Joseph Roth, Giobbe

«Sebbene fosse preparato soltanto a una sorpresa gioiosa, lo afferrò la paura che potesse essere successa una disgrazia: tanto il suo cuore era abituato alla disgrazia che egli continuava ancora a spaventarsi, perfino dopo una lunga preparazione alla felicità. Che cosa può capitare all’improvviso di allegro a un uomo come me, pensava. Tutto ciò che è improvviso è male, e il bene arriva pian piano.» (J. Roth, Giobbe)

Giobbe è un romanzo breve di Joseph Roth, il cui protagonista è l’ebreo Mendel Singer. A Zuchnow, dove vive con la sua famiglia, svolge la professione di maestro: insegna la Bibbia ai bambini che partecipano alle sue lezioni. Gli introiti economici non sono però lauti e la fatica di vivere, di sfamare moglie e figli diventa, nello shtetl, sempre più difficile. Mendel Singer, tuttavia, non si perde d’animo.

«[…] la sua vita era una perpetua fatica e alle volte perfino un tormento. […] Eppure continuava a scorrere alla meglio, come un povero piccolo ruscello fra magre sponde. Ogni mattina Mende ringraziava Dio per il sonno, per il risveglio e per il giorno nascente.»

A complicare ulteriormente l’esistenza è la nascita dell’ultimo figlio, Menuchim, che soffre di epilessia, e, in seguito, l’allontanamento emotivo dalla moglie Deborah, il rapporto con la quale, senza più alcuna emozione, è una mistura di silenzio e vergogna, di abitudine e di estraneità.

Il dolore sferza l’anima di Mendel Singer come un vento gelido, il suo cuore, prima ebbro di Dio, adesso è buio, impenetrabile, impassibile. «Non accadeva nulla. Eppure sembrava che dovessero accadere cose immense». Successivamente il servizio militare dei due figli maschi e la vita scapestrata di Mirjam, la figlia che Mendel non riesce a orientare sulla retta via, finiscono col martoriare un uomo ormai rassegnato al suo tetro destino:

«Io non so di che cosa ci punisce [Dio], prima con la malattia di Menuchim e ora coi figlioli sani. Ah, al povero le cose vanno male se ha peccato, e gli vanno male se è malato. Bisogna sopportare il proprio destino! Lascia che i ragazzi vadano sotto le armi, non si guasteranno! Contro la volontà del cielo non c’è potenza che tenga.»

Il trasferimento in America viene salutato come l’inizio di una nuova vita («la Russia è un paese triste, l’America è un paese libero»), ma il cuore di Mendel Singer, ben lungi dal riappacificarsi con l’Altissimo, è un labirinto di emozioni e sentimenti contrastanti.

Le problematiche familiari, dall’incertezza delle sorti del disperso Jonas durante il secondo conflitto mondiale all’assenza di notizie circa lo stato di salute di Menuchim rimasto a Zuchnow, dalla morte di Deborah alla malattia di Mirjam, impediscono a Singer di vedere New York come la città allegra e spensierata quale gli era stata descritta, “la città dei miracoli”. Lo spettacolo è, infatti, di tutt’altra natura: «L’America gli si gettava addosso, l’America lo sconquassava, l’America l’annichiliva.»

Le luci che illuminano le strade mettono evidenziano maggiormente l’oscurità della sua esistenza. Intrappolato nel vortice di una sofferenza senza fine, avverte pesantemente la condanna alla vita, dubita della sua propria fede e mette a repentaglio ogni credenza, ogni passo che fino a quel momento aveva fatto nei confronti di Dio, per avvicinarsi a Lui:

«Tutte le feste erano state tormenti e giorni di lutto tutti i giorni di festa. Niente più primavera né estate. Inverno si chiamavano tutte le stagioni. Il sole sorgeva ma non riscaldava. Solo la speranza non voleva morire.»

Eppure, come le bombe e gli spari dei cannoni spazzano via tutto e tutti, così anche la speranza di Mendel Singer di ritrovare e riabbracciare i suoi si affievolisce, fino a spegnersi del tutto.

Gli ultimi capitoli di Giobbe sono attraversati da vari dialoghi tra Mendel e alcuni amici sui miracoli che Dio non compie più, perché “il mondo non è più degno dei grandi miracoli”. Sono pagine immense, in cui la parola scritta colpisce a fondo e nel profondo; pagine che vedono realizzarsi il sogno in realtà, che insegnano ad essere forti nonostante tutto, a fare della speranza uno strumento di sopravvivenza, perché è proprio quando tutto sembra perduto che la porta si apre e il miracolo, come un lampo, accade.

© Antonietta Florio

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