Ottessa Moshfegh, Il mio anno di riposo e oblio

«Finalmente stavo facendo qualcosa che aveva davvero senso. Dormire mi sembrava produttivo, come se qualcosa venisse risolto. Sapevo in fondo al cuore – e questa era forse l’unica cosa che sapevo in quel periodo – che se fossi riuscita a dormire abbastanza sarei stata bene. Mi sarei sentita rinata, nuova. Avrei potuto diventare un’altra persona, ogni cellula rigenerata tante volte così che quelle vecchie sarebbero state solo memorie sfocate, distanti. La mia vita passata sarebbe stata solo un sogno, e avrei potuto ricominciare senza rimpianti, rafforzata dalla beatitudine e dalla serenità accumulata nel mio anno di riposo e oblio.» (O. Moshfegh, Il mio anno di riposo e oblio)

Bella, ricca, laureata alla Columbia, proprietaria di un appartamento nell’Upper East Side di Manhattan, eppure tremendamente triste e solitaria, ai limiti della misantropia. La protagonista, nonché narratrice, che resta anonima per tutto il romanzo di Ottessa Moshfegh, Il mio anno di riposo e oblio, ha un unico obiettivo: ibernarsi per preservarsi, “dormire di continuo per ripulire la mente”, «pensavo che mi avrebbe salvato la vita».

Per raggiungere il suddetto obiettivo, ha un unico mezzo: imbottirsi di medicinali. Entra qui in scena la dottoressa Tuttle, “una delle peggiori psichiatre della storia”, che aiuta la protagonista nel suo esperimento narcolettico.

«Non so indicare un evento specifico che mi aveva portato alla decisione di andare in letargo. […] Era cominciato tutto in modo del tutto innocente: ero schiacciata da infelicità, ansia, desiderio di sfuggire dalla prigione del corpo e della mente.»

Il senso di solitudine è opprimente, così come è asfissiante il senso di abbandono e onnipresente il ricordo dei genitori:

«E mi facevo un po’ pena, non perché mi mancassero i miei ma perché non c’era niente che avrebbero potuto darmi se fossero stati ancora vivi. Non erano i miei amici. Non mi davano conforto né consigli. […] A malapena mi conoscevano. […] Mio padre era occupato a morire […] e mia madre era occupata a essere se stessa, che in fin dei conti sembrava peggio che avere un cancro.»

Ha un’amica: Reva, vanitosa, bulimica, vittima dello status e persino invidiosa, quanto più sfortunata nella realizzazione del suo sogno di formare una famiglia. La differenza tra le due è enorme e ben visibile: l’una col perenne desiderio “di essere lasciata in pace”, l’altra sempre pronta a sfogare i suoi drammi e segnata, anche lei dal dolore della perdita della madre.

E poi c’è Trevor, la cui storia è in perenne fase di stallo. Non è amore, non è solo concupiscenza. È qualcosa a metà strada tra l’uno e l’altra e né la protagonista, né l’uomo sono in grado di dare una svolta vera e propria al loro rapporto particolare. Saranno legati dall’inizio alla fine, anche quando le strade saranno divise.

D’altronde, non potrebbe essere diverso. La vita non può viaggiare su un altro binario, se chi ne è al timone non ha voglia (o forse il potere?) di prendere le redini della situazione e avviarsi sulla strada del cambiamento. Reva, infatti, arguisce l’amica:

«Il tuo problema è che sei passiva. Aspetti che le cose cambino, e non succederà mai. Dev’essere un modo di vivere doloroso. Ti toglie ogni potere.»

Ma che sia sotto l’effetto dei medicinali oppure no, la protagonista spera, anzi crede fermamente che l’unico modo per cancellare i ricordi, immunizzarsi dal dolore, non provare più emozioni, purificarsi e rinascere a vita nuova sia il sonno, tanto lungo quanto indisturbato:

«Da questo capivo che il sonno aveva effetto: ero sempre meno attaccata alla vita. Se continuavo così, pensavo, sarei scomparsa completamente, per poi ricomparire in qualche forma nuova. Era quella la mia speranza. Era quello il sogno.»

Ciononostante, questo peculiare personaggio femminile non può essere biasimato. Per poterlo comprendere veramente, per poterne analizzare la psiche, bisogna scavare a fondo, interpretare i suoi pensieri e le sue parole, anch’essi caratterizzate da un certo torpore. Del resto, come affermano gli inisti (e il riferimento all’arte non è puramente casuale, dal momento che ve ne sono stralci sì brevi, ma profondamente significativi), “una parola con un solo significato è davvero una natura morta”.

Questo personaggio, insomma, ha tutto per essere felice. Dispone dei mezzi materiali ed estetici per poter ottenere ciò che vuole con un semplice schiocco delle dita. Ma la sua anima è alla ricerca di altro.

Il conflitto che l’attraversa è interiore, il desiderio pulsante è destinato a restare insoddisfatto (“una madre la volevo, volevo una madre che mi abbracciasse quando piangevo”) ed è questa sofferenza a segnare un distacco a tratti insormontabile dal resto del mondo (al quale peraltro sente di essere connessa attraverso il gesto di buttare la spazzatura), ad assentarsi dalla vita, ad esistere senza esserci:

«In lontananza, la gente viveva la sua vita, si divertiva, imparava, guadagnava, litigava, camminava, si innamorava e si lasciava. Gente che nasceva, cresceva, moriva.»

Non l’ossessione per il futuro, né tantomeno per il passato, che se da un lato porta una certa stabilità a livello psichico, dall’altro è completamente inutile. Più semplicemente è l’insoddisfazione del presente vuoto e buio, privo di relazioni granitiche:

Ciò corrobora la messa in atto del suo progetto: alienarsi dormendo, perché “non facevo nulla, non ero nulla”:

«Il tempo poteva andare avanti così per sempre, ripensai. Sì, sarebbe stato così. L’infinito sarebbe stato per sempre all’orizzonte, con o senza di me. Amen.»

Una missione impossibile da attuare nella vita reale, ma chiunque leggerà (o ha già letto) questo romanzo di Otessa Mishfegh non può criticare il suo personaggio. Certo, all’inizio è particolarmente fastidioso assistere allo spettacolo di una giovane ragazza che spreca letteralmente i suoi giorni, ma, in fondo, traduce con la pratica quello che per il lettore resterà una pura utopia: dormire per un intero anno per dimenticare (o evitare?) i problemi e non avvertire dolore.

© Antonietta Florio

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