Maurizio Grasso, Girandole sui balconi

«Stare solo, questo in realtà vorrebbe. Per riflettere. Per comprendere. Per decidere. Arrivano momenti nella vita in cui queste tre azioni formano una catena che non si può interrompere, se qualcuno o qualcosa la innesca. Momenti non cercati, momenti che non trovano. Anzi, stanano.» (M. Grasso, Girandole sui balconi)

Riflettere, comprendere, decidere. Tre verbi che non sono semplicemente verbi presi a caso, sono molto di più. Rappresentano il fil rouge che unisce i quattro personaggi, ognuno a suo modo protagonista, del romanzo di Maurizio Grasso, Girandole sui balconi. Un libro che dà molto e insegna tanto, un libro che racconta fette di vita, storie individuali contenute in un’unica Storia.

Non soltanto un romanzo di formazione, ma un piccolo grande gioiello, destinato a lasciare un segno profondo nelle zone interiori altrettanto profonde e insondabili. Ognuno dei personaggi, si fa portavoce di una lezione di vita che, complice uno stile fluido e rapido, intenso e tagliente, ma al contempo lenitivo, come talune espressioni che arrivano dritte al cuore e lo attraversano, non resterà chiusa nel libro dopo averne voltato l’ultima pagina.

L’inizio della narrazione, senza preamboli, butta direttamente e a capofitto nell’universo di Bianca, inducendo a credere che sia la sola e unica protagonista: Bianca, una settantenne che non ha mai dimenticato suo marito, morto quando era ancora troppo giovane, quando avevano ancora una vita davanti da vivere insieme. Una donna forte, una donna alla quale la vita non risparmia dolori, ma ogni volta, dopo la caduta trova le forze per rialzarsi.

Subito si entra in empatia con lei: dalla corsa per riuscire a prendere l’autobus che la porterà in clinica per conoscere il nipote appena nato, al ritorno a casa con uno stato d’animo insperato, e sul quale grava qualcosa che lo scombussolerà ancora di più:

«Se ti soffermi a guardarla, resti diviso tra la meraviglia e la tenerezza. E ti dici che donne come lei, capaci di eclissare la ferita del passato dietro un paesaggio di innocenza, sono sempre esistite e sempre esisteranno.»

Nel mezzo, quasi a bilanciare un dolore che urla per uscire, ma che al contempo resta chiuso dentro di lei, come il denaro in una cassaforte, c’è una valvola di sfogo, uno strumento di evasione: i libri. Leggere «è la sola compagnia costante della sua vita». Ma non è l’unica.

C’è suo figlio Francesco, la persona a cui tiene più di ogni altra cosa al mondo, anzi, l’unica cosa “di sangue” che le resta ancora. I rapporti non sempre sono stati idilliaci, è vero. Il passato di Francesco non è limpido come il cielo sereno di agosto, quando le nuvole lasciano che il sole cocente padroneggi in quell’immensa distesa di azzurro.

Tutt’altro. Vuoi per sentirsi utile, vuoi per “fare soldi” senza chiedere niente a nessuno, vuoi per sentirsi al pari di chi possiede appartamenti di lusso e auto che non sono da meno, vuoi, semplicemente, per godersi la vita, o perché, al contrario, è rassegnato a viverla con atteggiamento disincantato, il tipico “uomo dell’apnea”, intraprende una strada pericolosa: quella di un fotoreporter, in cui ogni scatto mette a repentaglio altrettante vite.

Eppure, sarà proprio lui a farne le spese. Obbedendo agli imperativi della sua coscienza morale e tentando di redimersi, diventa volontario dell’associazione Nostri Fratres, dove conosce Ignazio Dimmisi. Due attività, quella del fotografo e quella del volontario, che se da un lato sono palesemente antitetiche, dall’altro sono complementari:

«In fondo, ciò che persegue oggi ha qualche analogia con quello che faceva per lavoro una volta. Prima catturava corpi a debita distanza, ora fotografa anime. Da vicino. Respirandole.»

Qui la narrazione s’infoltisce di dialoghi tra i due personaggi e, capitolo dopo capitolo, s’impara a voler bene a entrambi, poiché entrambi, come fossero persone reali, “in carne e ossa”, insegnano qualcosa.

