Plotino, Enneadi

«In quell’istante bisogna credere che Egli sia presente, allorché, come un nuovo dio, avvicinandosi alla casa di chi lo ha invitato, lo illumini: e se non si avvicina, non lo illumina. È così: un’anima non illuminata è priva di Dio; ma se è illuminata possiede ciò che cercava. Questo è il vero fine dell’Anima: toccare quella luce e contemplarla mediante quella stessa luce, non con la luce di un altro, ma con quella stessa con la quale essa vede. Poiché la luce, dalla quale è illuminata, è la luce che essa deve contemplare. Nemmeno il sole si vede mediante una luce diversa. Ma come questo può avvenire? Elimina ogni cosa.» (Plotino, Enneadi)

Le Enneadi contengono tutti gli scritti di Plotino, ovvero 54 trattati scritti fra il 254 e il 269 e raccolti da Porfirio in un volume unico suddiviso in sei gruppi di nove trattati (ennea, dal greco, significa appunto nove). È volontà plotiniana offrire la sua dottrina come «strumento culturale di salvezza», di ricercare la purezza del pensiero e affermare il valore autentico del philosophari.

Per questo motivo, il filosofo chiede e ottiene dall’imperatore Galieno di fondare in Campania la città di Platonopoli, quale locus di rifugio dalla negatività, dal nihilismus e dalla corruzione della vita mondana e politica.

Il leitmotiv delle Enneadi è, perciò, la trascendenza e la natura spirituale dell’anima. Leggere le Enneadi significa vivere un’esperienza interiore finalizzata al recupero e all’autorealizzazione dell’essere, l’eliminazione dell’effimero e la conquista dell’essenza di sé.

È bene, tuttavia, dare un rapido sguardo ai tre concetti-chiave dell’opera: l’Uno (o il Bene Assoluto), ineffabile e indescrivibile, dappertutto e in nessun luogo; il Nous (o l’Intelligenza), quale pensiero e atto dell’Uno, laddove essere è pensare; l’Anima (o Vita), misura di tutte le cose, aspira al ricongiungimento con l’Uno, il ritorno (epistrophé) a Dio. Sono queste le tre ipostasi che concorrono all’elaborazione della cosiddetta teoria della processione, cioè della generazione che si compie nell’eternità.

In tal senso, le Enneadi sono da Porfirio raccolte e suddivise così: la prima Enneade tratta delle questioni morali; la seconda contiene argomenti che riguardano il mondo e ciò che a esso si riferisce; la terza si sofferma ancora sul cosmo e sulle cose che sono in relazione al cosmo (primo volume). Seguono la quarta enneade che affronta i problemi relativi all’anima; mentre la quinta si sofferma sulle questioni relative all’Intelligenza e sulla realtà che è al di là di essa (secondo volume). La sesta e ultima enneade è focalizzata sui generi dell’essere (terzo volume).

ENNEADE UNO. Il vivente è un composto di anima e corpo: la tendenza al bene è propria dell’anima, mentre «il male noi lo facciamo, perché dominati dalla parte peggiore di noi stessi: difatti noi siamo molte cose, cioè desiderio, collera, immaginazione perversa». 

Mediante le virtù civili (prudenza, saggezza, temperanza, coraggio) ci si purifica dalle passioni, si accede alla contemplatio divinorum e dal momento che l’anima si raccoglie in se stessa, separandosi dal corpo, diventa più bella:   

«È chiaro che non c’è in lei nessun desiderio di cosa turpe: desidera il mangiare e il bere non per sé, ma per soddisfare i bisogni del corpo […] vorrà purificare anche la sua parte irrazionale […]: sarà come di un uomo che vive presso un saggio e trae profitto da questa vicinanza, o diventando simile ad esso, oppure vergognandosi di osare ciò che l’uom buono non vuole che egli faccia.»

Difatti, la prudenza fa sì che l’anima diventi incorporea e intellettuale; la temperanza è una fuga dai piaceri materiali; la saggezza e il coraggio sono gli ulteriori, indispensabili ingredienti per raggiungere la felicità, che comprende in sé il bello e il bene.

«Ma – si chiede Plotino – come si può vedere la bellezza dell’anima buona? Ritorna in te stesso e guarda: se non ti vedi ancora interiormente bello, fa come lo scultore di una statua che deve diventare bella. Egli toglie, raschia, liscia, ripulisce finché nel marmo appaia la bella immagine: come lui, leva tu il superfluo, raddrizza ciò che è obliquo, purifica ciò che è fosco e rendilo brillante e non cessare di scolpire la tua propria statua, finché non ti si manifesti lo splendore divino della virtù e non veda la temperanza sedere su un trono sacro.»

