Platone, Fedone

«“[…] crediamo che la morte consista in qualcosa? […] “E che altro sarebbe questo qualcosa se non la separazione dell’anima dal corpo? Non consiste forse in questo l’esser morto: il corpo, separato dall’anima, se ne sta solo presso di sé e, a sua volta, l’anima, separata dal corpo, se ne sta da sola presso di sé?» (Platone, Fedone)

«“Insomma”, proseguì Socrate, “non ti sembra che complessivamente, l’attività di un tale individuo non riguardi il corpo, ma anzi che, per quanto gli è possibile, egli se ne distacchi, rivolgendosi invece all’anima? […] Allora, non è forse a cominciare da simili atteggiamenti che viene fuori il filosofo, ovvero, a differenza degli altri uomini, in questo suo sciogliere quanto più è possibile l’anima dalla sua unione con il corpo?”» (Platone, Fedone)

Il Fedone è un’opera dialogica in cui Platone, dando la parola a Socrate, in attesa di bere la cicuta che, se vogliamo, potrebbe definirsi (limitatamente al contesto narrativo), l’elemento intermedio tra il mondo delle cose sensibili e la regione dell’ineffabile, espone la teoria dell’anima. Occorrono, tuttavia, due precisazioni, di cui l’una inerisce l’altra e viceversa.

È vero che le argomentazioni di Socrate si focalizzano principalmente sulla psyché, ed è anche vero che egli non manca di evidenziare il dualismo corpo-anima, la funzione del corpo come tomba (sòma-sèma), così come ammette che le virtutes della saggezza, del coraggio e della temperanza siano gli ingredienti precipui per godere, nell’iperuranio, della contemplatio divinorum.  

In secondo luogo, le formulazioni ora esposte, pur costituendo il fulcro del Fedone, sconfinano, in termini narrativi e non, in altri alvei che hanno impegnato Platone nel corso degli anni, sino alla stesura delle Leggi, la sua ultima opera.

Dalla gnoseologia alla cosmogonia, dall’etica alla religione, dalla politica alla cosmologia, dalla psicologia alla filosofia, l’evoluzione del pensiero platonico è a un tempo coerente e incongruente, lineare e contraddittorio. Ciononostante, ognuna delle dette branche del sapere è perfettamente funzionale alla costruzione della teoria dell’anima. Il Fedone è, in tal senso, un esempio lampante.

Si è detto che la trattazione è costruita dialogicamente, ma leggendola si ha l’impressione di avventurarsi in un racconto (la storia dell’immortalità dell’anima), che si svolge in un’atmosfera drammatica e tenebrosa (l’imminente morte di Socrate). In esso, gli scambi dialogici fanno sì che Echecrate-lettore viva, attraverso le parole di Fedone, le ultime ore di Socrate su questa terra.

Appare chiaro che il Fedone racchiude due storie: la historia di una morte, appunto quella di Socrate, e la storia di una nascita, quella della metafisica, che afferma la necessità dell’esistenza di un altro mondo, di una realtà ulteriore.

Onde ne deriva che la philosophia non fa della morte un determinato oggetto del pensiero, ma la filosofia stessa è meditatio mortis. A tal proposito, lo stesso Socrate arguisce:

«Invece, desidero finalmente rendervi conto, come a dei giudici, del perché io creda plausibile che un uomo, il quale abbia consumato la sua vita nella filosofia, affronti con coraggio l’imminenza della morte […]. Infatti, capita che quanti si applicano correttamente alla filosofia rischino di celare agli altri che il loro non è nient’altro che un esercitarsi al morire e all’esser morti.»

Poco dopo aggiunge:

«l’anima del filosofo, mirando alla serenità dalla passioni, seguendo la ragione e attenendosi sempre ai suoi dettami – quindi, contemplando il vero, il divino e l’inopinabile e lasciandosi nutrire da questo cibo -, crede di dover condurre così la sua vita finché vive, e una volta morta, quando giunge presso ciò che le è simile e congenere, di liberarsi dai mali della natura umana.»

Ne I quattro maestri, Vito Mancuso – avallando quanto sinora esposto – definisce Socrate “un educatore della vita secondo virtù, il fondatore della filosofia come morale”.

Il racconto di Fedone comincia dal sogno esposto in carcere da Socrate, circondato – dopo aver fatto portare via la moglie Santippe – dagli amici Cèbete, Simmia, Apollodoro e, appunto Fedone:

«Spesso, nella mia vita trascorsa, mi visitava lo stesso sogno, mostrandosi ora in una visione, ora in un’altra, ma ripetendo le stesse parole: ‘Socrate’, diceva, ‘componi ed esegui un’opera d’arte’. In passato io pensavo che questo mi incoraggiasse e mi incitasse nella mia occupazione e, come coloro che fanno il tifo per i corridori, così quel sogno esortasse anche me a fare ciò che stavo facendo, ovvero dedicarmi a un’opera d’arte, dal momento che la filosofia è l’opera d’arte più alta e io, appunto, la stavo praticando.»

Emerge, dunque, il divario tra l’uomo comune e il filosofo: l’uno, dedito ai piaceri terreni, è mosso dal desiderio di soddisfare i bisogni del corpo; l’altro, rivolto all’anima, non si lascia abbindolare dalle percezioni sensibili e prosegue il sentiero che conduce alla verità, al mondo intelligibile dove l’essere trova la sua realizzazione più piena e perfetta.

