Anne Simon, Proust e la filosofia contemporanea

«Il vissuto, con il suo corteo di sensazioni, di gioie, di lutti, di dolori, d’immediatezza come di sentimento della durata, porta alla comprensione filosofica che il rapporto con il mondo, con gli altri o con se stessi non può essere attualizzato e tematizzato se non in un’opera d’arte. La filosofia non può dunque precedere l’esperienza del reale.» (A. Simon, Proust e la filosofia contemporanea)

Nella premessa a Proust e la filosofia contemporanea, che raccoglie quattro scritti apparsi in francese tra il 2004 e il 2009, Anne Simon – ex allieva all’École Normale Supérieure e ricercatrice al Centre national de la recherche scientifique di Parigi – utilizza la locutio «caso Proust» per enucleare lo scopo di fondo del testo in questione, ovvero “le relazioni che s’intessono fra la creazione letteraria e la creazione del pensiero”. À la recherche du temps perdu è un’opera che non smette di entusiasmare e neppure di «ossessionare i filosofi, a partire dal dopoguerra, secondo modalità differenti».

La domanda principe è: Proust è un letterato o un filosofo? È questo il terreno di incontro e di scontro al contempo tra gli studiosi del Novecento (Husserl, Merlau-Ponty, Sartre, Ricoeur, Deleuze, etc…). Eppure, si potrebbe dire che l’autore della Recherche è un romanziere nel momento stesso in cui egli, forgiando se stesso con la sua opera, filosofa.

Particolarmente pertinente, da questo punto di vista, è l’affermazione di Merlau-Ponty in Sens et Non-Sens:

«L’opera di un grande romanziere è sempre veicolata da due o tre idee filosofiche. […] La funzione del romanziere non è di tematizzare quelle idee, ma di farle esistere davanti a noi alla maniera delle cose.»

O, ancora, si può sposare la causa di Vincent Descombes, sintetizzata dalla Simon in questi termini:

«la filosofia proustiana sta, più che nei brani in cui opera una meta-critica o una meta-teoria del suo racconto e del suo pensiero, nelle forme stilistiche e narrative stesse che egli ha, in tutti i sensi del termine, messo in opera.»

Terza opzione, è la scrittura come meditazione filosofica, titolo di un volume di Giuseppe Grasso, nel quale l’autore a partire dal medesimo interrogativo, asserisce, con Theodor Adorno, che l’opera proustiana deve essere letta come un roman philosphique, in cui coesistono e si sovrappongono “esperienza di pensiero” ed “esperienza di creazione”.

Difatti, i contenuti romanzeschi si aprono alla dimensione filosofica, la letteratura, proustianamente definita «linguaggio all’ennesima potenza» s’interseca, si (con)fonde, addirittura, con la creazione del pensiero.

Anche la soggettività, il rapporto tra l’io e il mondo, le modalità con cui tale liaison si costruisce, le indagini sullo spazio e sul tempo, sulla percezione e sulla “memoria incarnata”, sono temi che attraversano le pagine proustiane e contribuiscono a ispessirle non solo contenutisticamente, bensì anche a livello teorico-esplicativo. Il tutto è sintetizzato nella triade: paesaggio, sensorialità, scrittura:

«È l’insieme dell’esperienza del soggetto ad esser presa nel costituirsi – più che nel percepirsi – del paesaggio, esperienza che passa attraverso l’ancoraggio sensoriale e la polisensorialità.»

Innanzitutto, è bene chiarire, con Anne Simon, che la Recherche è un pastiche, un contenitore che include generi diversi: dalla poesia al Bildungsroman, dall’inchiesta psicologica al saggio di costume. Ed è questa pluralità di generi che consente differenti approcci ermeneutici, polarizzati, secondo Paul Ricoeur, intorno a un unico dato di fatto: Proust si pone sulla scia degli antichi pensatori greci, le domande da lui formulate, le tematiche da lui affrontate sono di natura metafisica.

Ciò potrebbe offrire una spiegazione chiara e netta della parola Recherche contenuta nel titolo. Un atteggiamento non statico, ma dinamico, come osserva l’autrice, laddove tale dinamismo è rappresentato dalla preposizione che precede il suddetto sostantivo: À, «che istituisce la nozione di ricerca come movimento in atto». Una quête che non è metafisica, ma volta a indagare, scoprire e conquistare la verità.

Per dimostrare che la memoria di Proust è tutt’altro che dimenticata e/o estranea ai filosofi contemporanei, Simon rileva una certa affinità, senza però escludere divergenze, del romanziere francese con la fenomenologia di Husserl, per ciò che concerne la soggettività, il tempo e la coscienza.

L’io proustiano non ha nulla a che vedere con l’esperienza platonica della reminiscenza. È, al contrario, la morte del soggetto classico, dal momento che esso è caratterizzato dalla temporalità, fattore tanto destabilizzante per il lettore, quanto più l’espressione dell’io è intermittente e pluralista.

Non solo, la nuova teorizzazione del soggetto incarnato rende conto della profondità del reale, che ritocca di continuo le operazioni dello spirito e della facoltà immaginativa, non appartenente – secondo Proust narratore – alla realtà effettiva.

Se vivere significa fare l’esperienza della “temporalizzazione”, allora l’io, in quanto soggetto incarnato, non resta impigliato nella rete della fantasmagoria e la dimensione onirica si riduce enormemente fino a scomparire del tutto. Pertanto la scoperta di Proust

«è che l’«io profondo» e il senso di ciò che si prova sono talora accessibili solo mediante un’ascesi in cui il mondo, per un momento, deve essere messo fra parentesi, un’ascesi dove anche i desideri e i giudizi devono essere sospesi poiché si tratta di liberarsi, come in Husserl, dei pregiudizi, del proprio «bagaglio».»

La “profondità” come aspetto particolarmente rilevante della Recherche si carica di una doppia valenza. In essa vi si legge sì il rapporto che il romanziere-filosofo ha con il mondo reale, ma significa anche la sua inscindibilità dal langage, la sua “incarnazione nello stile”, ciò che potrebbe finalmente chiarire la complessa relazione fra creazione letteraria e creazione del pensiero proustiani:

«È dopo, grazie a un lavoro di commento, che l’ermeneuta o il filosofo può trasformala [la profondità] in concetto, separando così la forma dal fondo, la scrittura dal pensiero.»

Qui Proust gioca la sua partita decisiva con Ricoeur. Parola d’ordine è «verità-manifestazione», «la verità che cerco è in me», e l’unico modo per esprimerla è adoperare la métaphore vive, la cui funzione non è di mero riempimento o sostituzione, ma di esprimere «nell’unico modo possibile, la struttura del reale preso di mira». La tappa necessaria e imprescindibile, secondo Paul Ricoeur, per comprendere la realtà.

Infine, la nozione di soggetto incarnato, del corpo come organo dei sensi, anche del senso temporale s’intreccia con il concetto di percezione di Merlau-Ponty: «essere corpo significa essere intrecciati con un certo mondo». Significa, cioè, abitare un certo spazio. Entrambe le dimensioni, corporale e spaziale, necessitano della presenza di una «quarta dimensione»: il tempo.

In un certo paesaggio, un certo corpo – anzi – tutti i corpi sono soggetti al “farsi del tempo”, sono presi in una temporalità che rivela la loro essenza, ragion per cui in questa esperienza sensibile del corpo, dell’io, «il tempo è ritrovato semplicemente perché, da un punto di vista fenomenologico, non è mai stato davvero perduto».

© Antonietta Florio

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...