L’esposizione sul bene, quale centro da cui partono tutti i raggi, e realtà a cui ognuno aspira, non può prescindere dalla riflessione sulla natura e l’origine del male, che è privazione, «deficienza del Bene», e la cui esistenza è possibile ma non necessaria. Nella terza enneade, Plotino riferisce con maggior chiarezza:

«I mali sono conseguenze, e conseguenze necessarie; ed essi derivano da noi quando, senza essere costretti dalla provvidenza, congiungiamo da noi stessi le nostre azioni alle opere della provvidenza e a quelle che derivano da essa, ma non siamo capaci di accordare insieme le nostre azioni secondo la volontà della provvidenza e agiamo secondo il nostro volere […] o non operando secondo la provvidenza o accogliendo in noi qualche passione.»

ENNEADE DUE. A partire dalla contrapposizione tra materia corporea, impassibile e «cosa morta che viene ordinata», e materia divina, sostanza ed essere, Plotino si sofferma sulla creazione del mondo fisico, forgiato dall’anima come imago del mondo di lassù.

In tal senso, l’anima, «causa autodeterminantesi» è la produttrice di tutte le cose:

«Essa [l’anima] è animale in potenza, allorché non è ancora ma sta per essere; è potenzialmente artista, ed è potenzialmente tutto ciò che essa diviene, ma che non è sempre: dunque anche negli intelligibili c’è il potenziale.»

Ogni essere è vita, è cioè al contempo atto e in atto, «il luogo intelligibile è il luogo della vita, il principio e la sorgente vera dell’anima e dell’Intelligenza.»

ENNEADE TRE. Il filosofo asserisce che fra tutti gli esseri, l’uomo occupa nel mondo il posto migliore, in quanto è frutto della sua propria scelta, ma rispetto a quegli stessi esseri non è il migliore. Plotino riconosce sì la cattiveria umana, anche se come fattore caratteristico involontario, ma «partecipa, anche se non del tutto, di saggezza, d’intelligenza, d’arte e di giustizia». Perciò, «l’uomo è una bella creatura».

Inoltre, gli esseri viventi partecipano di ragione, anima e vita, ma la loro esistenza – sembra domandare ancora Plotino – è governata dal destino (unità delle cose inferiori) o dalla Provvidenza (unità delle cose superiori)? Una volta di più, fra l’astrologia e la religione, a prevalere è la philosophia. Il modus vivendi ivi raccomandato è di seguire il dèmone che ci è toccato in sorte, perché «non si può diventare diversi da ciò che si è».

Il saggio è, dunque,

«colui che agisce con la sua parte migliore. Forse non sarebbe saggio se avesse un demone che collaborasse con lui. In lui è attiva l’Intelligenza. Perciò o il saggio stesso è un demone o è al posto di un demone e ha per demone un dio.»

Parlare del mondo fisico e contrapporlo al divino significa altresì soffermarsi sul concetto di tempo e di eternità: il primo è la vita dell’anima, la seconda è vita completa e infinita; il primo è misura, la seconda è non smettere mai di essere (eternità deriva, infatti, da “essere sempre”).

Il tempo riguarda le cose sensibili, in quanto generate e in divenire; l’eternità è propria dell’intelligibile o, intesa aristotelicamente, è “essenza intelligibile”.

ENNEADE QUATTRO. La dissertazione plotiniana sull’anima comincia con la definizione della natura. In primo luogo, asserisce il filosofo, l’anima è un’essenza sempre identica a se stessa e appartiene certamente alla realtà intelligibile. Tale assioma necessita di essere superato, o perlomeno completato.

Subentra qui la descrizione delle sue caratteristiche peculiari. Più precisamente, Plotino sostiene che l’anima sia a un tempo divisibile (perché è in tutte le parti del corpo) e indivisibile (in quanto è tutta e intera in tutte le parti del corpo).

Ciò significa che essa è caratterizzata da molteplicità, essendo le cose molteplici, e unità, dal momento che essa governa le suddette cose. È “signora e dominatrice dei corpi”, dà vita a tutte le cose e possiede la ragione di tutto. Collocata fra sensibile e intelligibile, congiunge gli estremi e non è identica, ma simile, al soggetto conoscente e all’oggetto che deve essere conosciuto.

Dopodiché, Plotino evidenzia il distinguo tra la parte inferiore e superiore dell’anima individuale, ponendola in relazione con l’anima mundi. Illuminante, in tal senso, è il paragone con l’agricoltore che cura le sue piante e che vale la pena riportare integralmente:

«L’Anima dell’universo è simile all’anima di un grande albero che, senza fatica e in silenzio, governa la pianta – ed è questa la parte infima dell’Anima del Tutto; quanto alla parte inferiore dell’anima nostra, invece, è come se in un pezzo putrefatto dell’albero nascessero dei vermi – poiché è tale il corpo animato nell’universo; ma il rimanente dell’anima nostra, che è affine alla parte superiore dell’Anima universale, è simile a un agricoltore che, preoccupato dei vermi che sono nella pianta, rivolga alla pianta tutte le sue cure; oppure a chi, essendo sano in mezzo ad altri sani, si dedichi all’azione o alla contemplazione; ma se si ammala rivolge le sue attenzioni alle cure del corpo.»

