Jack London, Martin Eden

«L’esistenza non aveva un sapore dolce, per Martin. Fino ad allora aveva sempre accettato la sua vita, con tutto ciò che ne faceva parte, come qualcosa di buono. Non l’aveva mai messa in discussione, tranne quando leggeva; ma in fin dei conti, quelli erano soltanto libri, fiabe di un mondo ancor più fiabesco e impossibile. Ma adesso quel mondo l’aveva conosciuto, era possibile e reale, e al centro di quel giardino c’era un fiore di donna di nome Ruth; da quel momento in poi avrebbe conosciuto l’amarezza della vita, uno struggimento acuto come il dolore, e una disperazione che lo avrebbe torturato nutrendolo di speranza.» (J. London, Martin Eden)

Martin Eden, chi è? Cos’è? È un personaggio da conoscere, un ragazzo che cresce e matura pagina dopo pagina. È un’esperienza da vivere, un viaggio che si compie sotto l’egida dell’istruzione, che fa comprendere l’importanza di acculturarsi, di essere mossi dalla curiosità, quale presupposto e/o tratto caratteristico per incamminarsi e perdersi nell’universo infinito dello scibile.

Il messaggio di Jack London-Martin Eden? Leggere, informarsi, conoscere, perché “sapere è potere”, e soprattutto non smettere mai di inseguire i sogni, nemmeno quando tutto sembra andare alla deriva.

Martin Eden, marinaio «ricettivo e sensibile in maniera straordinaria», quando conosce Ruth, una giovane borghese di cui si innamora, decide di dare una svolta alla sua vita.

Complici i versi di Swineburne, i progetti del ragazzo cambiano, nuove passioni infiammano la sua anima e un forte desiderio, accompagnato da determinazione e fermezza di carattere, disegnano sulla mappa dell’esistenza un itinerario nuovo e completamente diverso:

«”Sono come un marinaio alla deriva su un mare sconosciuto senza uno straccio di mappa o bussola. Ma è ora di trovare le coordinate. Forse che magari potete darmi un’indirizzata voi. Com’è che avete fatto a imparare tutte ’ste cose che dicevate?”»

Nonostante il senso di disagio e inadeguatezza, nonostante l’incapacità di parlare correttamente e di comprendere parole astruse, Martin Eden subisce una vera e propria eccitazione intellettuale. Sa che la vita vissuta fino a quel momento, fatta di rischi e pericoli, è la vita vera («la vita è qui e ora»), ma quella raccontata nei libri e vagliata dai filosofi (Nietzsche, in particolare, viene citato più volte), emana la dolce sensazione che qualcosa di bello possa accadere:

«I sensi avevano usurpato il posto della ragione e lui fremeva e palpitava, in preda a emozioni sconosciute, ed era dolce lasciarsi cullare da un mare di sensibilità, dove anche i sentimenti erano esaltati e spiritualizzati e condotti oltre le vette dell’esistenza.»

Così, dopo aver imparato a “tenere un timore” e superato sfide e ostacoli, Martin Eden si prepara ad affrontare una sfida ancora più grande. Una sfida che diventa prima una partita con se stesso e poi con gli altri: diventare scrittore.

«La poesia era la sua consolazione, e ne leggeva moltissima, ricavando le gioie più grandi dai poeti più semplici, che erano più comprensibili. Amava la bellezza, e lì trovava bellezza. La poesia, come la musica, lo toccava nel profondo e, lui non lo sapeva ancora, stava preparando la sua mente al lavoro più gravoso che l’attendeva.»

Ruth, in questo frangente, veste i panni della donna-angelo, colei che lo rende migliore e lo purifica. Ruth è il suo faro durante la lettura pedissequa in biblioteca e durante il processo di scrittura. Da allora, Martin vive solo delle lettere e soltanto per esse, ritagliandosi brevi momenti di distensione mentale quando incontra l’amata.

Non mancano momenti di difficoltà che sembrano insormontabili, a partire dalla sensazione tremenda di sentirsi così piccolo dinanzi all’immensità degli scaffali bibliotecari, ognuno dei quali «era uno spioncino aperto sui reami della conoscenza».

Al contempo, però, quel conflitto tra il piccolo uomo e l’apparato gigante dei libri rinvigorisce il suo essere sognatore, lo stimola nell’apprendimento e quanto più attinge dal calice della cultura, tanto più ammira con passione e ammirazione l’universo, la vita:

«Sarebbe stato uno degli occhi con cui il mondo vede, una delle orecchie con cui ascolta, uno dei cuori con cui sente.»

Il tutto si complica quando, dopo aver composto una grosse mole di racconti e averli spediti ad alcune riviste, Martin riceve un rifiuto dopo l’altro e Ruth, ebbra delle convenzioni borghesi e plagiata dai genitori, rompe il fidanzamento, contribuendo in tal modo a spegnere definitivamente il lumen della creazione.

Delusioni su delusioni, speranze tradite, sentimenti feriti, acuiscono il senso di fallimento, di sconfitta («”Cretino che non sei altro! […] “Volevi scrivere e ci hai provato, ma dentro non avevi nulla di cui scrivere.»).

Il daimon che ha dentro, però, lo sprona ad andare avanti:

«Certe volte mi sembra che il mondo, la vita, tutto, si trovino dentro di me e mi abbiano scelto come loro ambasciatore, reclamandolo a gran voce. […] È uno sforzo incredibile trasformare in frasi, scritte o parlate, sentimenti e sensazioni che, a loro volta, si trasformeranno, nella mente di chi legge o ascolta, nei medesimi sentimenti e sensazioni. È uno sforzo sovrumano.»

È solo nel mondo ed è solo in quel mondo dell’editoria che non vuole accettarlo, impedendogli di conseguire ciò che da sempre ha inconsciamente inseguito: la bellezza, l’intelletto e l’amore.

Martin vive per la scrittura, non passa giorno senza provare l’ebbrezza della creazione («Devi andare avanti. Devi andare fino in fondo»), ma il sogno di vivere con la scrittura è destinato a restare tale, confinato nella sola realtà della sua mente.

Comincia, così, un lungo periodo di scoramento e di tormento, esacerbato dalla certezza di non avere una via d’uscita: «Chi o cosa fosse, Martin non lo seppe mai. Era un uomo senza passato, il cui futuro era la tomba e il cui presente era un’amara febbre di vita.»

All’improvviso e inaspettatamente, arriva la svolta: «Si era fatto le ossa e ora aveva la strada spianata».

Ma arriva troppo tardi. Martin Eden ha perso l’entusiasmo per i libri e con esso si è isterilita la gioia della creazione, non si interessa dell’avvenire e «nulla sembrava avere importanza». «Vivere lo faceva soffrire», nulla e nessuno può riportare la sua vita, «come una ruota sgonfia, senza scopo, vuota e inutile» al dinamismo di qualche tempo prima.

Una volta di più, Martin sperimenta la solitudine e la vacuità dell’esistenza, malattie per le quali non conosce antidoti. Altrettanto impossibile è tornare indietro. A nulla vale una serata in spensieratezza con gli amici marinai, a nulla vale questo ritorno al passato, perché quel mondo fatto di navi, birre e locali notturni non è più suo, a questo mondo in cui ha vissuto da sempre sente di non farne più parte.

Adesso Martin scrittore, affermato e riconosciuto, è un perfetto apolide, in esilio da se stesso, con un’indicibile voglia di partire, di allontanarsi, nel momento medesimo in cui – deluso da tutto – si rende conto di non essere alla ricerca di niente, di non volere più niente.

Che fare, allora? «Nel momento stesso in cui lo seppe, smise di sapere».

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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