Giovanna Canzano, Le radici ebraiche nel pensiero di Franz Kafka

«A che cosa avrebbe potuto assimilarsi Kafka, un ebreo di lingua tedesca, che risultava austriaco e abitante di una città céca dove i céchi lo trattavano da estraneo per il solo fatto che non parlava la loro lingua? Più che assimilato nel senso in cui si intende a Berlino o a Vienna, Kafka è dunque “germanizzato”, vale a dire che la lingua fa per lui le veci di tutto quello di cui il destino lo ha privato: una terra natale, una patria, un presente e un passato.» (G. Canzano, Le radici ebraiche nel pensiero di Franz Kafka)

Memoria, origini, radici, identità, sono questi i termini-chiave intorno ai quali si catalizza l’attenzione di Giovanna Canzano ne Le radici ebraiche nel pensiero di Kafka. L’indagine ivi condotta evidenzia come gli scritti kafkiani non possano essere interpretati unicamente in una prospettiva psico-sociologica, ma l’approccio ermeneutico deve necessariamente tener conto del confronto «con i temi e i problemi dell’ebraismo europeo moderno».

Difatti,

«Kafka era un ebreo. Un ebreo che sapeva di esserlo, ma che non poteva vivere da ebreo. Egli viveva in una famiglia fortemente laicizzata, studiava in una scuola di lingua tedesca in un paese che non era tedesco.»

Onde ne derivano, per Kafka, una serie di interrogativi circa le sue origini e le risposte difficilmente si mostrano in modo lapalissiano. Pertanto, traspare chiaramente, nelle sue opere, un’inquietudine legata alle condizioni precarie degli ebrei in Europa, la sua stessa «condizione di ebreo immigrato».

In ciò, la Canzano ravvisa ciò che ha definito il “dramma kafkiano”:

«egli [Kafka] non era un ebreo orientale affascinato dall’occidente, semmai un giovane intellettuale occidentale affascinato dall’ebraismo orientale. Insomma, Franz era stato privato anche del diritto alla “diversità”. Il suo sguardo verso l’Occidente non poteva essere in alcun modo quello del povero ebreo orientale.»

Interessato alla vita politica, senza però un’adeguata formazione in tal senso, Kafka sente agitare in lui lo spettro dell’insicurezza, che lo accompagnerà per tutta la vita, e che sarà fonte di un conflitto interiore, che riverserà poi nella scrittura.

Detta insicurezza sarà, altresì, la causa dei frequenti litigi col padre Hermann, segnato da un’infanzia difficilissima, e che lotta per garantire alla sua famiglia migliori condizioni di vita. Un miglioramento che egli vede soltanto nell’emancipazione dal ghetto, nella liberazione dalla miseria ed è in virtù di ciò che

«lo aveva [a Kafka] fatto studiare, gli aveva permesso di avere una professione rispettabile, aveva fatto in modo che egli avesse radici ben salde nella nuova borghesia intellettuale praghese.»

Franz ne ha una visione completamente diversa:

«Il padre lo aveva introdotto nella borghesia praghese, ma egli ora si trovava a dover lottare da solo per conoscerla, affermarsi e farsi accettare. E tutto questo, dopo aver dovuto rinunciare alle proprie radici, senza poter disporre neanche di un suo piccolo ricordo personale dei nonni e del loro ‘ghetto’.»

Solitudine, paura e sradicamento, quale condizione tipica dell’ebreo “emancipato” mitteleuropeo, l’Unheimlichkeit di psicologia freudiana, connotano l’esistenza kafkiana, mettono a repentaglio, quasi sconvolgendolo, il rapporto con il padre, appunto. Questi, non comprendendo punto il dilemma del figlio, preme affinché s’integri nella società praghese.

Ma spira il vento del cambiamento e l’incontro con alcuni attori yiddish dell’Europa orientale infonde in Franz una nuova luce, nuova forza, portandolo sulla strada della riconciliazione con se stesso.

A questo punto, Giovanna Canzano si focalizza sullo yiddish che «nasce al tempo del passaggio dal medio alto tedesco al nuovo alto tedesco», e in Confessioni e diari, Kafka annota:

«I rapporti tra lo yiddish e il tedesco sono troppo delicati e significativi perché non si spezzino immediatamente non appena si riporti lo yiddish alla sua matrice tedesca, vale a dire che quello che si riporta non è più lo yiddish, ma alcunché di inanimato.»

Eppure, in ottica kafkiana, lo yiddish non è solo una lingua, è anche, e forse soprattutto, il fattore che ha unito e continua a tenere uniti gli ebrei europei. Ad esso si aggiunge, osserva ancora l’autrice de Le radici ebraiche nel pensiero di Kafka, la nascita del movimento dell’Haskalah, l’illuminismo ebraico, il cui obiettivo principe è che gli ebrei «divenuti consapevoli della peculiarità della propria cultura, conquistassero un posto dignitoso tra gli altri popoli».

Se Nietzsche è un “apolide dell’esistenza”, come recita il titolo del libro di Massimo Fini, Kafka è un apolide da un punto di vista intellettuale, una sorta di dispersione che ha un solo punto fermo, atto a conferire all’istante un aspetto sempiterno, immobile, cristallizzato: la scrittura.

Effettivamente, egli vede nell’écriture la possibilità di fuoriuscire dal suo “ghetto interiore” e ottenere una vita più libera, aperta al mondo esterno. In proposito, l’autrice scrive le sue righe più belle, che vale la pena riportare integralmente:

«Egli [Kafka] viveva al margine di due mondi: dietro le mura del ghetto era in grado di gettare un’occhiata furtiva sulla vita del più ampio mondo esterno; ma non viveva mai pienamente né nell’uno né nell’altro mondo, ed era tormentato tra l’impulso di rimanere nella cerchia intima della propria gente, dove trovava sicurezza, e dove aveva una posizione, e l’impulso contrastante di evadere nella vita esterna che di lontano appariva così libera, così varia, così pittoresca, dove avrebbe potuto trovare un pubblico più vasto per apprezzare i suoi talenti, dove avrebbe potuto conoscere non solo ebrei del ghetto, ma anche uomini del mondo.»

© Antonietta Florio  

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