Giancarlo Giuliani Nemesis. Una storia del tempo antico

«Quella storia lo aveva profondamente cambiato. Sapeva bene che avidità, ambizione, malvagità albergano nel cuore degli uomini, ma questa volta il male lo aveva toccato da vicino. […] Del resto, Alessandro lo sapeva bene: possiamo essere anche il frutto delle esperienze che viviamo, degli incontri che facciamo, dei casi che ci capitano in sorte, ma alla fine la scelta, l’impronta della persona che saremo, è solo nostra.» (G. Giuliani, Nemesis. Una storia del tempo antico)

Con Nemesis. Una storia del tempo antico, Giancarlo Giuliani ci (tras)porta ad Afrodisia (città della Caria) nel III secolo dopo Cristo. Un tempo remotissimo, certo, ma è sorprendente come la rapidità della lettura e la scorrevolezza della scrittura, con frasi brevi e stile incalzante, non faccia percepire lo scarto temporale.

«Le storie si presentano vive al lettore» scrive Giovanni D’Alessandro nella Presentazione, e con esse anche i personaggi, ognuno con le proprie convinzioni, con le proprie debolezze e alle prese con i propri desideri, sogni, ambizioni.

Già, perché le déroulement narratif ruota intorno all’ambizione, all’avidità, all’inganno e alla violenza ed è per questo che il protagonista, Alessandro di Afrodisia, esegeta di Aristotele e maestro della scuola di filosofia, è (rap)presentato nella duplice veste di investigatore e filosofo.

In ciò, Giuliani realizza un mix squisito di storia e filosofia, accontentando sia un pubblico amante di romanzi storici, sia coloro che s’infiammano dinanzi alle speculazioni filosofiche. Vediamolo più vicino.

La storia si apre con il ritrovamento del cadavere di Nysos, il discepolo migliore di Alessandro, che getta una prima, ma fitta umbra sul maestro, che nel ragazzo aveva riposto le sue speranze:

«Volevo bene a quel ragazzo e vorrei scoprire che non mi ha tradito. Avevo grandi speranze su di lui. Forse, con oggi, la scuola di Afrodisia è finita. Non c’è nessuno che possa prendere il mio posto, come io ho preso quello di mio padre. Gli altri discepoli sono giovani troppo ricchi e viziati per percorrere fino in fondo la via della conoscenza. Credo che dopo questa vicenda tornerò ad Atene, dove spero di trovare un altro Nysos.»

Un evento sconvolgente per due ragioni. Innanzitutto, perché il delitto commesso ha a che fare con il ritrovamento di un papiro inedito, che «rappresentava il sogno di ogni studioso», che «avrebbe cambiato la vita di chiunque» e di cui Nysos ne è venuto in possesso. In secondo luogo, perché comincia a sfaldare le sicurezze che il magister crede di avere, in primis quella di conoscere davvero il discente:

«[…] che sapeva lui di Nysos, se non quello che appariva, se non quello che si poteva dedurre dalle sue parole e dai suoi comportamenti? Per lui era stato un allievo promettente, il naturale successore, ma, rifletteva, nulla sapeva veramente dell’uomo, delle sue speranze, desideri, ambizioni.»

Comincia qui a delinearsi la personalità di Nysos. Ha la passione per la lettura, per l’indagine filosofica, è dotato di grandi capacità logiche e analitiche, è fiducioso e speranzoso in un avvenire brillante e luminoso, ma ha un neo: «avvertiva la spinta dell’ambizione», per la quale misura ed equilibrio si traducono in uno sfrenato e sconfinato individualismo.

Avverte dentro di sé un conflitto tutt’altro che risolvibile: da un lato ammira Alessandro ed è consapevole di essere stimato da lui; dall’altro, non può non confessare di volere il suo posto, di essere in attesa, con una certa impazienza, di un’opportunità che gli avrebbe dato fama e notorietà.

La sorte, “incarnata” da quei papiri, sembra offrirgli quest’occasione preziosa. Eppure “non è tutto oro ciò che luccica”. Nysos è a un passo, o quasi, dall’ottenere ciò a cui aspira, ma si gingilla con i suoi pensieri confusi e, talvolta, contraddittori, riconoscendo da sé e in sé un’impasse insormontabile:

«aveva sempre creduto che la cultura, la ricerca, la filosofia consentissero di raggiungere l’equilibrio, la saggezza, e ora si trovava preso da sentimenti che nulla avevano a che vedere con l’immagine che si era costruito. Ambizione, avidità, gelosia lo percorrevano e lasciavano il segno, vincendo ogni resistenza interiore, ogni sentimento di riconoscenza. […] Per un attimo provò pietà per se stesso.»

