Sara Vergari, Un “Pavese solo”. Percorsi di continuità

«Egli [il poeta] dovrebbe cioè, nel più completo isolamento dalla realtà e con il solo aiuto della cultura di letterato necessaria in questo processo, scavare nel groviglio della propria interiorità fino a risalire all’infanzia, là dove giacciono gli archetipi della mitologia personale di ciascuno. A questo punto compito del poeta non è solo contemplarli ma saccheggiarli per portare il mito nel mondo del logos, ossia nella parola che lo trasforma in immagine, figura fissa sulla carta.» (S. Vergari, Un “Pavese solo”. Percorsi di continuità)

Oltre il tempo e la storia, oltre le colline e le vigne, oltre l’infinito del mare, Cesare Pavese ha obbedito per tutta la vita, fino a quel 27 agosto 1950, giorno in cui ha deciso di non essere più abitante di questo mondo, a un solo imperativo: indagare e scoprire il mistero dell’umana esistenza.

Queste sono le battute con cui Sara Vergari apre il suo studio dal titolo Un “Pavese solo”. Percorsi di continuità, scisso in tre sezioni, volte a rendere conto non tanto della prolifica produzione letteraria di questo straordinario scrittore, quanto piuttosto di un continuum nella detta produzione che confluirà ne I dialoghi con Leucò.

Cesare Pavese è un mondo da scoprire, un fiume di sentimenti ed emozioni, dal quale è impossibile non esserne trascinati. È impossibile restare impassibili dinanzi a un uomo che, non riuscendo mai a conquistare la realtà quotidiana, si arrocca nella sua solitudine, s’incastra nel “pantano della sua anima”, dal quale nascerà il Pavese scrittore.

La letteratura, dunque, viene in suo soccorso ed egli la concepisce come mezzo di salvazione, di discioglimento dei propri aberranti dissidi interiori.

Pavese uomo e Pavese scrittore, due figure diverse, ma profondamente interconnesse, laddove questo è il presupposto necessario per comprendere e conoscere quello più da vicino. In ciò, i Dialoghi con Leucò, attorno ai quali ruota l’indagine di Sara Vergari, svolgono una funzione fondamentale. Per mezzo di essi, infatti, Pavese s’impegna nella “ricerca dell’autonomia umana” e proprio nel recensire tale opera, Italo Calvino asserisce che

«questo Pavese dei Dialoghi è sempre esistito accanto all’altro, quello dei romanzi; anzi senza questo l’altro non sarebbe possibile: sono un Pavese solo, insomma.»

Detto altrimenti, tutte le opere precedenti sono un lungo iter di ricerca e di lavoro di sperimentazione che confluirà nei Dialoghi. Alla dicotomia uomo-scrittore fa da contraltare il dualismo bene-male, umano-bestiale, razionale-irrazionale, ordine-caos, che per lo scrittore torinese rappresentano, anzi costituiscono la natura della vita. Minkowski, per estensione, parlerebbe di «aspetto patico dell’esistenza».

Non solo, ma alle citate coppie oppositive se ne aggiunge un’altra, di uguale pregnanza: la realtà e il simbolo, che Pavese tenta di conciliare. Nel suo lavoro di denuncia sociale e politica è necessario osservare e immergersi nel mondo reale, integrare questo nel simbolismo, nell’immagine-racconto e sfociare poi nel mito, il cui linguaggio è «portatore di significati universali» e il cui valore è allegorico e metaforico, in modo da suscitare riflessioni più ampie e profonde.

Prima ancora, però, Pavese concepisce il mythos come lo strumento di cui l’uomo si serve per spiegare la realtà, per conoscerla e che, ripiega ineluttabilmente sul passato individuale, sul tempo perduto nel tentativo di recuperarlo. Ne Il mestiere di vivere, dice:

«Il mito greco ci insegna che si combatte sempre contro una parte di sé […], un antico se stesso. Si combatte soprattutto per non essere qualcosa, per liberarsi. Chi non ha grandi ripugnanze non combatte.»

Onde ne derivano due ulteriori antitesi: l’una catalizzata sulla mortalità degli uomini e l’immortalità degli dèi; l’altra, che corrobora la citazione or ora riportata, è polarizzata sull’Io di campagna e l’Io di città, il primo desideroso di vita e il secondo «devoto al suicidio».

Contestualizzando ciò nella poetica dei Dialoghi con Leucò, Vergari scrive:

«Questa volta, però, gli opposti non vivono dentro il subconscio dell’autore, ma sono affidati a tanti personaggi autonomi conviventi dentro la struttura unitaria dialogica del testo.»

Mentre, per ciò che concerne la conciliazione degli opposti, aggiunge:

«L’opposizione mette in luce il carattere “dolce-atroce” del fatto, sottolineando ancora una volta l’impossibilità di distinguere veramente tra bene e male, di separare le forze oppositive che abitano sia uomini che dèi.»

Dopodiché, l’attenzione si sposta sul paesaggio, sulla natura. Che sia il mare, che sia la collina, che sia la rupe, Pavese si serve di questi simulacri per rappresentare la condizione umana, per descrivere il rapporto di accettazione o rifiuto che l’uomo ha con il destino. E da questo punto di vista, la mitopoiesi ha la funzione di arrestare la temporalità, di sfuggire addirittura ad essa, donando all’individuo “un messaggio di speranza e positività verso la vita”.

A corredo del saggio, Sara Vergari traspone un’antologia della critica comparsa in occasione dei settant’anni dalla morte dello scrittore. Spicca, su tutte, quella siglata da Nicola Lagioia per Minima&Moralia, il quale non solo definisce Cesare Pavese e Italo Calvino come “spiriti complementari”, ma in una manciata di righe spiega e svela la lotta pavesiana con la vita:

«Cosa fare di sé? Con quale materiali (e con che coraggio, e a quale prezzo) costruire la propria “persona spirituale”? Come stare nel mondo senza che il proprio nucleo irriducibile (ciò che ci conferisce statura morale, e ci restituisce senso) venga violentato, banalizzato, distrutto?»

La turbolenza interiore di Pavese, il “pantano della sua anima” sono, insomma, le stesse turbolenze e gli stessi pantani che oggigiorno viviamo, ragion per cui la distanza rispetto a Pavese è fatta semplicemente di anni, è di ordine puramente temporale. Tutto il resto è rimasto così com’era:

«le ideologie non ci hanno salvato. La vita affettiva usa l’autoinganno e la continua distrazione per non crollare su se stessa. Il rapporto con la natura è disastroso. Il lavoro è ridotto a istinto di prevaricazione. Le relazioni sociali si ammantano di ipocrisia, se non diventano ultraviolenza online.»

© Antonietta Florio

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