L’anima è altresì dotata di percezione (un’immagine) e di immaginazione (conservazione di quell’immagine); di desiderio e di ricordo del desiderio: un cerchio mobile che aspira al centro, cioè all’Uno o Bene Assoluto.

ENNEADE CINQUE. Proseguendo la discettazione sull’anima, Plotino riprende a questo punto l’asserzione platonica circa la differenza tra la forma di conoscenza che deriva dalle impressioni sensibili, che non ha nulla di certo: l’opinione (doxa), e la Verità (epistème) che si trova nell’Intelligenza o Nous. Detta Intelligenza, raccogliendosi in se stessa, vede un lumen che splende all’improvviso. Pertanto,

«Non è necessario cercare da dove essa [la luce] appaia, poiché questo «da dove» non esiste: essa infatti non viene né va, ma appare e non appare: perciò non dobbiamo inseguirla ma aspettarla tranquillamente finché essa non si riveli, preparandoci ad essere spettatori, come un occhio che è in attesa del sorgere del sole, il quale levandosi dall’orizzonte […] si fa cogliere dagli occhi nostri.»

Ad ogni modo, il giusto atteggiamento è il disprezzo delle cose terrene, causa di ignoranza e sorgente dell’errore, e volgere lo sguardo verso la purezza e la perfezione della vita divina che non stanca mai:

«E poi, la vita, quando è pure, non porta stanchezza a nessuno; ciò che vive perfettamente, perché dovrebbe stancarsi? Lassù la vita è sapienza, non una sapienza che è acquisita per mezzo di ragionamenti, poiché è perfetta in eterno e non viene mai meno così che si debba farne ricerca, ed è la sapienza prima e non derivata: il suo stesso essere è sapienza, non un essere che diventi sapiente in un secondo tempo.»

Tripartendo infine gli uomini in coloro che ricercano il piacere e non riescono a volare in alto; coloro che, seppure aspirano alla bellezza, sono incapaci di giungere in cima e cadono nuovamente verso il basso; e gli uomini divini che gioiscono delle cose di lassù, Plotino chiude la quinta enneade con una sorta di elogio ai filosofi.

SESTA ENNEADE. Nell’ultimo dei tre volumi delle Enneadi, Plotino si dedica alla descrizione dei generi dell’essere, i quali derivano dall’Uno, principio e fine di tutte le cose.

Riprende la suddivisione degli uomini (primo uomo, uomo anteriore, ultimo uomo), sottolinea nuovamente l’inganno che deriva dai sensi, e conclude che le actiones forgiano l’essere. Ancora una volta, il filosofo si sofferma sul divario tra il mondo divino, dove l’Intelligenza, peregrinando incessantemente nella «pianura della verità», e il mondo di quaggiù, insozzato dal male, giacché dell’Intelligenza non vi è che una traccia.

L’aspirazione all’unità e al godimento del Bene, grazie al quale si diventa migliori, conduce Plotino ad esplorare e spiegare i concetti di libertà e volontà relativamente all’Uno. Affermando che il caso ha luogo fra le cose divenienti e “non è padrone di generare l’Uno”, in quanto l’Uno è padrone di sé e della realtà che ha voluto, conclude così:

«Non ogni cosa ha il potere di andare verso il meglio, ma nessuna è impedita da un’altra di andare verso il peggio: se non regredisce, è per virtù propria di non regredire, non perché ne sia impedita, ma perché appartiene al suo essere di non regredire. L’impossibilità di andare verso il male non significa impotenza da parte di colui che non ci va, ma deriva dal suo essere e dalla sua volontà. E il non andare verso un altro essere diverso implica, in Lui, una sovrabbondanza di potenza, non perché Egli sia posseduto dalla necessità, ma perché Egli stesso è la necessità e la legge delle altre cose.»

Memorabili sono le ultime parole plotiniane per ciò che concerne il fine di ogni uomo e la vita vera che è nel Bene, mentre l’esistenza terrena non è altro che “caduta”, “esilio”, “perdita delle ali”:

«Questa è la vita degli dei e degli uomini divini e beati: distacco dalle restanti cose di quaggiù, vita che non si compiace più delle cose terrene, fuga di solo a solo.»

© Antonietta Florio

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