell’uomo alla ricerca della felicità.

È un mondo, quello dei monasteri, in cui vige una sola e unica Regola, ora et labora (et lege et noli contristari, studia e non farti prendere dalla sfiducia). Da essa ne conseguono tutte le altre, che s’inseriscono nel pantheon delle virtù civili: puntualità, accoglienza, solidarietà, rispetto e ascolto dell’Altro, assunzione e condivisione delle responsabilità, perché ogni gesto, persino il più piccolo, influisce sul mondo.

In un tempo, quello di oggi, in cui la politica è tanto alienata quanto più focalizzata su questioni altre (l’immigrazione, ad esempio), l’appello di Rumiz – rivolto a tutti, ma in modo particolare alle giovani generazioni – è di non lasciarsi ingannare dalla forma.

È all’uopo (ri)cercare la substantia, l’essenza delle cose. Della vita. Recuperarne la naturalezza, la purezza, l’innocenza, affidarsi alla parola, ritrovare l’armonia infranta mediante un viaggio che coniuga interiorità ed esteriorità.

Si potrebbe istituire una sorta di parallelismo tra il monaco, artigiano della pace, e lo scrittore, artigiano della parola. Due figure, che seppure distanti, sono unite dalla comune volontà – o, piuttosto, vocazione – di sondare l’anima e attraversarne la tempesta per sradicare il male, affinché il Bene balugini come conseguenza di tale processo di katharsis.

L’abate Notker Wolf nel monastero di San Gallo afferma qualcosa di simile:

«“Essere monaci e viaggiare, possono stare assieme le due cose?” Sì, possono, perché la scelta del luogo è il capolinea di una peregrinatio alla ricerca di spazi appartati e lontani dal mondo. Una specie di esilio autoimposto, forse di origine irlandese. Un pellegrinare che è meticolosa esplorazione del territorio.»

Non è l’attacco alla sterilità del moderno, alla frenesia della vita quotidiana, quanto piuttosto il lasciarsi trasportare, l’apparire piuttosto che l’essere, l’abbandonarsi a vacui formalismi, senza tener conto che l’identità culturale, «con Roma, col monachesimo e col Rinascimento» è un tesoro dal valore inestimabile.

Il web è sì un sedativo, è sì il luogo in cui rifugiarsi e costruire una realtà parallela, ma soltanto il sapore della comunicazione interpersonale e l’odore degli ambienti naturali sono il pharmakon dell’anima. Non solo, anche riattualizzare l’antico e proiettare il classico verso il futuro – per parafrasare un testo di Salvatore Settis, Il futuro del classico – salvando il primo e impreziosendo il secondo, (ri)accende la fiamma della speranza e riscalda il cuore:

«Il gomitolo. Che cos’è la vita se non un lungo filo di lana che scavalca mari, fiumi, montagne e frontiere? Quanta bella umanità ho incontrato svolgendolo nella mia vita di viaggiatore. Una folla di volti riemerge da una sequenza di incontri brevi ma indimenticabili.»

© Antonietta Florio

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