Si ha qui la classificazione delle anime, che ne determina la loro disposizione post-mortem, mutuata da Marsilio Ficino nella Theologia platonica: temperante e intemperante, continente e incontinente, cui vi si aggiunge la distinzione tra due classi di virtù: civili e intellettive.

A queste ultime è riservata un’attenzione peculiare, in quanto costituiscono le tappe dell’iter conoscitivo che ha come fine la contemplatio divinorum, il raggiungimento dell’Uno plotiniano, la conquista della saggezza. Il tutto, a seguito di un progressivo distaccarsi dal corpo, quale ostacolo per l’anima, che scambia l’apparenza per l’essenza e l’impronta della verità per la verità stessa. Delle due l’una:

«o non è mai possibile ottenere il sapere o è possibile ottenerlo una volta che si è morti, e non prima, perché soltanto in quel frangente l’anima, sola con se stessa, sarà separata dal corpo.»

Ed ecco che separandosi dal corpo, e dunque purificandosi, l’anima può finalmente cogliere il vero – essendo la veritas una kàtharsis -, incamminarsi «verso ciò che è puro, eterno, immortale e immutabile». In ciò, dopotutto, consiste il compito dei filosofi: liberare l’anima dalle catene (desmoí) del corpo.

Si entra, a questo punto, nel vivo del dialogo platonico. S’incontrano e s’intrecciano indissolubilmente due teorie: l’immortalità e la metempsicosi delle anime. Entrambi i ragionamenti, entrambi pronunciati da Socrate (nonostante la misologia), necessitano di prove e dimostrazioni, fermo restando il loro carattere interdipendente.

Vengono esposte tre argomentazioni per provare che l’anima continua a vivere dopo la morte del corpo, che essa sia immortale e, quindi, anche indistruttibile e incorruttibile.

La prima è la teoria dei contrari (o della palingenesi), vale a dire che ogni cosa si ingenera dal suo contrario: «i vivi si generano dai morti, non meno che i morti dai vivi», poiché «se i vivi si generassero dagli altri vivi, ma poi i vivi morissero, quale stratagemma ci vorrebbe per evitare che tutto finisse per distruggersi morendo?».

La seconda prova dell’immortalità dell’anima è data dalla dottrina della reminiscenza (o anamnesi). È nota infatti l’espressione platonica secondo la quale “conoscere è ricordare” e l’exemplum qui utilizzato per corroborarla è il seguente:

«Allora, forse ti è noto [Socrate si sta rivolgendo a Simmia] che gli amanti, quando vedono la lira, il mantello o qualche altro oggetto che il loro amato è solito usare, provano una sensazione del genere: riconoscono la lira e, nella loro mente, si presentano le forme del giovinetto a cui apparteneva la lira?»

Anche il principio della somiglianza fra gli oggetti è utile nella spiegazione della conoscenza come una specie di ricordo, la qual cosa comporta, appunto, come conseguenza naturale, che l’anima, dotata d’intelligenza, esiste prima della forma umana ed è indipendente dai corpi.

Non solo, ma ciò vuole anche dire che essa non abbia vissuto una sola vita, ma innumerevoli altre vite, e l’uomo conosce ancora prima di venire al mondo.

Quindi – come Plotino poi scriverà nelle Enneadi circa l’irrobustimento della potenza della memoria nella conservazione delle cose acquisite con l’intellectus – si nasce con una certa quantità di nozioni già acquisite e, nel corso della vita, le si conservano.

Del resto, «il sapere consiste in questo: una volta rappresa la conoscenza di qualcosa, conservarla e non perderla». Qui Socrate inchioda Simmia:

«Se […] avendo acquisito le nozioni di quegli enti prima di nascere, le perdiamo una volta venuti al mondo e poi, mediante l’uso dei sensi, possiamo riacquisire quelle stesse conoscenze che avevamo in precedenza, allora, ciò che chiamiamo apprendere, non è forse il rientrare in possesso di un sapere che già ci appartiene? E non faremmo bene a dare a questo processo il nome di ricordare?»

La terza e ultima prova a favore dell’immortalità dell’anima è racchiusa nell’asserzione secondo cui “solo il composto può decomporsi”. La morte è purificazione in quanto comporta il dissolvimento del corpus e, perciò, lo scioglimento e il distacco dell’anima da esso, che palesa altresì la sua essenza indistruttibile.

In senso filosofico, la fuga dal corpo e il viaggio verso l’Ade sono l’emblema del passaggio dal mondo sensibile all’intelligibile, della liberazione dai mali della natura umana e, in definitiva, della superiorità della “terza essenza” – per adoperare una locuzione cara a Marsilio Ficino – rispetto all’organismo corporeo:

«A quanto sembra, dunque, quando la morte si avvicina all’uomo, ciò che è mortale in lui muore, mentre ciò che è immortale, dopo aver ceduto il posto alla morte, se ne allontana intatto e incorrotto.»

L’anima, allora, potrà finalmente giungere là dove le sarà concesso si essere veramente felice.

© Antonietta Florio

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