Ma di questo, Alessandro ne è all’oscuro. Le sue riflessioni, le sue analisi sono un labirinto tortuoso, domande senza risposta si susseguono ininterrottamente (“Perché Nysos non ha avuto fiducia in lui?”), perturbando il suo animo (“i giovani hanno bisogno di essere incoraggiati”) e rendendolo impotente dinanzi alla tragedia degli eventi.

E quanto più aumentano l’amarezza e la pena, tanto più il mondo costruitosi pare poggiato su basi aleatorie, si sfalda a vista d’occhio, frana, riducendosi a poco a poco a un mucchio di cenere. Con atteggiamento stoico, ma non senza mestizia, Alessandro ne accetta le conseguenze

«La giornata era splendida, ogni cosa brillava al sole e pareva impossibile che fossero accadute tante cose. Al filosofo sembrava di essere immerso in una sorta di bolla, tutto gli appariva come velato. Aveva il cuore gonfio di pena. Scorgeva persone che ridevano, scherzavano, si dedicavano con tranquillità alle incombenze quotidiane. Gli pareva impossibile, irreale, che qualcuno potesse vivere serenamente e non avesse quel peso che egli, invece, portava nel cuore.»

La perturbatio raggiunge l’acme quando il maestro conosce Tallusa, una prostituta, che svolge un ruolo importante non solo da un punto di vista narrativo, bensì anche umano: «vendo il mio corpo, non i miei sentimenti». Al suo cospetto, Alessandro è a dir poco impacciato, prova un certo imbarazzo, quanto più la donna appartiene a una realtà con la quale egli non si è mai confrontato.

Eppure desta un interesse e una curiosità che egli cerca di reprimere con toni aspri e atteggiamenti duri, ma che vanno via via stemperandosi nei colloqui che li vedranno protagonisti e che, verso il finale, saranno coronati da una dolce sorpresa.

Entrambi danno prova di essere persone di gran classe, squisite e delicate nell’animo, ma costrette, come tutti del resto, a far fronte alle turpitudini dell’esistenza: Tallusa, fragile e forte a un tempo, povera materialmente, ma ricchissima nello spirito, «non aveva mai avuto l’amore di un padre e il mondo le aveva mostrato soltanto le sue brutture».

Alessandro ne subisce il fascino intellettuale e, diviso tra l’amore e l’ammirazione per una «ragazza che sembrava avere una dignità tanto grande da conservarla […] anche nella miseria di una squallida quotidianità», sente avvampare dentro di sé il desiderio di «darle quella possibilità che la vita le aveva fino ad allora negato».

Sempre alla ricerca della verità, Alessandro prende coscienza del cambiamento che farà a seguito di quella scoperta. Non solo, ma avverte come il vasto universo della cultura, spinga talvolta a intraprendere strade insperate, sentieri insidiosi e pericolosi, liberando ciò che si nasconde nella parte più profonda dell’essere: ambizioni, rancori, desiderio di ricchezza, arroganza, slealtà.

I libri, insomma, seppure spiegano la realtà, con essa non hanno alcun contatto, se non di natura puramente teorica, e la costruzione di questa stessa realtà non corrisponde affatto al mondo vero, bensì al mondo come si vorrebbe che fosse:

«Per troppo tempo aveva limitato la propria vita ai libri, all’insegnamento, e ora la vita, per una seconda volta dopo l’omicidio, lo poneva nella condizione di riflettere profondamente sui propri convincimenti.»

Ciononostante, Alessandro non riesce a guarire dall’assuefazione prodotta dalla lettura; i libri continuano ad essere il pharmakon della sua anima, i suoi migliori amici. Ma l’approccio col quale lo farà d’ora in poi, sarà diverso.

Non solo sono state distrutte delle vite, non soltanto è stato versato del sangue, ciò che è andato completamente in frantumi, e senza alcuna possibilità di poter essere rimesso in piedi, è il mondo invisibile di Alessandro.

Un mondo che – ora lo sa benissimo – era sovrapposto alla realtà visibile e che proprio per questo era esente da qualsivoglia dubbio, ambiguità. Un mondo che non poteva durare, poiché destinato ad essere corroso e spazzato via da una nuova alba, che avrebbe portato con sé un nuovo giorno e…l’inizio di una nuova vita.

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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4 commenti

  1. […] Castelli di sabbia distrutti dal vento implacabile dell’insicurezza, da una sorta di paralisi che scaturisce da sentimenti di atroce malinconia, di nostalgia infinita, di ciò che potrebbe essere (o avrebbe potuto essere) e che invece non è (stato). Perché nella vita ci sono momenti in cui sembra di essere sulle sabbie mobili, in cui la stabilità è pura teoria, un’utopia addirittura, in cui lo stare bene è uno stato d’animo che tocca solo gli altri. E ci sente come l’Alessandro di Afrodisia che Giancarlo Giuliani dipinge in Nemesis: […]

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