Francesco è impegnato in un processo di maturazione personale e interiore, se è vero che “non si finisce mai di imparare”, per dimostrare, soprattutto a se stesso di essere (diventato) una persona migliore. Il primo, importante passo è “conciliare l’amore per sé e la consapevolezza di tutto il resto”.

Questo iter esplorativo, alla ricerca di sé, di ciò che realmente è e di chi è, non avviene in solitudine, ma si colora dell’amore per Alberta, sua moglie, una donna frustrata per il solo motivo che gli uomini sono attratti da lei più per il corpo, che per le sue facoltà intellettuali.

Perciò, come Francesco, anche lei è – in certo senso – una nomade della vita: alla ricerca di qualcuno che possa amarla per quella che è, che sia in grado di andare oltre i vestiti e di guardarle (nel)l’anima. E così, insieme, Alberta e Francesco «erano come risorti insieme dal nulla a cui si erano ridotte le loro vite solitarie».

Quanto a don Ignazio, u’ prufissuri, dal cui passato non si è ancora liberato né in teoria né, come si vedrà, in pratica, ci si affeziona perché «dietro ogni povero diavolo ci deve essere un angelo caduto e sta a lui capire come e dove si è nascosto». Anche lui, da quando sta scontando il suo “primo e ultimo ergastolo” ha (ri)scoperto nella lettura il mezzo di salvezza, “ciò che lo tiene vivo”.

Sa che la vita è stata generosa con lui: «La realtà logora e io sono un suo superstite, uno che per chissà quale motivo è stato risparmiato». La solitudine non gli pesa, anzi, è diventata un’abitudine. Ma l’amicizia con Visitor lo rende ancor più grato nei confronti della vita, soprattutto perché crede di non meritarla:

«Non è detto che per non restare soli sia sempre necessario avere la pazienza di coltivare i propri affetti come un giardino. A volte si è premiati immeritatamente della compagnia altrui, se si ha la fortuna di incontrare chi è troppo debole per fare a meno della nostra, anche quando con essa non abbiamo mantenuto ciò che promettevamo.»

Dal canto suo, anche Francesco trova nell’intimo rapporto che si va costruendo visita dopo visita, il premio che la vita ha in serbo per lui:

«Continuo a leggere in te la consapevolezza che vivere resti malgrado tutto un dono, che nella giornata di un ergastolano, a frugare bene, si riesce ancora a trovare qualcosa di buono.»

Ma, la vita dà e la vita toglie. Non guarda in faccia a nessuno. Da “uomo dell’apnea”, Francesco è diventato “uomo del respiro”, ha imparato a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Così impegnato a vivere, che forse non si rende neppure conto che quell’ultimo giorno, l’ultimo giorno del suo respiro, indossa guanti bianchi e ha una pistola.

Quel giorno non va via solo Visitor. Con lui muore almeno una parte di tutti coloro che gli sono stati accanto, a cominciare da Bianca, sua madre. La vita non le ha risparmiato neppure questa sofferenza ineffabile, ma non per questo si scompone. Bianca è sempre razionalmente lucida, eppure il suo cuore trabocca di una disperazione infinita, di un’angoscia atroce, di un vuoto impossibile da colmare:

«Niente che sia importante dura a questo mondo, Bianca. La giovinezza, l’amore, l’infanzia di un figlio. Le cose preziose presto o tardi ti lasciano e il loro ricordo a un certo punto è troppo spento, troppo penoso per essere compensatorio. Resta niente se non sai incontrare la tua presenza e riconoscerla come compagnia. Resti tu. Ma come è difficile indossare ogni santo o maledetto giorno la vita senza uno scopo, quando ti hanno annichilito l’ultimo a cui ti eri potuta aggrappare!»

Persino don Ignazio strappa l’accordo di pace col mondo: «La tua vita era guerra e guerra è rimasta», mentre Alberta troverà il modo e la persona per continuare ad andare avanti. Nonostante tutto. Perché «la vita, Milady, è una ramazza di saggina: a furia di fregature prende il verso di ciò contro cui sbatte».

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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